Il cosiddetto “decreto anti-maranza” e le nuove misure rivolte ai minorenni non possono rappresentare, da sole, una risposta efficace alla violenza giovanile. È la posizione espressa dall’Associazione IPAZIA di Reggio Calabria, che attraverso la presidente Franca Milazzo invita le istituzioni ad affiancare agli strumenti repressivi un investimento strutturale nell’educazione, nel welfare, nella prevenzione culturale e nei percorsi di reinserimento sociale. Al centro dell’intervento dell’associazione vi è il recente provvedimento del Consiglio dei Ministri che, secondo quanto riportato nella nota, introduce l’imputabilità presunta dei minori tra i 14 e i 18 anni, estende ai minorenni il fermo di prevenzione e prevede il divieto di aggregazione. Misure sulle quali IPAZIA pone un interrogativo, evidenziando il rischio che l’inasprimento della risposta penale affronti soltanto le conseguenze di fenomeni che avrebbero radici culturali, sociali e relazionali più profonde.
“Il “decreto anti-maranza” è un recentissimo provvedimento del Consiglio dei Ministri italiano che introduce l’imputabilità presunta dei minori dai 14 ai 18 anni, il fermo di prevenzione esteso ai minorenni e il divieto di aggregazione.
E’ DAVVERO LA DECISIONE PIU’ GIUSTA?
A nostro parere, usare la legge penale per risolvere problemi di natura culturale è come mettere un cerotto su una ferita che richiede un intervento chirurgico: copre il problema al momento, ma non lo guarisce”, afferma nella nota Franca Milazzo, presidente dell’Associazione IPAZIA di Reggio Calabria.
Secondo l’associazione, l’aumento delle pene rischia infatti di assumere un valore prevalentemente simbolico quando non viene accompagnato da interventi capaci di agire prima che si verifichino episodi di violenza. Milazzo richiama, in particolare, la necessità di partire dai nidi e dalla scuola, rafforzando l’educazione affettiva, il sostegno alle famiglie, la formazione del personale e le infrastrutture educative.
“Senza un investimento strutturale nell’educazione, nel welfare e nella prevenzione culturale, l’aumento delle pene rischia di trasformarsi in una misura puramente simbolica. Gli italiani ad oggi ne sono più che convinti e lo ritengono indispensabile, anche alla luce dell’avvenimento dei numerosi fatti di cronaca, in cui la violenza, in ogni sua forma (di genere, giovanile, verbale, stradale), è sempre il sintomo superficiale di un problema culturale e relazionale più profondo.
Un investimento di questo tipo viene considerato “difficile” dalla politica, innanzitutto perchè
- Un investimento culturale — che parte dai nidi, dalla scuola, dall’educazione affettiva e dal supporto alle famiglie — non produce risultati entro la fine di una legislatura. Richiede anni, spesso generazioni.
- Richiede risorse economiche subito (infrastrutture educative, formazione, personale). Tuttavia, il costo di non farlo viene pagato dopo in termini di spese sanitarie, giudiziarie, detentive e di disgregazione sociale.
- Il diritto penale interviene dopo che il danno è stato fatto (quando c’è già una vittima).
L’educazione e la cultura intervengono prima, agendo sui fattori che innescano la violenza (analfabetismo emotivo, stereotipi di genere, marginalità sociale).
Aumentare le pene o creare nuovi reati è la risposta più immediata per le istituzioni e la politica, per diversi motivi:
- Modificare un articolo del Codice Penale costa — letteralmente — la carta su cui viene stampata la legge. Non richiede stanziamenti di bilancio immediati, a differenza della costruzione di scuole, dell’assunzione di assistenti sociali o del finanziamento di centri antiviolenza.
- Di fronte a un fatto di cronaca grave, l’opinione pubblica chiede giustizia e sicurezza. Introdurre una pena più severa offre l’illusione di aver “risolto il problema” nell’arco di un ciclo di telegiornale.
- La teoria penale classica presuppone che pene più severe scoraggino i criminali. Tuttavia, la criminologia dimostra che non è tanto la gravità della pena a scoraggiare, quanto la certezza di essere scoperti e puniti.
MA SE RITENIAMO CHE SIA GIUSTO PUNIRE, DOBBIAMO ESSERE PRONTI ANCHE A RIEDUCARE, IN SPECIAL MODO QUANDO PARLIAMO DI MINORENNI. Aumentare le pene e la popolazione carceraria senza investire nel reinserimento sociale genera sovraffollamento e recidiva. Una persona che esce dal carcere senza aver intrapreso un percorso rieducativo ha altissime probabilità di commettere di nuovo reati. Una società che si affida solo al sistema punitivo diventa più diffidente, polverizzata e insicura, aumentando la percezione generale di pericolo”.
Per l’Associazione IPAZIA, dunque, alla necessità di punire i comportamenti illeciti deve corrispondere un impegno altrettanto concreto nella rieducazione dei minorenni. In assenza di percorsi di reinserimento, conclude la nota, l’aumento della popolazione carceraria rischia di alimentare il sovraffollamento, la recidiva e una crescente percezione di insicurezza nella società.


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