Ponte sullo Stretto, Nicola Porro stronca l’inchiesta di Roma: “ma quale corruzione, non ci hanno neanche provato…”. E sulla Corte dei Conti sgancia una bomba

L'affondo di Nicola Porro sulla disparità di trattamento mediatico e giudiziario tra il governo Meloni e il Ponte sullo Stretto, e scandali dei precedenti governi di sinistra molto gravi ma sottovalutati dai magistrati: il doppio standard della giustizia tra grandi opere per un futuro di sviluppo, e passate emergenze utilizzate come scudo per affarismi

Il dibattito pubblico italiano si trova nuovamente al centro di una dura riflessione che coinvolge l’equilibrio tra l’azione della magistratura, la reattività dei grandi quotidiani e la gestione delle grandi infrastrutture nazionali. Al centro di questa controversia si colloca la forte presa di posizione del giornalista Nicola Porro, il quale ha sollevato un parallelo critico e pungente che mette a confronto l’attivismo giudiziario odierno e le zone d’ombra della passata gestione pandemica. Il fulcro del ragionamento si concentra sulla straordinaria tempestività con cui è stata sollevata l’ipotesi di corruzione sul ponte sullo Stretto di Messina, un’opera considerata vitale per il rilancio del Mezzogiorno ma costantemente bersagliata da inchieste e polemiche preventive. Porro contesta apertamente la sproporzione nel vigore ispettivo, facendo notare come per un’infrastruttura strategica si muovano immediatamente imponenti macchine d’indagine, mentre per altre vicende passate, caratterizzate da ingenti sprechi di denaro pubblico, l’attenzione sia apparsa decisamente più sfumata.

L’analisi mette in luce un vero e proprio cortocircuito nel sistema dell’informazione e della giustizia in Italia. Quando si tratta di mettere sotto accusa i progetti promossi dall’attuale esecutivo, le procure sembrano attivarsi con una rapidità senza precedenti, guadagnando subito le prime pagine dei principali quotidiani progressisti. Secondo il punto di vista espresso dal giornalista, questa iperattività investigativa si traduce spesso in un’arma politica finalizzata a bloccare lo sviluppo economico del Paese attraverso il sospetto preventivo. Il rischio concreto è quello di paralizzare i cantieri prima ancora che i lavori abbiano inizio, scoraggiando gli investitori internazionali e alimentando un clima di sfiducia generalizzata attorno alle grandi opere pubbliche, trattate mediaticamente come se fossero intrinsecamente collegate a fenomeni illeciti. Nel commentare la furia con cui i giornali si sono gettati sulla vicenda dello Stretto, Porro attacca direttamente i media e i magistrati scrivendo che “aprono i giornali con le inchieste sul Ponte sullo Stretto di Messina, dove non è stato ancora posato un bullone, ipotizzando reati di corruzione e infiltrazioni prima ancora che i lavori abbiano inizio“.

Nel merito della questione, poi, il noto giornalista smonta l’inchiesta della Procura di Roma evidenziando come non c’è alcun margine per poter dimostrare la corruzione o neanche la tentata corruzione, in quanto nessuno degli indagati ha mai avuto un beneficio né un tentativo di avere un beneficio nel quadro dei reati ipotizzati. Leggendo le carte, Porro evidenzia come nessuno ha avuto benefici come ipotizzato dai magistrati, che invece – e fa espresso riferimento alla Corte dei Conti – hanno un pregiudizio ideologico nei confronti del governo Meloni e quindi intendono bloccare il più grande investimento della storia quale è il Ponte sullo Stretto di Messina.

La memoria corta sulle gestioni commissariali del recente passato

Per comprendere la natura della provocazione lanciata da Nicola Porro, è fondamentale spostare l’attenzione sui silenzi e sulle archiviazioni che hanno caratterizzato la narrazione dei passati anni emergenziali. Il giornalista si domanda apertamente dove sono i pm quando si tratta di fare piena luce su capitoli di spesa pubblica miliardari rimasti privi di reali colpevoli. Il riferimento esplicito è rivolto alle strutture commissariali che durante le fasi più acute della crisi sanitaria hanno gestito flussi enormi di denaro con procedure d’urgenza e deroghe straordinarie ai codici degli appalti. In quelle circostanze, l’acquisto di beni di prima necessità ha visto il comportamento disinvolto di intermediari improbabili e transazioni milionarie verso l’estero, dinamiche che avrebbero meritato lo stesso identico zelo investigativo che oggi viene riservato ai consulenti e ai tecnici impegnati nella progettazione del collegamento stabile tra Calabria e Sicilia.

