L’interessamento di Claudio Lotito per la Reggina ha riacceso, negli ultimi giorni, il dibattito nella gloriosa e caldissima piazza di Reggio Calabria. In un momento in cui il calcio amaranto cerca stabilità e rilancio dopo tanti, troppi anni di fallimenti e umiliazioni, il solo accostamento di un nome di questo calibro rappresenta una scossa tellurica per tutto l’ambiente sportivo calabrese, tant’è che la Reggina è già tornata sulle pagine dei giornali nazionali per la prima volta dopo tre anni di anonimato nei bassifondi del dilettantismo. Per comprendere appieno la portata della figura di Claudio Lotito, tuttavia, non serve addentrarsi nelle pieghe di trattative o scenari societari ancora da scrivere, seppur molto vicini alla soluzione finale nei prossimi giorni, bensì occorre guardare a ciò che Lotito ha già costruito nella sua straordinaria epopea calcistica.
Proprio in queste settimane, il dibattito attorno alla sua figura si è fatto incandescente a Roma sponda Lazio, ma occorre un’analisi più profonda rispetto all’emotività del momento tipica dell’irrazionalità del tifoso medio. Ecco perché, per raccontare chi è e cos’ha fatto davvero Claudio Lotito, riteniamo corretto partire dall’epilogo della finale di Coppa Italia andata in scena soltanto un mese fa. In quella sfida caldissima contro l’Inter, la Lazio ha accarezzato il sogno dell’ennesimo grande trionfo. Sarebbe bastato un soffio, una frazione di secondo spesa a difendere l’area di rigore, per consegnare a Lotito l’ennesimo trofeo di una presidenza già gloriosa. Se la storia avesse preso quella direzione soltanto sfiorata, oggi si parlerebbe di un’altra impresa epica, di una Lazio capace di salire sul tetto d’Italia per l’ennesima volta sotto la sua guida, con settimane di feste, caroselli e i soliti sberleffi ai rivali romanisti rimasti ancora una volta indietro. Invece, la spietata legge del calcio ha visto l’Inter prevalere, trasformando una notte di potenziale gloria in un pretesto per le frange più ottuse della tifoseria laziale per far partire dure contestazioni. Un paradosso assurdo, se si pensa che, per l’ennesima volta, questo presidente ha portato una squadra non storicamente dominante a sfiorare un altro titolo nazionale.

Dal baratro del fallimento all’Olimpo del calcio: il salvataggio storico del 2004
Per giudicare l’operato di Claudio Lotito è necessario ristabilire una verità storica che spesso la memoria corta del tifoso tende a cancellare. La Lazio non è il Milan, non è l’Inter e non è la Juventus; non appartiene per blasone storico o bacino d’utenza a quel ristretto club di super-grandi che dominano il calcio italiano da un secolo. Senza l’avvento di Lotito nel 2004, il club biancoceleste avrebbe vissuto il drammatico destino della Serie B o della Serie C, la stessa fine ingloriosa toccata a tutte le storiche realtà di pari livello. Basta volgere lo sguardo agli anni Novanta per ricordare squadre formidabili come la Fiorentina, il Parma o il Vicenza, realtà che facevano grande il calcio italiano in patria e in Europa. Quei successi, tuttavia, poggiavano sui soldi finti di gestioni allegre e spregiudicate, esattamente come quella di Sergio Cragnotti, che dopo aver toccato il cielo con un dito schiantò la Lazio portandola a un passo dal fallimento totale.
Nel luglio del 2004, Claudio Lotito ha rilevato una società agonizzante, sommersa da debiti miliardari che avrebbero spaventato chiunque. Invece di spaventarsi, il patron si è sobbarcato un fardello enorme ereditato dalle passate gestioni, condensando e spalmando quel debito mostruoso con il fisco in un piano ventennale che è stato regolarmente e integralmente onorato. Questa operazione di risanamento non ha soltanto salvato il club dalla sparizione dal professionismo, ma gli ha garantito un futuro di assoluta stabilità, mantenendo la Lazio stabilmente ai vertici della Serie A per due decenni consecutivi, senza mai rischiare il tracollo finanziario.

Una bacheca da gigante e la costante presenza nell’élite europea
Il valore di una gestione si misura anche e soprattutto attraverso la bacheca dei trofei e la continuità dei risultati ad alti livelli. Sotto la presidenza Lotito, la Lazio ha conquistato ben sei titoli nazionali, suddivisi equamente in tre Coppe Italia e tre Supercoppe Italiane, nobilitando il club con vittorie prestigiose contro avversari molto più ricchi e attrezzati. Anche in campionato i posizionamenti sono stati straordinari per una realtà della sua dimensione: la squadra ha chiuso il torneo addirittura al secondo posto un paio di stagioni fa e si è classificata più volte sul terzo gradino del podio, garantendosi tante volte l’accesso alla vetrina più prestigiosa del mondo, la Champions League.
L’approdo nell’élite del calcio europeo è un traguardo rarissimo, centrato stabilmente solo da pochissime società in Italia. Lotito non si è limitato a partecipare, ma in ben due occasioni recenti ha visto la sua creatura raggiungere gli ottavi di finale di Champions League, superando il girone della prima fase prima sotto la guida tecnica di Simone Inzaghi e successivamente con Maurizio Sarri. Trovarsi tra le 16 squadre più forti d’Europa rappresenta la certificazione definitiva di un progetto vincente, guidato da un presidente ricchissimo nei fatti e grandioso nella visione strategica, i cui meriti non possono essere scalfiti dagli umori passeggeri o dai malumori della piazza.

