A Messina più di un giovane su quattro non studia, non lavora e non partecipa ad alcun percorso di formazione. Il dato raggiunge livelli ancora più elevati nella terza circoscrizione, dove quasi un ragazzo su tre si trova nella condizione di NEET. È questa la fotografia tracciata da Vicky Amendolia (Socialdemocrazia SD) e Letterio Grasso (Azione), che richiamano l’attenzione su un fenomeno ormai strutturale e chiedono un cambiamento radicale nelle politiche educative, formative e occupazionali. Il dato comunale, riferito al 2021, colloca Messina al quarto posto tra i capoluoghi delle città metropolitane italiane, preceduta soltanto da Catania, Palermo e Napoli. La distanza temporale della rilevazione, secondo Amendolia e Grasso, non riduce tuttavia la gravità della situazione, perché i dati regionali più recenti confermano la persistenza del problema in tutta la Sicilia. Nel 2024 i NEET rappresentavano infatti il 25,7% dei giovani siciliani, contro una media nazionale del 15,2%. Nello stesso periodo, il tasso di occupazione dei giovani tra i 15 e i 29 anni si fermava al 23,5%, mentre la mancata partecipazione al lavoro raggiungeva il 47%.
Giovani NEET a Messina, un’emergenza che riguarda quasi un ragazzo su tre
Amendolia e Grasso aprono la loro analisi mettendo in evidenza la portata del fenomeno e la sua distribuzione all’interno del territorio cittadino. “Ventotto virgola uno per cento. È questa la percentuale dei giovani messinesi tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in alcun percorso formativo. Il dato comunale, riferito al 2021, colloca Messina al quarto posto tra i capoluoghi metropolitani italiani, dopo Catania, Palermo e Napoli. Nella terza circoscrizione la quota raggiunge addirittura il 32,8 per cento. La distanza temporale della rilevazione non consente, tuttavia, di archiviarla come una fotografia del passato. I dati regionali più recenti confermano la persistenza del fenomeno: nel 2024 i NEET rappresentavano il 25,7 per cento dei giovani siciliani, contro una media nazionale del 15,2 per cento. Il tasso di occupazione dei siciliani tra 15 e 29 anni si fermava al 23,5 per cento, mentre la mancata partecipazione al lavoro raggiungeva il 47 per cento”.
NEET in Sicilia, perché non si può parlare di giovani pigri o senza ambizioni
La condizione di NEET, secondo Amendolia e Grasso, non può essere spiegata attraverso il luogo comune di una generazione disinteressata, priva di motivazioni o poco disponibile a lavorare. “Da questi numeri discende una prima conclusione: quando quasi un giovane su tre rimane contemporaneamente fuori dalla scuola, dalla formazione e dal lavoro, non siamo più di fronte alla somma di singole fragilità personali, ma a una patologia collettiva. E una patologia tanto diffusa non può essere spiegata ricorrendo alla comoda caricatura di una generazione pigra, viziata o priva di ambizioni”. A smentire questa rappresentazione è anche il dato relativo alla disponibilità al lavoro. Nel Mezzogiorno, il 73,8% dei NEET dichiara di essere interessato a trovare un’occupazione. Molti giovani cercano lavoro da oltre un anno e, dopo una lunga serie di tentativi falliti, rischiano di passare dalla disoccupazione allo scoraggiamento.
“Nel Mezzogiorno, infatti, il 73,8 per cento dei NEET si dichiara interessato a lavorare; molti cercano un’occupazione da oltre un anno e rischiano di scivolare dalla disoccupazione allo scoraggiamento definitivo. Il problema, dunque, non è soltanto la disponibilità dei giovani a lavorare, ma la difficoltà di incontrare una domanda di lavoro adeguata, stabile e coerente con le competenze possedute”. Il nodo centrale diventa quindi la capacità del sistema economico e produttivo di offrire impieghi stabili, dignitosi e coerenti con i percorsi di studio e con le competenze maturate.
