Reggio Calabria, i detenuti diventano assaggiatori di olio: a Laureana di Borrello il progetto “Coltivare Speranze”

All’ICA di Laureana di Borrello 24 detenuti sosterranno l’esame finale dopo un percorso di teoria e pratica dedicato agli oli vergini di oliva e alla riscoperta dell’Olivo della Madonna, antica varietà calabrese salvata dall’estinzione

In Calabria i detenuti diventano assaggiatori di oli vergini di oliva grazie al progetto formativo “Coltivare Speranze”, un percorso che unisce formazione professionale, recupero della biodiversità, valorizzazione del territorio e reinserimento sociale. L’iniziativa è già partita da alcune settimane all’ICA di Laureana di Borrello, in provincia di Reggio Calabria, dove 24 detenuti sono stati coinvolti in lezioni teoriche e pratiche dedicate al mondo dell’olio, dell’olivicoltura e della qualità delle produzioni. Il percorso culminerà sabato 27 giugno, alle ore 10, nella sede ARSAC di Gioia Tauro, dove i partecipanti sosterranno gli esami finali. Si tratta di un passaggio importante non soltanto dal punto di vista didattico, ma anche simbolico, perché conferma il valore di un progetto nato per trasformare la formazione in una concreta occasione di crescita personale. Al centro non c’è solo l’apprendimento di competenze tecniche, ma anche la possibilità di contribuire alla salvaguardia di una cultivar rara e preziosa: l’Olivo della Madonna, conosciuto scientificamente come Olea Europaea varietà Leucocarpa.

Laureana di Borrello al centro di un modello formativo e sociale

Il progetto “Coltivare Speranze” rappresenta un’esperienza significativa nel panorama delle attività promosse all’interno degli istituti carcerari. A sottolinearlo è Annamaria Rotella, archeologa e Vice Presidente di Archeoclub d’Italia sede di Vibo Valentia, che ha evidenziato il ruolo dei 24 detenuti dell’ICA di Laureana di Borrello impegnati in un percorso formativo già avviato e costruito attraverso lezioni di teoria e pratica.

Il corso è tenuto dal personale docente dell’ARSAC, dai docenti della Facoltà di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e dagli esperti di Archeoclub d’Italia. L’iniziativa rientra nel protocollo d’intesa sottoscritto tra la Casa di Reclusione, l’ARSAC, la Pastorale della Cura del Creato per la Conferenza Episcopale Calabra e Archeoclub d’Italia APS. Una collaborazione che dimostra come, quando istituzioni, mondo accademico, associazioni e realtà territoriali lavorano in sinergia, sia possibile costruire percorsi capaci di produrre risultati concreti e duraturi.

L’Olivo della Madonna, la cultivar calabrese dai frutti bianchi

Il cuore del progetto ruota intorno alla riscoperta dell’Olivo della Madonna, una varietà antica e particolarissima di olivo dai frutti bianchi, simili a confetti. Si tratta della Olea Europaea varietà Leucocarpa, una cultivar che nei secoli passati era diffusa nelle campagne calabresi, ma che con il tempo è quasi scomparsa, fino a essere considerata a rischio estinzione. Questa varietà si distingue per un tratto unico: durante l’invaiatura, cioè la fase di maturazione del frutto, le sue drupe virano dal verde al bianco, mentre quelle delle altre cultivar tendono generalmente a diventare scure o nere. Proprio questa caratteristica ha contribuito a renderla nota con il nome di Olivo Bianco della Madonna, espressione che richiama il profondo legame tra la pianta, la tradizione popolare e la spiritualità del territorio.

Dall’olio per le lampade delle chiese alla riscoperta della biodiversità

La storia dell’Olea Europaea Leucocarpa affonda le sue radici nella tradizione religiosa e rurale della Calabria. Nell’Ottocento, dall’olio ottenuto dai suoi frutti bianchi si ricavava un combustibile utilizzato soprattutto per alimentare le lampade nelle chiese. Secondo le ricerche condotte, infatti, l’olio prodotto dalle bianche drupe sembrerebbe generare pochissimo fumo durante la combustione, caratteristica che potrebbe averlo reso particolarmente adatto agli ambienti sacri. Con l’arrivo dell’energia elettrica, però, venne meno l’esigenza di coltivare questa varietà per l’illuminazione delle chiese. Progressivamente, l’Olivo della Madonna fu abbandonato, fino a diventare una presenza rara e quasi dimenticata. Quando la ricerca è cominciata, si ipotizzava che gli esemplari secolari della cultivar fossero ormai scomparsi. Le indagini sul campo hanno invece portato a un risultato prezioso: sono stati ritrovati circa 120 esemplari, distribuiti in 80 dei 404 comuni calabresi.

Il lavoro di Annamaria Rotella e la mappatura degli olivi antichi

Da nove anni l’archeologa Annamaria Rotella è impegnata in Calabria nella mappatura degli esemplari antichi dell’olivo dalle bianche drupe. Un lavoro di ricerca, osservazione e documentazione che ha consentito di recuperare tracce fondamentali della presenza storica della Leucocarpa nel territorio calabrese. Grazie a questo impegno, la pianta è oggi presente non solo in diversi comuni della Calabria, ma anche in alcune aree della Campania, della Sardegna e del Lazio. La riscoperta della cultivar ha permesso di riportare all’attenzione pubblica un patrimonio vegetale, storico e simbolico che rischiava di essere definitivamente perduto. La salvaguardia dell’Olivo della Madonna non riguarda soltanto una specie botanica rara, ma anche un pezzo della memoria collettiva calabrese, legato al paesaggio, alla fede popolare e alla cultura agricola.

