I luoghi comuni sui caratteri distintivi dei melitoti si tramandano di generazione in generazione, ma tali sono e non ci abbiamo mai creduto. Dopotutto, sono analoghi per molti altri centri della provincia reggina. Quello che è successo ieri però ha del fantascientifico e ci impone una profonda, cinica e divertita riflessione sul vittimismo dei melitoti, appunto. Tutto trae origine da una normalissima operazione di controllo del territorio. Ieri mattina arriva in redazione un comunicato stampa ufficiale dei Carabinieri che noi di StrettoWeb, seguendo le ferree e imprescindibili leggi della deontologia professionale, pubblichiamo in rigorosa modalità originale, fedele e senza modifiche. Come accaduto in tutte le altre testate giornalistiche. La regola, imposta dall’Ordine dei Giornalisti e dalle leggi dello Stato, è inequivocabile: i testi inviati dalle forze dell’ordine non si alterano, per non intaccare la responsabilità e la precisione di contenuti estremamente delicati.
Nel testo originale, i militari dell’Arma precisavano a chiare lettere che proseguivano senza sosta i controlli della Compagnia di Melito di Porto Salvo lungo il litorale jonico reggino, e si faceva esplicito riferimento a un “mirato servizio di controllo presso uno stabilimento balneare sequestrato della zona“. Ebbene, essendo Melito il fulcro urbano principale e il crocevia indiscusso di tutta quell’area, la titolazione ha seguito una logica giornalistica e geografica elementare: “Melito Porto Salvo, controlli in uno stabilimento balneare: attività sospesa e maxi sequestro“. Apriti cielo.
La lesa maestà geografica e l’insurrezione del Comune
Invece di concentrarsi sul fatto – peraltro lodevole e rassicurante – che le autorità vigilino costantemente sulla sicurezza, sul contrasto al lavoro sommerso e sulla tutela della salute, si è scatenata una vera e propria crisi diplomatica istituzionale. Il Comune, sentendosi colpito nel proprio orgoglio patrio, ha diramato una nota ufficiale per precisare piccato che no, la struttura incriminata non ricadeva nei sacri, inviolabili e millenari confini comunali. Da professionisti dell’informazione, abbiamo tempestivamente pubblicato la risposta dell’Amministrazione con pari dignità e medesimo risalto della notizia principale, illudendoci che l’incidente diplomatico si fosse serenamente chiuso. Pura utopia. Il provincialismo era appena sceso in trincea. A Melito, il vittimismo stava già dilagando.
I leoni da tastiera e le mirabolanti teorie dei complottisti
Sui social network, l’eco della vicenda ha assunto istantaneamente contorni epici, sfociando nella commedia dell’arte. Alcuni residenti locali si sono lanciati in invettive appassionate, accusando la nostra testata (!!!) di orchestrare una spietata e sistematica campagna denigratoria. C’è chi ha sbraitato, con piglio eroico e l’indice fieramente puntato: “Come ogni anno, nessuno escluso, cercano di buttare fango… Piuttosto voi di Stretto Web evitate di venire qui visto che non è di Vs gradimento“. Ma l’apice assoluto del surrealismo lo hanno toccato i complottisti dell’internet. Una melitota, evidentemente novello genio dell’informatica investigativa, ha insinuato nei commenti che, cliccando sull’articolo della smentita, comparisse un banner pubblicitario impossibile da chiudere. La tesi? Una diabolica macchinazione tecnica ordita dalla nostra redazione per oscurare la verità e impedire la lettura della sacra rettifica. Come se l’algoritmo di distribuzione pubblicitaria avesse sviluppato una coscienza antimelitese, o come se su un giornale online i banner potessero essere programmati per sabotare selettivamente il buon nome della cittadina su una singola, specifica pagina. Un capolavoro di dietrologia applicata al web.
Il cortocircuito logico e la realtà dell’hinterland
Questa pittoresca levata di scudi ci offre un meraviglioso assist per una riflessione più ampia sul concetto di hinterland. Quando accade qualcosa a Fiumicino o a Ciampino, comuni autonomi dal punto di vista amministrativo, la stampa nazionale titola serenamente “Roma”, e nessun cittadino capitolino si straccia le vesti accusando i giornali di infangare la Capitale con vili menzogne. Lo stesso identico meccanismo linguistico vale per le notizie etichettate genericamente come “Reggio Calabria” quando riguardano i suoi innumerevoli comuni limitrofi o la sua vasta provincia. Nessuno infanga Melito di Porto Salvo raccontando la chiusura di un lido o un controllo ispettivo delle forze dell’ordine. Succede ovunque, ogni singolo giorno, in tutti i comuni del territorio, e non rappresenta certo un motivo di onta o di fango collettivo. Se lo stabilimento in questione non ricadeva al millimetro nel territorio comunale melitese ma magari in quello dei vicini e pittoreschi comuni di Roghudi, Montebello o San Lorenzo, resta inoppugnabile il fatto che graviti fisiologicamente attorno al principale centro urbano di riferimento. Sede dei Carabinieri. Un motivo di vanto, semmai, non certo di fango. Al contrario, sarebbe stato – altrettanto surreale ma meno assurdo – che a lamentarsi fossero state amministrazioni e cittadini del territorio comunale del lido controllato: “perchè avete scritto Melito se i protagonisti siamo noi? Parlate di noi!“.
L’amara verità dietro il provincialismo
La triste e ironica verità è che nessuno ha mai pensato di denigrare la cittadina jonica, se non i suoi stessi paladini. Reagire a una normale notizia di cronaca con un atteggiamento costantemente sulla difensiva, sguainando la spada per questioni di pura lana caprina, è l’essenza stessa di questo bizzarro fenomeno. È una vera e propria sindrome da accerchiamento che trasforma un banale riassunto topografico in un intrigo internazionale ai danni della cittadinanza. Forse, prima di gridare ossessivamente al complotto mediatico e lanciare anatemi contro i giornalisti rei di applicare la logica e le regole del proprio mestiere, bisognerebbe sorridere un po’ di più, deporre le armi dell’indignazione a comando e accettare con serenità intellettuale che la geografia e la cronaca, molto spesso, richiedono solo una pratica e innocente sintesi. Cosa cambia e a chi, se lo stabilimento in questione fosse fuori o dentro per 100 o 200 metri dal confine amministrativo del comune di Melito? Assolutamente nulla.


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