L’Italia è un Paese razzista? No, ma di questo passo lo diventerà presto

Una riflessione su immigrazione, sicurezza, integrazione e identità culturale, con l’appello a regole più rigorose e politiche efficaci

Per quanto assurda e inaccettabile possa a volte sembrare la realtà, la realtà è sempre la realtà! È proprio in virtù di questo che quella che segue ha la pretesa di essere un’analisi fredda, imparziale, priva di veli e di condizionamenti politici. Partiamo da un presupposto fondamentale: lo straniero, di qualsivoglia nazionalità sia, che viene a vivere in Italia deve adattarsi alla legislazione italiana, giammai il contrario! E, fatto di estrema importanza, non deve svolgere alcuna attività né esercitare pressioni a discapito della fede e delle usanze del Paese che lo ha accolto. Deve assolutamente astenersene! Se non altro per mero senso di gratitudine nei confronti del Paese che li ha accolto.

Per anni, guidati dal nostro buonismo e dal rispetto nei confronti di chi sta peggio, abbiamo accolto a braccia aperte ogni richiedente asilo. Venivano da guerre, fame, dittature e sembrava non chiedessero che di poter vivere una vita dignitosa. Questo ci ha toccato il cuore e l’anima, e ci ha fatti sentire orgogliosi di poter contribuire al sogno di chi sperava in un futuro di benessere e di speranza, diritto di ogni essere umano. Non avevamo ancora fatto i conti con la realtà! Abbiamo, com’è giusto che sia, dato loro ospitalità, lavoro, affetto e speranza; abbiamo cercato in ogni modo di aiutarli a integrarsi nella nostra società. Abbiamo fatto questo e molto di più. Quello che ci saremmo aspettati in cambio era un minimo di gratitudine. Siamo stati ripagati invece con la più cruda e spietata delle monete. Ora, di fronte all’incapacità dello Stato di gestire i flussi, garantire la sicurezza e pretendere il rispetto delle regole, la tolleranza del popolo si è esaurita.

Di fronte alle barbarie che negli ultimi anni hanno funestato le nostre città per mano di coloro che abbiamo accolto, la reazione della gente è diventata intollerante

Di fronte alle barbarie che negli ultimi anni hanno funestato, e che tuttora funestano, le nostre città per mano di coloro che abbiamo accolto, la reazione della gente è diventata intollerante; e lo sarà sempre di più. All’orizzonte, la spinta verso un’autotutela esasperata si profila come un destino inevitabile. L’aspetto più oscuro — e mi auguro di sbagliarmi — è che si tratterà di una reazione proporzionata ai soprusi che stiamo subendo. È la dura legge dei fatti! I nostri centri urbani, le stazioni e le periferie sono ormai giungle dove la microcriminalità dilaga e dove si rischia di morire per poche decine di euro.
Certo, non tutti coloro che giungono da terre lontane sono inclini alla violenza. Vi è chi si spezza la schiena dall’alba al tramonto, lavora onestamente e apprezza l’aiuto che gli è stato dato.

A costoro tributiamo il nostro più profondo rispetto e la nostra ammirazione. Tuttavia, vi è un altro tassello cruciale — e che nessuno osi sottovalutare! — che ha iniziato ad alimentare il fuoco dell’inquietudine: ci sono coloro che, pur lavorando e conducendo un’esistenza ordinaria all’ombra del Paese che li ospita, nutrono un risentimento occulto per quest’ultimo. O, per meglio dire, per la sua cultura, la sua religione e il suo modo di vivere in democrazia. Per loro tutto ciò è tabù, e lo combattono, con l’obiettivo di soppiantarlo quanto prima con la propria visione del mondo.

Il crollo demografico

Di questo passo, sotto i colpi del drammatico crollo demografico che devasta il nostro Paese e di fronte alla massiccia avanzata di popoli provenienti da altre parti del mondo, tra pochi anni l’Italia non sarà più come la conosciamo. L’Italia, e l’intero continente europeo, rischiano di smarrire la propria anima, assorbite da un’identità più fondamentalista e intollerante. Lentamente, il Crocifisso verrà bandito dalle aule scolastiche, il Natale e la Pasqua saranno cancellati dai calendari, le nostre chiese torneranno a essere catacombe, i simulacri dei nostri santi ridotti in polvere e le storiche feste patronali sradicate dalla memoria. I nostri pronipoti si ritroveranno, un giorno, al richiamo del mezzogiorno, chinati verso la Mecca, sottomessi a orazioni che non ci appartengono.

E quindi, alla fatidica domanda: “Stiamo davvero diventando razzisti?”, la risposta risuona affermativa, se si accetta l’etichetta che l’ipocrisia contemporanea attribuisce a chiunque provi a difendersi. Lo diventeremo molto presto, ma non per intolerance etnica o odio biologico, bensì per necessità di sopravvivenza culturale.
Se per la narrazione dominante “essere razzisti” significa ergere uno scudo a difesa delle proprie città contro l’anarchia; se significa correre in soccorso di un’anziana derubata in strada da mani straniere; se significa strappare una fanciulla dalle grinfie di chi non rispetta la dignità della donna; se significa battersi per difendere l’altare della propria fede, della propria storia e della propria identità… allora sì: presto l’Italia si ergerà come uno dei bastioni più rigidi e intransigenti del mondo. Io mi auguro solo di non dover mai vivere fino a quel giorno, e che le istituzioni abbiano finalmente il coraggio di agire ora con leggi severe, controlli rigorosi e politiche di integrazione reali o di espulsione immediata per chi delinque. Perché non vorrei che, a forza di rincorrere il presente nell’inerzia, ci fossimo già giocati il futuro!