Tiene banco lo sdegno verso i toni del neoacquisto di un certa sinistra Enzo Iacchetti che sui palchi delle serate estive arringa le folle senza esimersi dal linguaggio da bettola e i turpiloqui che lo hanno portato allo scoperto. E se ci si limitasse a questo, ci sarebbe solo da deplorare che il dibattito politico sia sceso a livelli così infimi. Ma più che il singolo personaggio, sarebbe da deplorare chi gli mette davanti una platea e un microfono: simili arringatori di folle infatti ci sono sempre stati, ma in altri tempi si aveva la decenza di tenerli lontani dal proscenio con il tacito accordo che il dibattito politico non dovesse scendere al di sotto di un certo livello.
Da Iacchetti frasi sciocche in cerca di consenso facile
Adesso invece ci sono certi apprendisti stregoni che non si fanno scrupoli di ricorrere a simili bassezze pur di andare incontro alla piazza e conquistare un certo elettorato. Senza rendersi conto che poi ne resteranno prigionieri e ne subiranno il diktat. Frasi sciocche in cerca di consenso facile. Inviti a morire o ad andare a sostituire i disperati nei campi di pomodori rivolti a vari ministri della repubblica. Mentre invece non si chiede neanche se sia sbagliata la schiavitù in sé di quei lavoratori. Li volete remigrare? E dopo ai raccolti chi ci pensa? Allora mandateci il ministro a cogliere i pomodori a un euro l’ora. Ecco dunque a cosa servono i neri che arrivano dalla Libia con i gommoni. Se non altro questa sinistra ha il coraggio della sincerità.
Ma al di là di queste gentilezze credo che sfugga la motivazione di fondo di queste intemperanze, e cioè che come al solito in Italia si continua a confondere la persona con il personaggio. Eppure se in questo paese ci fosse un po’ di serietà e si guardassero le cose al di là delle urla tutto apparirebbe straordinariamente semplice (e tragico).
Io non so se Iacchetti creda davvero a tutte le cose che dice
Io non so se Iacchetti creda davvero a tutte le cose che dice e quanto sia onesta questa sua ritrovata passione per il credo comunista. Ma il tutto mi puzza molto di finzione, come di quegli abiti che gli attori indossano nei camerini prima di andare sul palco. Basterebbe dare un’occhiata alle date. Un uomo che partito da cabarettista si ritrova improvvisamente in televisione e attraverso questa, nella società dello spettacolo che amplifica a dismisura tutto, si ritrova d’un tratto ricco e famoso. Poi ad un tratto sente che quella stagione sta per finire e non è facile rassegnarsi. La sua trasmissione sta per chiudere, e in un mondo che si prende a gomitate per un buco ricollocarsi è quasi impossibile: c’è gente che è finita a vendere pentole e materassi negli spot e già la considera una fortuna. Ma ecco che ha un colpo di genio: si reinventa il personaggio, alla Sgarbi. Da comico a opinionista politico.
Ma non bisogna essere uno qualsiasi: anche di quelli ce ne sono fin troppi accalcati nei salotti televisivi. Bisogna sapersi distinguere, essere uno di quelli di cui non si può fare a meno, di quelli che si mettono a urlare negli studi. L’occasione gli viene offerta: è ospite in una trasmissione politica (non si capisce a che titolo): ora o mai più, non si avranno altre opportunità, bisogna darci dentro, fare quello che gli altri non osano, essere la voce dell’uomo del bar: c’è la sua carriera da preservare. L’interlocutore è un intellettuale ebreo molto compito, e allora per l’occasione scattano urla sguaiate, insulti della peggiore specie, inviti a prenderlo a pugni, gli grida di sopra perché tanto lui non ha diritto neanche di replicare. Lo spettacolo è immondo ma la moderatrice lascia fare, tanto tutto fa audience, e questa si promette alta. Sembra un esagitato, ma è tutto studiato. Alla fine ci sarà riuscito?
Nel paese dei Landini, delle continue sfilate e delle città messe a ferro e fuoco non ci sono dubbi, ecco nascere un nuovo leader. Dal cabaret alla politica, anzi, alla politica-cabaret. Il primo a felicitarsene è Andrea Scanzi nel suo blog, che due giorni fa lo accompagnava entusiasta alla serata pianoforte sulle colline toscane: “Daje Enzo”. D’altronde lui ha sempre detto che i veri artisti devono schierarsi sennò non sono tali (schierarsi, s’intende, a sinistra) e ha sempre criticato Fiorello che non ha mai preso pubblicamente una posizione politica: se non ti schieri non sei un vero artista. E questa, che qui è detta quasi con amenità è la concezione gramsciana che durante l’epoca sovietica divenne la visione zdanovista: l’arte deve essere funzionale alla politica, altrimenti non è arte (ne sanno qualcosa i vari artisti che in passato la provarono sulla loro pelle: qui in Italia solo a prezzo dell’isolamento sociale, ma altrove anche con il carcere).
Arte e cultura non sono altro che un’appendice funzionale dell’ideologia, uno strumento di lotta politica
Insomma, arte e cultura non sono altro che un’appendice funzionale dell’ideologia, uno strumento di lotta politica. E con Iacchetti tutto questo torna alla grande e nella sua dimensione primitiva. Il comico che vuole essere politica ma che, se ancora si riesce a rifletterci sopra riesce solo, ma in senso pirandelliano, ad essere umoristico. In uno sfondo di malinconia sia per chi è costretto a farlo per aggrapparsi in qualche modo a un riflettore sia per tutti quelli che, nonostante tutto, riescono ancora a trovarci da ridere.


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