Il contrasto evidenziato risulta particolarmente stridente se si analizza lo scandalo mascherine covid e l’acquisto di dispositivi di protezione spesso rivelatisi inutilizzabili, simboli di una stagione amministrativa complessa e spesso opaca. Milioni di dispositivi di protezione infantile o per adulti, privi delle necessarie certificazioni di sicurezza, furono acquistati pagando provvigioni stratosferiche a mediatori privati, senza che ciò scatenasse una reazione giudiziaria permanente o paragonabile a quella attuale. Porro sottolinea con durezza come per quei fatti, che hanno inciso direttamente sulle tasche dello Stato, le inchieste siano scivolate verso l’oblio, affermando testualmente: “Ci si dimentica troppo in fretta di quando venivano spesi miliardi per lo scandalo delle mascherine covid cinesi farlocche, banchi a rotelle e camici, con le procure che oggi archiviano tutto con una velocità disarmante, mentre si mettono le lenti d’ingrandimento sui progetti futuri“.

Le dichiarazioni nel diario quotidiano della striscia serale

Il tema è stato ulteriormente approfondito e rilanciato dal conduttore nel corso del suo appuntamento televisivo quotidiano in prima serata. Durante i serrati ed efficaci dieci minuti della sua striscia informativa serale su Rete 4, Porro ha voluto ribadire il concetto a una platea ancora più vasta, trasformando l’editoriale del blog in un vero e proprio manifesto contro l’uso asimmetrico delle inchieste penali. Con il consueto stile diretto e privo di filtri, il giornalista ha incalzato gli spettatori denunciando l’assurdità di un sistema che si dimostra “forte e tempestivo con chiunque provi a fare e a costruire qualcosa nel Paese, mentre si riscopre improvvisamente indulgente, distratto o propenso all’archiviazione verso chi ha sprecato fiumi di miliardi di denaro pubblico approfittando della decretazione d’urgenza“.

Questo intervento televisivo ha messo in evidenza come la narrazione giudiziaria dominante tenda a colpevolizzare il futuro industriale d’Italia salvando, al contempo, gli errori marchiani compiuti in un passato non troppo lontano. La critica espressa davanti alle telecamere ha preso di mira la mancanza di coraggio nel perseguire i veri responsabili di speculazioni commerciali che hanno penalizzato l’erario durante i mesi più bui della storia recente, evidenziando il paradosso di un’opinione pubblica che oggi preferisce scandalizzarsi per incontri formali e consulenze tecniche legati a una infrastruttura ancora da edificare, piuttosto che pretendere la verità sui conti e sui contratti miliardari stipulati dai vecchi commissari governativi.

Verso una giustizia neutrale per non bloccare lo sviluppo del Paese

La riflessione finale si concentra sulla necessità impellente di garantire che i pubblici ministeri mantengano una condotta rigorosamente neutrale ed equidistante, priva di tempismi che possano apparire politicamente orientati. L’utilizzo di un doppio standard, che accelera sui dossier legati alle grandi opere dell’attuale governo e rallenta o archivia i faldoni relativi ai disastri gestionali dei governi precedenti, mina la credibilità della magistratura e danneggia l’intera collettività. La tesi di Porro evidenzia come l’Italia non possa permettersi di restare ostaggio di una giustizia a geometria variabile, in cui l’intensità dell’azione penale sembra variare a seconda del colore politico dei soggetti coinvolti o dell’impatto ideologico dell’opera pubblica finita sotto la lente d’ingrandimento. Porro conclude il suo intervento sottolineando che “la giustizia non può funzionare a due velocità, forte con chi vuole fare le opere e incredibilmente indulgente con chi ha sprecato fiumi di denaro pubblico durante l’emergenza“.

Garantire uno sviluppo infrastrutturale moderno e competitivo richiede un quadro normativo chiaro e un’attività di controllo che sia punitiva e non preventiva. La tutela della legalità deve rimanere un valore assoluto, ma non può trasformarsi in un pretesto per attuare un veto giudiziario sulle opere strategiche di cui la nazione ha bisogno per colmare il divario con il resto d’Europa. Soltanto applicando la medesima fermezza investigativa sia ai contratti dei ministeri sia alle passate gestioni straordinarie delle emergenze, sarà possibile restituire ai cittadini la certezza del diritto e l’imparzialità delle istituzioni inquirenti.