Biodiversità, luoghi di culto e “percorso dell’olivo bianco”

Secondo quanto evidenziato da Rotella, ad oggi mancano iniziative specifiche per mettere in sicurezza gli esemplari antichi della cultivar. Eppure, la tutela dell’Olivo della Madonna sarebbe fondamentale per il mantenimento della biodiversità, tema sempre più centrale nelle politiche ambientali, agricole e culturali. Proprio per questo, Archeoclub APS, Italia Nostra e WWF Vibo Valentia stanno lavorando all’idea di creare in Calabria il “percorso dell’olivo bianco”.

L’obiettivo è mettere insieme la particolarità di questo olivo, le sue aree di diffusione, i paesi in cui è stato ritrovato, i luoghi di culto, gli areali olivicoli regionali e la bellezza del paesaggio calabrese. Un itinerario capace di valorizzare la cultivar non solo come pianta rara, ma come elemento identitario del territorio. In questa visione, l’olivo bianco diventa un ponte tra ambiente, storia, fede, paesaggio e comunità.

La piantumazione dell’Olivo della Madonna vicino alle chiese

A partire dal 2020, in occasione della giornata mondiale del Tempo per la Cura del Creato, Archeoclub d’Italia sede di Vibo Valentia, in collaborazione con la Commissione Regionale della Calabria per i problemi sociali e gli Uffici Diocesani calabresi, ha avviato una campagna di piantumazione dell’Olivo della Madonna nei pressi delle chiese. Questa iniziativa ha un duplice obiettivo. Da un lato intende ridare voce allo stretto rapporto che nel tempo ha legato l’Olivo della Madonna alla fede popolare; dall’altro punta a favorire la diffusione della cultivar per proteggerla dal rischio estinzione. Il valore della pianta, dunque, non è soltanto agricolo o paesaggistico, ma anche spirituale e culturale. La sua presenza nei pressi dei luoghi di culto diventa un segno visibile di cura, memoria e rinascita.

I detenuti e la salvaguardia della Leucocarpa

Uno degli aspetti più significativi del progetto “Coltivare Speranze” è il coinvolgimento diretto dei detenuti nella messa a dimora dell’Olea Europaea varietà Leucocarpa. Attraverso questa attività, i partecipanti non solo acquisiscono competenze legate alla coltivazione, alla cura e alla conoscenza dell’olivo, ma contribuiscono concretamente alla salvaguardia della biodiversità calabrese.

La dimensione simbolica è particolarmente forte. Una cultivar considerata quasi perduta viene recuperata anche grazie all’impegno di persone che, attraverso un percorso formativo, partecipano a un’esperienza di responsabilità e ricostruzione. L’idea stessa di “coltivare speranze” trova qui una traduzione concreta: prendersi cura di una pianta rara significa prendersi cura di una possibilità, di un futuro, di un legame nuovo con il territorio e con la comunità.

Un modello nazionale che parte dalla Calabria

Secondo Annamaria Rotella, quello avviato in Calabria è un modello nazionale. La necessità di salvaguardare la varietà, assicurata anche dalla messa a dimora presso i luoghi di culto a cura di Archeoclub, ha fatto nascere l’idea di riprodurre e coltivare l’Olivo della Madonna all’interno degli istituti carcerari, con successiva donazione degli alberelli alla Conferenza Episcopale Calabra per favorirne la diffusione.

A questa attività di cura e donazione si è affiancata la formazione sul campo, attraverso i corsi professionali promossi dall’ARSAC e legati alle attività colturali. Il contributo del personale interno alla Casa di Reclusione è stato determinante per rendere possibile il percorso, dimostrando come il lavoro comune tra enti e associazioni possa generare esperienze capaci di andare oltre la semplice progettualità.

Gli esami finali a Gioia Tauro e il valore della formazione

Il 27 giugno, nella sede ARSAC di Gioia Tauro, i 24 detenuti dell’ICA di Laureana di Borrello sosterranno l’esame finale del corso per diventare assaggiatori di oli vergini di oliva. L’appuntamento rappresenta la conclusione di un percorso che ha unito competenze tecniche, conoscenza agricola, cultura del territorio e attenzione alla persona. Il progetto mostra come la formazione possa diventare uno strumento di reinserimento e di dignità. Imparare a riconoscere la qualità degli oli, comprendere la storia di una cultivar antica e partecipare alla sua tutela significa entrare in contatto con un patrimonio che appartiene all’intera comunità. In questo senso, Coltivare Speranze non è soltanto il nome di un protocollo, ma il senso profondo di un’esperienza che trasforma la cura della terra in occasione di crescita umana.

Una storia di rinascita tra olio, carcere e territorio

La vicenda dell’Olivo della Madonna è una storia di rinascita dentro altre storie. È la storia di una pianta che sembrava destinata a scomparire e che invece è stata ritrovata, studiata e rimessa al centro di un progetto di valorizzazione. È la storia di un territorio, la Calabria, che custodisce patrimoni spesso poco conosciuti ma di straordinario valore. Ed è anche la storia di detenuti che, attraverso un percorso formativo, diventano parte attiva di un processo di tutela, cura e diffusione. Quando istituzioni, associazioni, mondo della ricerca e sistema penitenziario lavorano insieme, i risultati possono trasformarsi in percorsi concreti. Proprio come l’albero a cui si ispira, il progetto “Coltivare Speranze” dimostra che la cura richiede tempo, pazienza e fatica comune. Ma dimostra anche che da questa cura possono nascere frutti reali: nuove competenze, maggiore consapevolezza, salvaguardia della biodiversità e una speranza capace di mettere radici.