Povertà educativa a Messina, le disuguaglianze iniziano dall’infanzia
La prima causa individuata da Amendolia e Grasso riguarda la povertà educativa, che precede di molti anni l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. “La prima causa va cercata molto prima dell’ingresso nel mercato del lavoro”. A Messina, il 14,6% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha abbandonato precocemente gli studi, fermandosi alla licenza media. La percentuale sale al 24,8% tra i figli di genitori senza diploma e raggiunge il 20% nella terza circoscrizione. Anche i dati relativi al tempo pieno nelle scuole primarie mostrano forti criticità. Solo il 15,5% degli alunni messinesi frequenta istituti che prevedono il rientro pomeridiano. Nella sesta circoscrizione, la percentuale scende addirittura all’1,3%.
“A Messina il 14,6 per cento dei giovani tra 18 e 24 anni ha abbandonato precocemente gli studi, fermandosi alla licenza media. La percentuale sale al 24,8 per cento tra i figli di genitori privi di diploma e raggiunge il 20 per cento nella terza circoscrizione. Nelle scuole primarie cittadine soltanto il 15,5 per cento degli alunni frequenta istituti con rientro pomeridiano; nella sesta circoscrizione la quota precipita all’1,3 per cento”, rimarcano.
Dispersione scolastica e origine familiare, il rischio di una “sentenza sociale”
Secondo Amendolia e Grasso, la condizione di NEET non nasce al compimento dei vent’anni, ma viene spesso preparata durante l’infanzia e l’adolescenza. “Il sillogismo è difficilmente confutabile. Se la condizione economica e culturale della famiglia incide sulla possibilità di completare gli studi; se l’abbandono scolastico aumenta il rischio di esclusione dal lavoro; se i servizi educativi risultano più deboli proprio nei territori maggiormente svantaggiati, allora il fenomeno dei NEET non nasce a vent’anni, ma viene preparato molto prima, spesso fin dall’infanzia”.
“La scuola- sottolineano- non può cancellare da sola tutte le disuguaglianze economiche e sociali. Può però impedire che quelle disuguaglianze vengano automaticamente trasmesse da una generazione all’altra. La scuola non può eliminare da sola le diseguaglianze sociali, ma può evitare di ereditarle e riprodurle. Quando, invece, mancano il tempo pieno, il sostegno alle famiglie, l’orientamento, la presenza di educatori e l’apertura pomeridiana degli istituti, l’origine familiare finisce per diventare una sentenza sociale”.
Tra scuola e lavoro manca un collegamento stabile
“La seconda causa è l’assenza di un collegamento organico tra istruzione, formazione professionale e sistema produttivo. Troppi ragazzi terminano la scuola senza conoscere le reali opportunità del territorio; troppe imprese lamentano la mancanza di competenze che nessuno ha provveduto a formare; troppi corsi vengono finanziati sulla base dell’offerta degli enti formativi, anziché della domanda effettiva di lavoro. Il risultato è un sistema frammentato, nel quale i percorsi di istruzione e formazione non riescono sempre a dialogare con i settori che potrebbero offrire concrete prospettive occupazionali”, sottolineano.
Porto, Università e turismo: le opportunità non sfruttate di Messina
Messina dispone di risorse che, almeno potenzialmente, potrebbero sostenere una politica di sviluppo e di occupazione giovanile. La città ospita un’Università, dispone di un porto di rilievo internazionale e presenta attività legate alla cantieristica, alla sanità, al turismo e al commercio. La posizione geografica dello Stretto potrebbe inoltre favorire lo sviluppo della logistica, dell’economia marittima, della ricerca e delle relazioni con i Paesi del Mediterraneo.
“Messina possiede un’università, un porto di rilevanza internazionale, attività cantieristiche, sanitarie, turistiche e commerciali, una collocazione geografica che dovrebbe favorire logistica, economia marittima, ricerca e rapporti mediterranei. Eppure queste potenzialità non sono state tradotte in una politica coordinata delle competenze“. Secondo Amendolia e Grasso, il problema non è quindi la totale assenza di settori produttivi o di opportunità potenziali, ma la mancanza di una strategia capace di trasformare queste risorse in formazione mirata e lavoro stabile.
Precarietà e fuga dei giovani qualificati da Messina
L’assenza di una politica coordinata produce un mercato del lavoro debole, caratterizzato soprattutto da impieghi precari, stagionali e poco retribuiti. “Il risultato è un mercato del lavoro debole e frammentato, nel quale prevalgono occupazioni precarie, stagionali o scarsamente retribuite. Il giovane più preparato parte; quello più fragile resta, accumula rifiuti, smette di cercare e diventa statisticamente invisibile”. Da una parte, i giovani con maggiori competenze scelgono spesso di lasciare Messina e la Sicilia alla ricerca di condizioni professionali migliori. Dall’altra, chi dispone di minori risorse economiche, sociali o formative rischia di rimanere intrappolato in un percorso fatto di rifiuti, inattività e progressivo allontanamento dalle istituzioni. “Il NEET è spesso proprio questo: non un giovane che ha scelto il nulla, ma un giovane che il sistema ha progressivamente smesso di cercare”, puntualizza.
