Il caso Mario Roggero è diventato uno dei più discussi esempi italiani del difficile confine tra legittima difesa, reazione a una rapina e uso della forza quando il pericolo non è più considerato attuale. Il 28 aprile 2021 la gioielleria di Roggero, a Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo, fu assaltata da tre rapinatori. Dopo l’uscita dei malviventi dal negozio, il commerciante li inseguì all’esterno e aprì il fuoco. Andrea Spinelli e Giuseppe Mazzarino morirono, mentre Alessandro Modica rimase ferito. In primo grado il gioielliere era stato condannato a 17 anni di reclusione. La Corte d’Assise d’Appello di Torino aveva poi ridotto la pena a 14 anni e 9 mesi, decisione diventata definitiva il 15 luglio 2026 dopo il rigetto del ricorso da parte della Corte di Cassazione.
Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, Roggero non avrebbe sparato durante lo svolgimento della rapina o per respingere un’aggressione ancora in corso. Al momento dei colpi, infatti, l’azione dei rapinatori era stata considerata conclusa: gli uomini erano già usciti dal negozio e stavano tentando di allontanarsi. Per questa ragione è stata esclusa la legittima difesa, fondata sul presupposto dell’esistenza di un pericolo attuale.
Perché Mario Roggero è stato condannato
Il punto centrale della sentenza non è stato il diritto del gioielliere a difendersi durante l’assalto, ma ciò che è avvenuto nei momenti immediatamente successivi. Per la giustizia italiana, la difesa legittima può essere riconosciuta quando esiste la necessità di proteggere sé stessi o altre persone da un pericolo ingiusto e ancora attuale. Quando la minaccia è terminata, l’inseguimento e l’uso dell’arma possono assumere una natura offensiva o ritorsiva.
È precisamente su questa distinzione temporale che si è basata la condanna di Roggero. La Cassazione ha confermato la responsabilità per l’uccisione dei due uomini e per il ferimento del terzo, rendendo definitiva la pena di 14 anni e 9 mesi di carcere.
Una conclusione giudiziaria che non ha però chiuso il dibattito pubblico. Al contrario, il caso ha alimentato nuove polemiche sulla tutela di commercianti, imprenditori e cittadini che subiscono rapine, spesso dopo aver già vissuto precedenti episodi criminali.
Le polemiche sulla condanna del gioielliere
La condanna di Mario Roggero ha diviso profondamente l’opinione pubblica. Da una parte, molti osservatori ritengono che la sentenza abbia applicato un principio fondamentale dello Stato di diritto: una volta cessato il pericolo, la vittima di un reato non può trasformarsi in giudice ed esecutore del responsabile.
Dall’altra, numerosi cittadini e rappresentanti politici considerano la pena eccessivamente severa nei confronti di un uomo che aveva appena subito una rapina e che sosteneva di avere agito per difendere la propria famiglia e la propria attività.
Le polemiche si concentrano soprattutto sulla distanza tra la percezione emotiva di chi subisce un assalto e la valutazione giuridica compiuta successivamente in tribunale. In una situazione concitata, sostengono i difensori del gioielliere, distinguere con precisione il momento in cui il pericolo termina può risultare estremamente difficile.
Per i giudici, tuttavia, la paura e lo stato di agitazione non possono giustificare qualsiasi reazione. Il nodo rimane quindi quello della proporzionalità della difesa e dell’attualità della minaccia, elementi che devono essere valutati attraverso le prove, le immagini disponibili e la dinamica concreta degli spari.
Risarcimento da 780.000 euro alle famiglie dei rapinatori
A rendere il caso ancora più controverso è la parte economica della sentenza. Oltre alla pena detentiva, sono diventate definitive le provvisionali per complessivi 780.000 euro destinate ai familiari di Andrea Spinelli e Giuseppe Mazzarino.
Al rapinatore sopravvissuto, Alessandro Modica, è stata invece riconosciuta una provvisionale di 10.000 euro per il ferimento subito. Le somme rappresentano anticipi immediatamente esecutivi sul risarcimento, mentre l’eventuale quantificazione complessiva dei danni può proseguire in sede civile.
È proprio questo aspetto ad avere suscitato le reazioni più dure. Per una parte dell’opinione pubblica appare incomprensibile che una persona rapinata debba versare centinaia di migliaia di euro ai parenti degli autori dell’assalto e una somma anche al complice rimasto ferito.
Dal punto di vista giuridico, però, la partecipazione delle vittime alla rapina non elimina automaticamente la tutela della loro vita e della loro integrità fisica. La responsabilità per il reato commesso dai rapinatori e quella per gli spari esplosi quando la minaccia era cessata vengono valutate separatamente.
