Ci sono pagine di storia che non possono essere archiviate, non perché appartengano al passato, ma perché continuano a interrogare il presente e a chiedere di essere comprese. La Rivolta di Reggio Calabria è una di queste. Per questo l’approvazione unanime del Consiglio Comunale, che ha dato il via al percorso destinato a portare alla nascita del Museo dei “Moti di Reggio”, rappresenta molto più di un passaggio amministrativo. Il progetto, fortemente voluto dal deputato e sindaco Francesco Cannizzaro, apre infatti la strada a un luogo che non sarà soltanto uno spazio espositivo, ma un presidio di memoria, identità e verità, capace di restituire dignità a una delle pagine più complesse e discusse della storia cittadina.
Ne è convinta l’architetto Antonella Postorino, autrice insieme a Marco Barone del graphic novel “1970. La Rivolta di Reggio Calabria” (Laruffa Editore 2025), un’opera nata dalla volontà di raccontare alle nuove generazioni una vicenda che, paradossalmente, non trova spazio nei libri di scuola, pur avendo segnato profondamente la storia della città e della Nazione.
“Quando abbiamo deciso di scrivere questo fumetto lo abbiamo fatto con un obiettivo preciso, impedire che un’intera generazione crescesse senza conoscere una parte fondamentale della propria storia”, racconta l’autrice.
Il volume nasce da una ricerca storica e iconografica rigorosa e sceglie di spostare il punto di vista. Non la politica come protagonista assoluta, ma il popolo. Le donne, gli uomini, i giovani che vissero quei mesi drammatici, le loro speranze, la loro rabbia e il loro coraggio di fronte a decisioni calate dall’alto che cambiarono il destino della loro città.
“Per oltre mezzo secolo la Rivolta è stata raccontata attraverso lenti ideologiche, ridotta a una lettura esclusivamente politica che ha finito per oscurarne la dimensione umana e sociale. Eppure, dietro quegli eventi c’era una comunità che chiedeva ascolto e rispetto, una città che vedeva sfumare il proprio ruolo di capoluogo della Calabria e che reagì con una mobilitazione senza precedenti“, osserva Postorino, “Proprio per questo il futuro Museo non dovrà limitarsi a custodire documenti e reperti, ma dovrà diventare un luogo della verità. Un luogo capace di spiegare ai visitatori perché Reggio Calabria è rimasta l’unica città italiana, già capoluogo di regione, a perdere quel riconoscimento con l’istituzione del regionalismo del 1970. Uno spazio nel quale comprendere il contesto storico, politico e sociale senza censure, senza pregiudizi e senza semplificazioni. La storia, infatti, non appartiene ai vincitori né agli sconfitti, appartiene a un popolo e, quando viene taciuta, un’intera comunità perde una parte della propria identità”.
Il successo riscosso dal fumetto “1970. La Rivolta di Reggio Calabria” dimostra quanto sia ancora vivo il bisogno di conoscere quella stagione. In appena un anno l’opera, già alla seconda edizione, ha attraversato l’Italia.
Dalla presentazione al “Salone Internazionale del Libro” di Torino, dove il volume è stato protagonista di due incontri ufficiali, alla presentazione istituzionale organizzata dallo stesso Francesco Cannizzaro presso il Consiglio Regionale della Calabria, che ha segnato il debutto dell’opera davanti alla città e all’intera regione. Dagli incontri con gli studenti dell’Università degli Studi di Milano alla partecipazione alla fiera nazionale “Più Libri Più Liberi” di Roma e alle principali manifestazioni dedicate al fumetto, tra cui Romics, MessinaCon, Serra Comics e Reggio Calabria Comics.
Il graphic novel ha inoltre fatto tappa a “Taurianova Capitale Italiana del Libro”, al “Festival della Cultura Mediterranea” in Liguria, alla rassegna “Linguaggi Paralleli”, promossa dall’Ordine degli Architetti PPC di Messina, e all’evento nazionale “Open Studi Aperti”, organizzato dal Consiglio Nazionale degli Architetti PPC. A queste esperienze si sono aggiunti numerosi incontri e dibattiti promossi dalle associazioni del territorio.
Anche il mondo della scuola ha accolto il graphic novel attraverso il progetto nazionale “Leggere, Scoprire, Sognare con il Fumetto”, contribuendo a far conoscere la Rivolta di Reggio alle nuove generazioni. Il volume è stato inoltre ospite di trasmissioni televisive e radiofoniche e ha ricevuto numerose recensioni da parte della stampa e della critica specialistica, tra le quali spicca il significativo apprezzamento dello scrittore Pino Aprile.
Un percorso che ha dimostrato come la Rivolta di Reggio non sia soltanto una vicenda locale, ma una pagina di storia nazionale capace di suscitare interesse, dibattito e riflessione.
Non sono mancati, tuttavia, episodi, per fortuna pochi, che raccontano quanto alcuni tabù siano ancora difficili da superare. Inviti inizialmente arrivati e poi ritirati, occasioni sfumate senza spiegazioni convincenti e silenzi che sembrano confermare come, dopo oltre mezzo secolo, la Rivolta continui ancora a generare timori e contrapposizioni di carattere campanilistico e ideologico.
“Forse è proprio questo il motivo per cui un Museo diventa necessario. Un museo non divide, ma spiega. Non alimenta nostalgie né riscrive la storia. La ricostruisce“, sottolinea Postorino.
“Immaginare un percorso immersivo significa permettere ai visitatori di entrare nel clima di quei giorni, guardare i documentari, leggere i volantini distribuiti nelle piazze, ascoltare le voci che accompagnavano le manifestazioni, osservare le immagini delle proteste, conoscere il ruolo dei comitati popolari e comprendere l’escalation che portò dai cortei ai lacrimogeni, dalle barricate ai carri armati. Solo conoscendo fino in fondo ciò che è accaduto sarà possibile comprendere davvero la Reggio di oggi”.
Per Antonella Postorino il Museo della Rivolta rappresenta una sfida culturale prima ancora che storica. È l’occasione per liberare definitivamente quella vicenda dai pregiudizi che l’hanno accompagnata per decenni e consegnarla finalmente alla memoria collettiva. Perché una città che conosce la propria storia è una città che non ha paura del futuro.
“Reggio Calabria, dopo cinquantasei anni, merita finalmente un luogo in cui guardare il proprio passato senza filtri, senza etichette e senza timore. Un luogo che non celebri una rivolta, ma restituisca la verità a una comunità che, troppo a lungo, ha visto raccontare la propria storia attraverso la voce degli altri“, conclude l’autrice.


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