Il fastidio di pensare – Il nuovo che avanza

Da tempo si va diffondendo e sempre più radicando per l’Occidente una sorta di abominio mentale che si riassume nella cultura woke

Una congolese rappresenterà adesso, per quel che valgono questi concorsi, la bellezza di Bologna. Da un punto di vista estetico non c’è nulla da eccepire: la ragazza è davvero molto bella (e poi è una femmina, che se oggi è un’ovvietà, per come vanno le cose vorrei vedere in questi concorsi tra una decina d’anni) e questo dovrebbe chiudere ogni discussione sulla decisione dei giudici. Ma poi sembra esser trapelato, e non sappiamo quanto sia vero, che al di là di meri e banali giudizi estetici di quella che vorrebbe essere la bellezza tipicamente italiana o bolognese si è scelto anche di promuovere determinati modelli culturali e di inclusione. Ci risiamo. Qualche riflessione, sia pure oziosa e spassionata come tutte quelle che si fanno sotto il sole estivo, viene da farla anche in base a tutte le osservazioni che ha suscitato il mormorio di quanti hanno osservato che una bellezza così lontana dagli standard nostrani si sia appropriata di questo titolo.

Non ci discostiamo alquanto dalle osservazioni “vannacciane” sulla presunta “italianità”

Non ci discostiamo alquanto dalle osservazioni “vannacciane” sulla presunta “italianità” (anche perché, tra siciliani e veneti, non sapremmo proprio dove andarla a cercare) e premettiamo anche che se si viene ammessi a un concorso (e la ragazza aveva tutti i requisiti) si deve certamente poi avere anche la possibilità di poterlo vincere. E ci riteniamo quindi affatto aperti, più di quanto per esempio immaginiamo la vittoria di una ragazza ancorché bellissima ma di pelle chiara ad un concorso simile a Lagos o a Yaoundé sarebbe potuta avvenire senza che la giuria sarebbe scampata ad un linciaggio.

Ma appunto proprio perché queste cose succedono ogni volta in alcune città italiane da sempre patrimonio politico e culturale di una certa sinistra d’avanguardia ci si viene da chiedere quanto di queste elezioni siano dovute ad effettivi meriti e quanto vi abbia anche contribuito certa ipocrisia progressista. Che magari tra diversi candidati sceglie, per attirare l’attenzione, quello con la carnagione scura per dimostrare, forse senza neanche crederci, che si è sempre un passo oltre, che è il modo moderno di èpater la bourgeoise di una sinistra senza altre idee. Di esempi se ne potrebbero fare a iosa, credo ben radicati nella memoria collettiva: si pensi solo a qualche mese fa quando Eugenio Giani, fresco di rielezione in una delle altre capitali del progressismo italiano, si prese come vicepresidente della regione toscana una giovanissima studentessa senegalese. E se avesse avuto dei titoli ineccepibili da sfoggiare nessuno avrebbe avuto nulla da ridire, ma siamo proprio sicuri che non ci fosse qualcuno più maturo dei suoi ventitre anni che sapesse svolgere meglio l’incarico, magari anche tra gli autoctoni? E ci viene da pensare, malignamente forse, che ai vari Sumahoro, Kyenge e via dicendo, a determinare una certa scalata politica ci sia stato un fattore determinante a cui un italiano dalla pelle chiara non aveva nulla da opporre.

Noi non guardiamo la carnagione e sappiamo bene che l’Italia è in trasformazione

Ora noi non guardiamo la carnagione e sappiamo bene che l’Italia è in trasformazione e le nuove generazioni si troveranno una società completamente diversa rispetto a quella in cui siamo cresciuti noi. Le migrazioni fanno parte dei processi storici umani, e cambiano le strutture sociali: siamo d’accordo. Però vorremmo, appunto, che come noi italiani alla vecchia maniera queste cose le accettiamo con spirito di apertura non dovessimo però neanche essere sfiorati, dico solo sfiorati, dal sospetto che come essere di pelle chiara non dovrebbe costituire un vantaggio non si vada però alla fine tramutando neanche in un peso.

Noi speriamo solo che la giuria la abbia eletta con onestà e senza riserve mentali appesantite da falsi progressismi

Il caso di una bella ragazza africana che da adesso rappresenterà in giro la bellezza emiliana, con tutte le ironie e qualche sarcasmo fuori luogo che ne è seguito, è per adesso solo una curiosità giornalistica. Noi speriamo solo che la giuria la abbia eletta con onestà e senza riserve mentali appesantite da falsi progressismi, e ci basta questo. Ma da tempo si va diffondendo e sempre più radicando per l’Occidente una sorta di abominio mentale che si riassume nella cultura woke che ha tra i suoi capisaldi l’imbecillità di un senso di colpa storico da riparare nei confronti di un po’ tutto il resto del mondo e che ha finito per creare (tra l’altro) femminismi abominevoli e razzismi al contrario, appena coperti con gli stracci del political correct.

Alla fine, se ci si chiede da dove vengono i vari Vannacci si può tranquillamente venirli a cercare qui: in una maggioranza silenziosa ormai al limite della sopportazione. L’errore è sempre quello di pensare che chi sta zitto per evitare polemiche in realtà sia anche d’accordo. Fino a che, appunto, non vengono partoriti dei mostri che, fino a che sono piccoli, causano sorrisi di disprezzo e commiserazione e li si crede solo un gruppo alla deriva in un mondo felice di benpensanti. Ma poi si scopre d’improvviso che sono diventati troppo grandi e allora poi è anche molto difficile contrastarli.