Il miracolo Salernitana e la superiorità schiacciante sui colossi stranieri
La lungimiranza manageriale di Lotito ha trovato una clamorosa conferma anche al di fuori dei confini capitolini, precisamente nella sua straordinaria esperienza alla guida della Salernitana. Il patron ha detenuto la proprietà del club campano per oltre dieci anni, compiendo un vero e proprio miracolo sportivo che rimarrà per sempre scolpito nella storia del calcio meridionale. Lotito ha preso in mano una società fallita in Serie D e, attraverso una programmazione impeccabile, l’ha trascinata fino alla Serie A, vincendo ben quattro campionati totali durante la scalata, compresi i difficili tornei dell’epoca della vecchia Lega Pro Seconda Divisione, l’ex C2. Prima del suo avvento, la Salernitana era stata nella massima serie una sola volta in tutta la sua storia secolare, il che rende l’impresa un capolavoro assoluto di gestione sportiva.
Oggi Claudio Lotito è rimasto uno dei pochissimi presidenti italiani doc all’interno della Serie A. Quasi tutte le altre società calcistiche di prima fascia hanno cambiato proprietà negli ultimi anni, cedendo alle lusinghe di fondi stranieri o consorzi d’oltreoceano che spesso hanno ottenuto risultati pessimi a fronte di investimenti disorganici. Il confronto con i rivali storici della Roma è impietoso sotto ogni punto di vista. La principale squadra della capitale, passata da diversi anni sotto la gestione di miliardari americani, non ha vinto in questo ventennio nemmeno una virgola di quello che ha vinto Lotito, fallendo sistematicamente anche il confronto sui piazzamenti in campionato. Negli ultimi vent’anni la Lazio è stata nettamente superiore alla Roma per numero di trofei sollevati, ribaltando le precedenti gerarchie, alla pari derby e superiore per costanza di rendimento, dimostrando che la competenza italiana vale molto più dei capitali stranieri privi di radici.
L’irrazionalità del tifo, da Roma a Reggio Calabria: la lezione di Lillo Foti
Il malumore della parte più gretta della tifoseria laziale nei confronti di un simile presidente non fa altro che confermare come il punto di vista dei tifosi sia il metro più sbagliato e fuorviante per giudicare l’attività di una società calcistica. Il tifoso, per sua stessa natura, è guidato da impulsi irrazionali e passionali, privi di una visione d’insieme o di una minima cultura aziendale. Nella storia del calcio, le masse hanno spesso magnificato e osannato presidenti disastrosi che spendevano fiumi di denaro portando le squadre al fallimento senza mai costruire un progetto solido o ottenere risultati validi sul lungo periodo.
Questa dinamica perversa è ben nota anche a Reggio Calabria. Durante gli anni d’oro della Serie A, una parte della tifoseria amaranto arrivò incredibilmente a contestare uno storico presidente come Lillo Foti. In preda a deliri di grandezza ingiustificati, i tifosi pretendevano che la Reggina lottasse per andare in Champions League, dimenticando i miracoli quotidiani compiuti da una dirigenza che manteneva una piccola realtà calabrese nel Gotha del calcio italiano contro ogni pronostico economico. I contestatori di oggi a Roma sono gli stessi di ieri a Reggio: appassionati accecati dalla pretesa del tutto e subito, incapaci di riconoscere il valore dei veri costruttori di miracoli sportivi. Claudio Lotito andrebbe oggi glorificato a prescindere dal suo interesse per la Reggina. In questi giorni in cui il suo nome circola con insistenza in riva allo Stretto, la piazza reggina ha il dovere morale di non cadere nell’errore dei tifosi romani e di riconoscere in Lotito l’identikit perfetto del presidente ideale: solido, vincente, eterno. A maggior ragione a confronto con assoluti sconosciuti, affaristi senza storia e senza garanzie che ricordano le fallimentari gestioni degli ultimi anni. Proprio dalla fine della epica era Foti nel 2015, da Pratico a Gallo, da Saladini a Ballarino, la Reggina non è mai più stata in piedi. Vogliamo dare continuità a questa deprimente mediocrità, o finalmente cambiare registro e tornare grandi?








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