di Dominella Quagliata – C’è una parola che torna sempre, in ogni campagna elettorale: noi. È una parola che rassicura, che accoglie, che dà un senso di appartenenza, ma che, inevitabilmente, porta con sé anche un confine, perché ogni “noi” implica sempre un “loro”. Negli ultimi giorni, anche a Reggio Calabria, questo confine è tornato al centro del dibattito pubblico ed è stato raccontato, ancora una volta, nel modo più semplice e immediato: destra contro sinistra. Eppure, per chi osserva davvero le persone, quel confine non passa lì.
Lo dico con chiarezza: io ho una mia collocazione e mi riconosco nei valori del centro-sinistra, nel suo modo di leggere la società, nella sua idea di giustizia e di comunità.
Allo stesso tempo, però, non mi riconosco in una certa spocchia che, a volte, da quella stessa area emerge, né in quell’atteggiamento, più o meno esplicito, per cui ci si sente “più colti, più intelligenti, più raffinati” degli altri, perché la qualità di una visione non si misura nella distanza che crea, ma nella capacità di includere, di ascoltare e di costruire.
Non è neutralità, non è distanza, ma non è neanche il filtro attraverso cui scelgo le persone o misuro il valore di chi amministra una città.
Perché il “noi” e il “loro” esistono davvero, solo che attraversano un’altra linea: attraversano le persone.
Esiste un “noi” fatto da persone, di destra e di sinistra, che vogliono vivere libere, in una città sana, persone che non hanno bisogno di appoggiarsi a qualcuno per sentirsi al sicuro, perché la loro forza nasce da dentro e non da chi seguono.
Accanto a questo esiste un “loro” che non appartiene a un solo schieramento, ma che si annida, trasversalmente, in tutti i partiti e in tutte le coalizioni: un “loro” che cambia bandiera, ma non cambia natura, e che, al di là delle etichette, ha sempre lo stesso tratto, la paura.
È la paura di esporsi, di essere davvero ciò che si è, di non avere un appiglio, ed è quella paura che porta a cercare protezione nel potere, ad aggregarsi, a scegliere una bandiera non per convinzione, ma per bisogno.
Allo stesso modo, esiste un “noi” fatto di reggini che costruiscono, che provano ogni giorno a mettere a disposizione della città competenze, energie e risultati, persone che credono che il valore non tolga spazio, ma ne crei.
E poi esiste un “loro”, quello dei “riggitani”, che quel valore lo teme, che davanti a una competenza non vede un’opportunità ma un’ombra che lo oscura, e che per questo si sottrae, si chiude o si difende attaccando.
Esiste un “noi” che si nutre di confronto e che trova nella differenza uno spazio di crescita, perché chi vuole costruire, e sa di avere qualcosa da dare, non ha bisogno di squalificare l’altro, ma è capace di riconoscerne i meriti e, proprio per questo, di dire con maggiore forza cosa può offrire in più.
E poi esiste un “loro” che non ascolta, che non discute, che riduce tutto a una contrapposizione sterile, in cui l’altro non è qualcuno con cui confrontarsi, ma qualcuno da annullare.
Questo è il vero confine.
Non politico, ma profondamente umano.
Io, nel mio piccolo, ho fatto una scelta molto tempo fa: da quando sono stata in grado di scegliere, ho sempre messo a disposizione della città ciò che potevo, senza chiedere nulla in cambio, indipendentemente da chi amministrasse e dal colore politico, anche quando era poco, ma per me sempre tutto il possibile.
Perché per me la libertà passa anche da questo, dal non dover appartenere a qualcuno per poter contribuire.
Oggi faccio il tifo per Eduardo Lamberti Castronuovo, e lo faccio per una ragione semplice ma per me decisiva: ogni volta che gli ho portato un’idea per la città, in tempi non sospetti e lontano da qualsiasi dinamica elettorale, ho trovato ascolto, un ascolto vero, fatto non solo di attenzione ma anche di presenza, di tempo e di disponibilità a mettersi in gioco.
È questo che cerco in un sindaco: la capacità di vedere e valorizzare le persone, prima ancora dei ruoli, non qualcuno che costruisce consenso attorno a sé, ma qualcuno che costruisce spazio attorno agli altri.
Il percorso che ha portato alla sua candidatura è stato, per me, anche un incontro, un incontro con persone diverse per idee, storie e sensibilità, ma accomunate da qualcosa che non è scontato: essere persone perbene.
Persone capaci di ascoltare davvero, di mettersi in discussione senza sentirsi minacciate, di portare il proprio punto di vista senza bisogno di imporlo.
È stata una ricchezza reale, un confronto che non ha tolto ma ha aggiunto, che ha allargato lo sguardo e ha fatto sentire che la differenza, quando è sana, non divide ma arricchisce.
In quei momenti, destra e sinistra erano quasi un dettaglio, a volte persino un pretesto per sorridere, perché il centro era un altro: la bellezza possibile di Reggio Calabria.
E allora sì, faccio il tifo, ma, comunque vada, ci sarà un sindaco, e quel sindaco sarà, senza condizioni, il mio sindaco.
Io sarò lì, come sempre, libera, disponibile, anche critica quando servirà, ma mai contro, né a favore, per partito preso.
E c’è un altro punto che, forse, troppo spesso dimentichiamo: i cittadini sono molti, immensamente più numerosi di chi è chiamato ad amministrare.
E proprio per questo il nostro ruolo non si esaurisce nel momento del voto.
Certo, andare alle urne è fondamentale.
Ma lo è altrettanto ciò che accade dopo.
Perché una città non è solo di chi governa, è di chi la vive.
E ciascuno di noi, se vuole davvero esserlo, può e deve sentirsi un amministratore “laico” della cosa pubblica: attento, responsabile, partecipe.
Non sono candidata al Consiglio comunale, né a nessun altro ruolo istituzionale.
Scelgo, ancora una volta, di essere una cittadina completamente libera, con il senso di responsabilità di chi è chiamato ad amministrare questa città.
Una cittadina che prova, nel suo piccolo, a onorare i propri natali, con una speranza semplice ma profonda: che il “noi”, quello fatto di persone libere, responsabili e capaci di costruire, continui a crescere, perché è da lì, e solo da lì, che può nascere davvero il futuro di una città.


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