C’era una volta il prestigio della Nazionale di Calcio italiana, un’istituzione sacra che oggi è stata ridotta a un palcoscenico per grottesche commedie degli equivoci. La genesi di questo disastro porta la firma inequivocabile della Federazione, autrice di una scelta già di per sé folle e incomprensibile: affidare la rinascita del nostro calcio a Maldini e Leonardo. Due figure che, svestiti i panni dei campioni sul rettangolo verde, hanno già ampiamente dimostrato le proprie lacune dietro la scrivania. Basterebbe riavvolgere il nastro della memoria ai disastri gestionali perpetrati al Milan, sublimati nel sanguinoso e imperdonabile addio di Gigio Donnarumma a parametro zero. Consegnare le chiavi della panchina dell’Italia a due profili privi della necessaria caratura dirigenziale è stato un azzardo sconsiderato, e il risultato, drammaticamente sotto gli occhi di tutti, è il caos totale.
L’utopia Guardiola e il grottesco sbandieramento mediatico
La farsa ha toccato il suo apice nel momento in cui la dirigenza ha deciso di bussare alla porta di Pep Guardiola. Pensare di portare l’allenatore catalano sulla panchina di un’Italia che reduce da tre fallimenti mondiali consecutivi e da un Europeo disastroso, equivale a immaginare la Reggina in Serie D che tenta di ingaggiare Jürgen Klopp o José Mourinho. Si sarebbe trattato di una spesa folle, ingiustificata e, soprattutto, inutile. Guardiola è l’emblema del lavoro quotidiano, del metodico indottrinamento tattico dei propri calciatori nei top club; non ha mai allenato una nazionale. La nostra rosa attuale non ha bisogno del tiki-taka. Oggi vestono l’azzurro giovani di ottima prospettiva come Esposito, Pisilli e Palestra, ma anche di calciatori di prima fascia che necessitano disperatamente di un nuovo CT dell’Italia capace di lavorare sulla psicologia reattiva, di ricostruire le macerie mentali, non di un filosofo del possesso palla. E come se non bastasse l’ingenuità tattica, Maldini e Leonardo hanno commesso il peccato mortale della comunicazione: sbandierare pubblicamente il “sogno Guardiola” per poi incassare un logico rifiuto, condannando chiunque arrivi dopo a essere etichettato come una perenne seconda scelta.
La caduta di stile: il corteggiamento scorretto a Carlo Ancelotti
Se l’illusione spagnola ha certificato la miopia tecnica, la successiva mossa del duo dirigenziale ne ha sancito la totale mancanza di etica professionale. Incassato il no del catalano, i due hanno orgogliosamente fatto trapelare di aver contattato Carlo Ancelotti. Un dettaglio, tuttavia, sfugge a questa narrazione trionfalistica: il tecnico di Reggiolo ha da poco annunciato la conferma come CT del Brasile. Che senso ha, e soprattutto che correttezza professionale denota, andare a disturbare un professionista già formalmente e moralmente impegnato in un altro progetto di altissimo livello? Questa totale mancanza di tatto istituzionale qualifica inesorabilmente i due dirigenti per quello che sono: improvvisatori allo sbaraglio nel complesso mondo del calciomercato degli allenatori.
Il ripiego Andrea Pirlo e la pericolosa illusione del “progetto decennale”
L’apoteosi del disorientamento si palesa nella terza scelta: Andrea Pirlo. Un fuoriclasse assoluto con gli scarpini ai piedi, ma un tecnico che, ad oggi, ha collezionato solo fallimenti. È stato il primo a non vincere lo scudetto con la Juventus dopo dieci anni di dominio, chiudendo un’annata in affanno al quarto posto nonostante una rosa stellare che vantava Cristiano Ronaldo e innumerevoli campioni in tutti i reparti. Poi, il baratro: l’esperienza in Turchia culminata con un esonero, la disastrosa parentesi in Serie B con la Sampdoria finita allo stesso modo, e oggi un esilio calcistico negli Emirati Arabi Uniti (UAE), lontano persino dai radar dei dorati campionati sauditi. Il caso politico scoppiato attorno a lui, legato a vicende di sponsorizzazioni vicine alla Russia, appare in realtà come un provvidenziale pretesto. La verità è che nessuno vuole rischiare l’ennesima umiliazione. L’Italia ha un disperato bisogno di garanzie di ferro, non di scommesse avventate. In questo quadro desolante, sentire Maldini blaterare di un progetto a lungo termine di dieci anni è un insulto all’intelligenza dei tifosi. La Nazionale ha l’urgenza vitale di fare bene subito, nella imminente Nations League e all’Europeo tra due anni. Nessun selezionatore gode di un credito decennale: se si fallisce la qualificazione ai Mondiali o il prossimo torneo continentale, si fa le valigie come tutti i predecessori e ci mancherebbe pure!
Malagò prenda le redini: serve pragmatismo, non teatrini
In un mondo ideale e meritocratico, profili come Antonio Conte o Roberto Mancini rappresenterebbero le uniche ancore di salvezza. Ed era chiaro già dall’inizio: fino ad oggi, abbiamo solo perso tempo. Sono due autentici fuoriclasse della panchina, capaci, ognuno con le proprie peculiarità, di risollevare un ambiente depresso puntando sulla motivazione feroce, su un progetto tecnico solido e sulla valorizzazione dei giovani, restituendo quelle certezze che oggi sono svanite. Tuttavia, a questo punto della farsa, due giganti del genere non accetterebbero mai di essere considerati la quarta opzione di una dirigenza allo sbando. La conclusione è una sola, ineluttabile: Maldini e Leonardo devono dimettersi. Di fronte a questo vuoto di potere e di competenza, è imperativo che Giovanni Malagò intervenga duramente, prendendo le redini di una situazione ormai fuori controllo. All’Italia serve banalmente un Commissario Tecnico: un uomo di campo che scelga i migliori giocatori, li metta in condizione di rendere al massimo, ci porti in fondo agli Europei e lavi l’onta garantendoci un posto ai prossimi Mondiali. I massimi sistemi sui vivai, le fantomatiche rivoluzioni culturali e le ingerenze nelle scuole calcio non competono a chi siede sulla panchina azzurra. È giunto il momento di chiudere per sempre questo insostenibile teatrino e restituire all’Italia la dignità che merita.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?