“Mamma, mi stai ascoltando?”: il dialogo con la figlia e la riflessione di Giusi Princi su un tema troppo spesso sottovalutato

La riflessione, sui propri canali social, di Giusi Princi, su un tema solo apparentemente banale e scontato

Una riflessione che potrebbe sembrare scontata, ma che difatti non lo è. Mai. Anzi, troppo spesso è un tema che si sottovaluta, apparentemente banale, ma dal punto di vista dell’adulto, non di quello di un bambino, di un figlio, che pone una domanda semplicissima, ma pienamente significativa. “‘Mamma, ma mi stai ascoltando?’ Me lo ha chiesto mia figlia, con quella semplicità disarmante con cui i figli sanno metterci davanti alla verità. Da quella domanda mi è rimasto addosso un pensiero: quanto ascoltiamo davvero i nostri figli? Quanto tempo dedichiamo non solo a sentirli parlare, ma ad accogliere ciò che provano, ciò che temono, ciò che non riescono ancora a dire?”. Inizia così la riflessione, sui propri canali social, di Giusi Princi.

Spesso chiediamo ai giovani di essere forti, sicuri, determinati. Ma l’autostima non nasce nel vuoto. Si costruisce nello sguardo di chi li riconosce, nel tempo di chi si ferma, nell’ascolto di chi non giudica prima ancora di comprendere” aggiunge l’europarlamentare. “Forse molte fragilità dei nostri giovani nascono anche da qui: dall’assenza di ascolto, dalla distrazione degli adulti, dalla fatica di una società che corre troppo e si ferma troppo poco. Non possiamo abdicare al nostro ruolo educativo. Non come genitori, non come comunità, non come istituzioni”.

Ascoltare un giovane significa dirgli: tu esisti, tu vali, la tua voce conta. E quando un ragazzo si sente ascoltato, impara a sua volta ad ascoltare. Affina lo sguardo verso gli altri, sviluppa empatia, responsabilità, fiducia. È una capacità che dobbiamo coltivare tutti, dai genitori agli insegnanti, dai cittadini a chi ha responsabilità nelle istituzioni. Perché ascoltare significa comprendere i bisogni delle persone, partire dalla realtà dei territori e trasformare quelle esigenze in risposte concrete. È da qui che nasce una società più coesa, inclusiva e capace di non lasciare indietro nessuno. Perché ascoltare ed essere ascoltati è una forma altissima di cura. È così che si aiutano gli altri. Ed è così, forse, che salviamo anche una parte di noi stessi”.