Ebbene sì! Giuseppe Falcomatà riesce a fare propaganda politica, anche abbastanza becera, su una tragedia come quella di Amendolara. L’ex Sindaco, oggi Consigliere Regionale, riesce pure in questa occasione ad attaccare Occhiuto e l’ente regionale. Nonostante la strage, lui – forse per quella solita voglia di far parlare di sé, di cui ha probabilmente estremo bisogno dopo mesi di anonimato e un tentativo (fallito) di “riemergere” in campagna elettorale – preferisce alimentare polemiche anziché commentare (o rimanere in silenzio) di fronte a un evento del genere.
“La Giunta regionale sapeva delle condizioni di vita dei braccianti nella Sibaritide e dell’Alto Ionio cosentino, dell’emergenza abitativa, dello sfruttamento, dei rischi legati al caporalato. Lo sapeva almeno da sei anni, tanto che l’assessore regionale all’Agricoltura, Gianluca Gallo, già all’epoca annunciava finanziamenti e interventi per affrontare una situazione che veniva definita grave. Oggi, però, ci ritroviamo a commentare l’agghiacciante e atroce uccisione di quattro braccianti ad Amendolara, arsi vivi dai loro caporali” scrive Falcomatà, chiedendo al presidente Roberto Occhiuto di “riferire sulle misure adottate negli ultimi anni per contrastare sfruttamento e caporalato nelle campagne calabresi”.
“Di fronte a un delitto così feroce – prosegue Falcomatà – è necessario capire cosa sia stato fatto in questi anni da chi aveva piena consapevolezza del fenomeno e aveva assunto l’impegno di intervenire”. Il consigliere di minoranza ricorda come, “già nel 2020, a seguito di un’inchiesta di Striscia la Notizia che documentava le condizioni disumane dei lavoratori agricoli nella Piana di Sibari, l’assessore Gallo avesse annunciato un programma di interventi finalizzato a garantire assistenza sanitaria, soluzioni abitative dignitose, servizi di trasporto e strumenti di contrasto al caporalato”.
“Vennero annunciate risorse e azioni concrete, di concerto con il Ministero e con la prospettiva di risultati immediati”, sottolinea Falcomatà aggiungendo: “Oggi è doveroso chiedere che fine abbiano fatto quei finanziamenti, quali progetti siano stati realizzati, quante persone siano state realmente sottratte alle condizioni di sfruttamento denunciate già allora e quali effetti abbiano prodotto gli interventi messi in campo”.
“Per questo – annuncia il consigliere regionale del Pd – presenterò, nelle prossime ore, un’interrogazione al presidente Roberto Occhiuto e all’assessore Gianluca Gallo affinché chiariscano, in maniera puntuale e documentata, quali risorse siano state stanziate e successivamente spese per gli interventi annunciati nel 2020, quali programmi siano stati effettivamente attuati nella Sibaritide e nell’Alto Ionio cosentino, quanti alloggi o strutture di accoglienza siano stati realizzati o recuperati per i lavoratori stagionali, quali servizi di trasporto siano stati attivati per sottrarre i braccianti al controllo dei caporali, quali iniziative di prevenzione sanitaria siano state promosse e quali risultati concreti siano stati raggiunti nel contrasto al caporalato e allo sfruttamento lavorativo”.
“Chiederò inoltre – aggiunge Falcomatà – se la Regione abbia mai effettuato un monitoraggio degli interventi annunciati, se esistano relazioni o rendicontazioni sulle attività svolte, quanti lavoratori siano stati effettivamente coinvolti nei programmi previsti e se il Governo regionale ritenga, oggi, adeguate le misure adottate rispetto a una realtà che continua a presentare criticità gravissime”.
Ed ancora: “quello che è accaduto ad Amendolara non è un fatto isolato dal contesto territoriale nel quale è maturato. Parliamo dello stesso comprensorio agricolo della Sibaritide e dell’Alto Ionio dove, da anni, associazioni, sindacati, giornalisti e operatori sociali denunciano situazioni di sfruttamento e marginalità. Quando un problema è noto, denunciato e riconosciuto dalle istituzioni – conclude Giuseppe Falcomatà – non è accettabile tornare a parlarne soltanto dopo un fatto di sangue. La politica ha il dovere di prevenire, non di rincorrere le emergenze quando ormai è troppo tardi”.


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