Diritto allo studio e al lavoro, una questione costituzionale
Per Amendolia e Grasso, l’emergenza dei giovani NEET non è soltanto una questione economica o sociale, ma riguarda direttamente l’attuazione dei principi della Costituzione italiana. “La questione non è soltanto economica. È costituzionale. L’articolo 3, secondo comma, affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’eguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. L’articolo 4 non si limita a riconoscere il diritto al lavoro, ma impone di promuovere le condizioni che lo rendano effettivo. Gli articoli 34 e 35 tutelano il diritto all’istruzione e la formazione professionale”.
Scuola, formazione e servizi per il lavoro devono essere realmente accessibili
Secondo i due firmatari, non basta consentire formalmente a un giovane di iscriversi a scuola o di rivolgersi a un centro per l’impiego. È necessario che i servizi siano accessibili e capaci di accompagnare concretamente le persone verso l’autonomia. “Non si tratta, quindi, di garantire astrattamente a ogni giovane la facoltà di iscriversi a una scuola o di presentarsi a un centro per l’impiego. Occorre che scuola, formazione e servizi per il lavoro siano concretamente accessibili, efficaci e capaci di accompagnarlo verso l’autonomia“, evidenziano. Le responsabilità, viene sottolineato, riguardano tutti i livelli istituzionali. Lo Stato deve stabilire e garantire i livelli essenziali delle prestazioni. La Regione esercita funzioni decisive nella formazione professionale e nelle politiche attive del lavoro. I Comuni e le Città metropolitane devono invece organizzare i servizi sociali, educativi e di prossimità.
“La distribuzione delle competenze non autorizza nessuno a chiamarsi fuori. Lo Stato deve fissare e garantire i livelli essenziali delle prestazioni; la Regione è titolare di funzioni decisive in materia di formazione professionale e politiche del lavoro; Comuni e Città metropolitane, secondo il principio di sussidiarietà, devono organizzare sul territorio servizi sociali, educativi e di prossimità“, spiegano.
Programma GOL e Garanzia giovani, gli strumenti già esistono
Gli strumenti normativi e finanziari per affrontare l’emergenza, almeno formalmente, sono già disponibili. Il decreto legislativo numero 150 del 2015 ha riorganizzato la rete dei servizi per il lavoro. Il programma GOL ha previsto percorsi personalizzati e livelli essenziali delle prestazioni. La Garanzia europea per i giovani stabilisce inoltre che ogni persona con meno di trent’anni dovrebbe ricevere, entro quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema educativo, un’offerta qualificata di lavoro, studio, tirocinio o apprendistato. “Gli strumenti, almeno sulla carta, esistono. Il decreto legislativo n. 150 del 2015 ha riorganizzato la rete dei servizi per il lavoro; il programma GOL ha previsto livelli essenziali delle prestazioni e percorsi personalizzati; la Garanzia europea per i giovani stabilisce che ogni persona sotto i trent’anni dovrebbe ricevere, entro quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema educativo, un’offerta qualificata di lavoro, studio, apprendistato o tirocinio“, affermano.
La questione sollevata non riguarda quindi soltanto la disponibilità degli strumenti, ma la loro reale capacità di intercettare i giovani più distanti dalla scuola, dal mercato del lavoro e dalle istituzioni. “Se, nonostante norme, programmi e finanziamenti, la Sicilia continua a registrare percentuali tanto elevate, la domanda non è più quali strumenti manchino, ma perché quelli disponibili non riescano a raggiungere proprio i giovani più lontani dalle istituzioni”, rimarcano
Politiche per i giovani, no a corsi generici e tirocini sottopagati
Amendolia e Grasso escludono che l’emergenza possa essere affrontata con misure episodiche, corsi privi di un collegamento con il mercato del lavoro, bonus temporanei o tirocini scarsamente retribuiti. “La risposta non può consistere nell’ennesimo corso generico, nell’ennesimo tirocinio sottopagato o in un bonus destinato a esaurirsi senza lasciare competenze e occupazione”, proseguono. La prima necessità è individuare i giovani prima che si allontanino definitivamente dai servizi pubblici. Per questo viene proposta la creazione, a Messina, di una rete permanente tra scuole, Università, servizi sociali, centri per l’impiego, imprese e Terzo settore.