Il principio è che chi commette una rapina deve essere perseguito per la rapina, ma ciò non autorizza un privato a ucciderlo quando non rappresenta più un pericolo immediato. Questa impostazione, pur coerente con la ricostruzione giudiziaria, continua a essere percepita da molti come uno squilibrio: il commerciante finisce in carcere ed è obbligato al risarcimento, mentre il ruolo criminale delle persone coinvolte nell’assalto sembra passare in secondo piano.
I casi Roggero nel resto del mondo
Nel resto del mondo esistono casi simili a quello di Mario Rogger? E come sono stati trattati dalla giustizia? Analizziamo alcuni fatti di cronaca che presentano dinamiche simili e vediamo i risvolti giuridici in base alla legge vigente al di fuori dell’Italia.
Il caso Jerome Ersland del 2009 in Oklahoma
Un caso per alcuni aspetti simile a quello di Mario Roggero è quello che avvenne negli Stati Uniti nel 2009, all’interno della Reliable Discount Pharmacy di Oklahoma City. Il farmacista Jerome Ersland subì un tentativo di rapina da parte di due giovani. Durante la prima fase dell’assalto, Ersland sparò al sedicenne Antwun Parker, colpendolo alla testa e facendolo cadere a terra. L’altro giovane fuggì dal negozio e il farmacista lo inseguì brevemente all’esterno.
Ersland rientrò poi nella farmacia, prese un’altra arma e sparò altri cinque colpi contro Parker, che si trovava a terra e non costituiva più, secondo l’accusa, una minaccia effettiva. Le risultanze processuali attribuirono la morte del ragazzo ai successivi colpi esplosi all’addome.
Anche Ersland sostenne di avere agito per legittima difesa e per proteggere le persone presenti nella farmacia. La giuria americana, però, ritenne che la difesa fosse terminata nel momento in cui il rapinatore era stato neutralizzato (primo colpo, ritenuto legittimo).
I successivi cinque colpi non furono quindi considerati una reazione necessaria per fermare l’assalto, ma un’azione omicida compiuta contro una persona ormai inerme. Nel 2011 il farmacista fu dichiarato colpevole di omicidio di primo grado e condannato all’ergastolo. La condanna fu successivamente confermata in appello.
La differenza più significativa tra i due casi riguarda il trattamento riservato ai partecipanti alla rapina. Nel procedimento americano, anche due complici coinvolti nell’organizzazione dell’assalto alla farmacia, Chantelle Tillery e Marqus Wright, furono riconosciuti colpevoli di omicidio di primo grado e condannati all’ergastolo.
L’applicazione della cosiddetta felony murder rule, prevista dall’ordinamento dell’Oklahoma, consente infatti di attribuire una responsabilità per omicidio ai partecipanti a un grave reato quando, durante la sua esecuzione, una persona perde la vita. Il principio può trovare applicazione anche quando la persona morta è uno degli stessi rapinatori e il colpo mortale è stato materialmente esploso da un soggetto esterno al gruppo criminale.
I complici non furono trattati come persone estranee alla morte del loro compagno e non ricevettero un risarcimento nel processo penale per quella morte. Al contrario, furono considerati corresponsabili delle conseguenze letali prodotte dal reato a cui avevano preso parte. Non c’è traccia di risarcimento alle vittime.
Il caso Min Sik Kim negli USA
Nel 2016 Kim, proprietario di un minimarket a Spanaway, sorprese Jakeel Mason, ventunenne sospettato di avere rubato alcuni prodotti. Il giovane tentò di fuggire dal negozio e il commerciante gli sparò, colpendolo mortalmente alla schiena.
Kim sostenne di avere temuto per la propria sicurezza, ma il punto decisivo fu che, al momento dello sparo, Mason si stava allontanando e non rappresentava più una minaccia immediata. Il commerciante fu condannato a poco più di otto anni di carcere.
Francia: il caso del gioielliere Stephan Turk
L’11 settembre 2013 Stephan Turk, gioielliere di Nizza, fu aggredito nel proprio negozio da due rapinatori mascherati e armati di fucili a pompa. Dopo avere preso gioielli e circa 12.000 euro, i due fuggirono su uno scooter. Turk recuperò un’arma, uscì dal negozio e sparò tre volte. Uno dei proiettili colpì alla schiena e uccise il diciannovenne Anthony Asli, passeggero dello scooter.
La giustizia francese escluse la legittima difesa perché gli aggressori erano ormai in fuga e la reazione non si era verificata contemporaneamente all’aggressione. Nel 2018 Turk fu condannato a cinque anni di reclusione con sospensione condizionale, per violenza volontaria con arma che aveva provocato la morte senza intenzione di darla.
Rispetto al caso italiano, è presente una differenza notevole nella pena: 14 anni e 9 mesi per Roggero, contro una pena interamente sospesa per Turk.
Spagna: José Manuel Lomas, condanna e risarcimento alla famiglia dell’intruso
Il caso spagnolo più significativo riguarda José Manuel Lomas, libraio in pensione di Ciudad Real. Nell’agosto 2021 Lomas sorprese di notte nella propria tenuta Nelson David Ramírez, entrato nella proprietà con una motosega spenta. L’anziano gli puntò contro un fucile e sparò due volte al torace, uccidendolo.
In primo grado fu condannato a sei anni e tre mesi per omicidio con dolo eventuale. In appello la pena fu ridotta a nove mesi e quattro giorni, perché il tribunale riconobbe una situazione di legittima difesa, ma giudicò la reazione sproporzionata: secondo i giudici, Lomas aveva adottato una condotta troppo drastica senza valutare alternative meno lesive.
La parte civile è particolarmente vicina alle polemiche del caso Roggero. Lomas fu inizialmente condannato a pagare 153.000 euro ai familiari dell’intruso; in appello la somma fu ridotta a 52.000 euro, oltre a interessi e spese processuali. Il caso provocò manifestazioni, richieste di grazia e una raccolta fondi per impedire all’anziano di vendere la propria abitazione.
Anche qui, appena 9 mesi di condanna e una somma estremamente più bassa come risarcimento.
Regno Unito: Tony Martin e i colpi contro i ladri in fuga
Nel Regno Unito il caso più noto è quello del fattore Tony Martin. Nell’agosto 1999 due ladri, Fred Barras, di sedici anni, e Brendon Fearon entrarono nella sua fattoria nel Norfolk. Martin sparò tre colpi con un fucile detenuto illegalmente, uccidendo Barras e ferendo Fearon.
Le prove mostrarono che i due intrusi erano stati colpiti mentre si stavano allontanando; Barras fu raggiunto alla schiena. Martin sostenne di avere agito per paura e autodifesa, ma venne inizialmente condannato per omicidio. La condanna fu poi trasformata in manslaughter, equivalente in questo contesto a un omicidio con responsabilità attenuata, per la riconosciuta diminuzione della capacità dovuta a un disturbo paranoide della personalità. Scontò circa tre anni di carcere.
La differenza principale è che Martin agì nella propria abitazione e usò un’arma illegalmente detenuta. Inoltre, la riduzione della condanna non derivò dal riconoscimento della legittima difesa, ma soprattutto dalla sua diminuita responsabilità psichica.
Germania: il pensionato di Stade che sparò ai rapinatori in fuga
In Germania è rilevante un caso deciso dal Tribunale regionale di Stade nel 2014. Un pensionato, esperto cacciatore, reagì a una rapina sparando contro gli autori mentre fuggivano con il bottino. Uno dei rapinatori morì. Il tribunale riconobbe che l’aggressione al patrimonio non era necessariamente del tutto conclusa, perché i malviventi avevano ancora con sé la refurtiva; giudicò tuttavia non necessario sparare all’altezza del torso.
Secondo i giudici, un tiratore esperto avrebbe potuto ricorrere a strumenti meno pericolosi, come colpi di avvertimento o diretti alle gambe. L’uomo fu condannato per un’ipotesi attenuata di omicidio a nove mesi di reclusione con pena sospesa, tenendo conto della forte condizione di paura e stress.
Il precedente è interessante perché il diritto tedesco può considerare ancora in corso l’aggressione patrimoniale mentre il ladro fugge con il bottino. Ciò non significa, tuttavia, che sia automaticamente lecito sparargli mortalmente.
La giurisprudenza tedesca ribadisce che l’arma da fuoco letale deve costituire l’ultimo mezzo disponibile. Quando possibile, occorre prima minacciare l’uso dell’arma, sparare colpi di avvertimento o mirare a parti meno vitali. Nel 2022 anche la Corte federale di giustizia ha dichiarato non necessari alcuni colpi indirizzati al torso di persone in fuga, perché il tiratore avrebbe potuto utilizzare modalità meno pericolose.
Austria: il proprietario di Salisburgo assolto dopo avere ucciso un ladro
Il caso austriaco più interessante è avvenuto a Salisburgo nel luglio 2025. Un uomo di 66 anni sorprese una coppia entrata nella sua abitazione per rubare. Secondo l’accusa, dopo alcuni colpi di avvertimento i due intrusi abbandonarono la refurtiva e fuggirono verso il giardino. Il proprietario li seguì e sparò contro il ladro, colpendolo alla nuca da una distanza superiore a nove metri. L’uomo morì successivamente in ospedale.
La procura sostenne che non vi fosse più alcuna situazione di legittima difesa: il ladro era in fuga e il colpo alla nuca appariva incompatibile con una minaccia immediata. Per questa ragione il proprietario fu arrestato e rinviato a giudizio per omicidio.
Durante il processo del maggio 2026, tuttavia, l’imputato dichiarò di avere visto il ladro voltarsi con un oggetto metallico in mano e di averlo scambiato per un coltello. In realtà si sarebbe trattato di un disco da taglio. I giurati accolsero la tesi dell’erronea percezione di una situazione di legittima difesa e lo assolsero dall’accusa di omicidio.


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