“Occorre innanzitutto individuare i giovani prima che scompaiano dai radar, creando a Messina una rete permanente tra scuole, università, servizi sociali, centri per l’impiego, imprese e Terzo settore. Bisogna intervenire già ai primi segnali di dispersione, rafforzare il tempo pieno nei quartieri più fragili, sostenere le famiglie e accompagnare individualmente chi abbandona gli studi”, puntualizzano.
Formazione professionale legata al lavoro reale del territorio
Un altro elemento centrale riguarda la necessità di costruire la formazione professionale sulla domanda effettiva delle imprese e sulle caratteristiche economiche del territorio messinese. I settori indicati sono la logistica portuale, l’economia del mare, la manutenzione, la sicurezza, il turismo culturale, i servizi sanitari e assistenziali, le tecnologie digitali, l’energia e la tutela ambientale.
“La formazione professionale deve essere costruita sulla domanda reale del territorio: logistica portuale, economia del mare, manutenzione e sicurezza, turismo culturale, servizi sanitari e assistenziali, tecnologie digitali, energia e tutela ambientale. I finanziamenti pubblici dovrebbero essere valutati non sul numero degli iscritti ai corsi, ma sulle qualifiche conseguite e sui contratti di lavoro prodotti“, affermano.
Giovani donne NEET, il peso dei compiti familiari e di cura
La condizione di NEET colpisce in modo particolare le giovani donne, soprattutto quando su di loro ricadono responsabilità familiari e assistenziali. “Servono, inoltre, trasporti accessibili, servizi per l’infanzia e misure di conciliazione, perché la condizione di NEET colpisce in modo particolare le giovani donne, soprattutto quando su di loro ricadono compiti familiari e di cura”. Per favorire l’accesso allo studio, alla formazione e al lavoro vengono quindi indicati come indispensabili servizi di trasporto accessibili, strutture per l’infanzia e misure che consentano di conciliare l’attività professionale con le esigenze familiari.
Risultati e risorse pubbliche, la richiesta di una verifica annuale
Ogni livello istituzionale, secondo Amendolia e Grasso, dovrebbe assumere obiettivi misurabili e rendere pubblici i risultati raggiunti. “Infine, ogni livello istituzionale dovrebbe assumere obiettivi verificabili e pubblicare annualmente risultati, risorse spese, giovani raggiunti, percorsi conclusi e occupazioni ottenute. Senza valutazione, anche la politica più generosa rischia di diventare soltanto distribuzione di denaro“. La trasparenza dovrebbe riguardare le risorse utilizzate, il numero dei giovani raggiunti, i percorsi completati e le occupazioni effettivamente ottenute. In assenza di valutazioni, anche gli interventi dotati di finanziamenti significativi rischiano di non produrre cambiamenti strutturali.
Messina possibile laboratorio contro l’emergenza NEET in Sicilia
Messina potrebbe diventare il territorio dal quale avviare una nuova strategia regionale contro l’inattività giovanile. “Messina può essere il laboratorio dal quale iniziare, non perché sia un’eccezione, ma perché concentra in forma particolarmente evidente una questione che riguarda tutta la Sicilia. La città non rappresenta infatti un caso isolato, ma concentra in modo particolarmente evidente difficoltà diffuse in tutta l’isola: dispersione scolastica, debolezza del mercato del lavoro, povertà educativa, precarietà e difficoltà di accesso ai servizi. La conclusione di Amendolia e Grasso sposta definitivamente la responsabilità dai giovani alle istituzioni. I NEET non rappresentano il fallimento di una generazione. Rappresentano il fallimento di istituzioni che hanno proclamato il diritto allo studio e al lavoro, ma non sono riuscite a costruire il ponte che conduce dall’uno all’altro. E una Repubblica fondata sul lavoro non può rassegnarsi a lasciare un’intera parte della propria gioventù sospesa nel vuoto”.



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