Antonino Sergi, presidente dell’Associazione Neda Kairos, propone una riflessione sul rapporto tra classe dirigente e cittadini, partendo da una citazione di Mauro Corona che riprende lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua: la sinistra non viene più votata perché ha perso il popolo. Una diagnosi che, secondo Sergi, interroga non solo il centrosinistra ma l’intera politica italiana. Nel suo ragionamento, il presidente di Neda Kairos sposta il fuoco dal dibattito sulla leadership – fatto di nomi, federatori e formule elettorali – alle domande concrete che arrivano da città, periferie, aree interne e Mezzogiorno: lavoro precario, salari inadeguati, sanità in affanno, caro vita, fuga dei giovani. Temi che nel Sud assumono, a suo avviso, una dimensione ancora più urgente, con territori che continuano a perdere popolazione e competenze non per mancanza di talenti, ma di opportunità.
Sergi riconosce l’attenzione che una parte della sinistra ha dedicato ai diritti civili, ma rileva come molti cittadini abbiano percepito un progressivo allontanamento dai diritti sociali storicamente fondativi: lavoro, casa, salute, mobilità sociale. E sulla sicurezza invita a non lasciarne il presidio a una sola parte politica, definendola un diritto fondamentale, soprattutto per i più fragili.
La conclusione è un appello diretto: prima dei nomi e delle alleanze, serve una visione credibile del Paese. Perché quando la politica perde il contatto con la vita quotidiana delle persone, perde prima la loro fiducia e poi il loro consenso.
La riflessione di Antonio Sergi
“Una recente riflessione di Mauro Corona, che riprende parole dello scrittore israeliano Abraham Yehoshua, mi ha indotto a riflettere: ‘la sinistra non viene più votata perché ha perso il popolo’. Al di là delle appartenenze politiche, credo che questa affermazione contenga una domanda che dovrebbe interrogare non soltanto la sinistra, ma l’intera classe dirigente italiana.
Da anni il dibattito politico sembra concentrarsi soprattutto sulla ricerca del leader giusto, del federatore capace di unire coalizioni e sensibilità differenti, della formula elettorale più efficace. Eppure, osservando ciò che accade nelle città, nelle periferie, nelle aree interne e nel Mezzogiorno, viene spontaneo chiedersi se il problema principale sia davvero questo.
Forse i cittadini non stanno cercando un capo. Forse stanno cercando risposte.
Nel corso della mia attività professionale e associativa, a contatto con giovani, famiglie, insegnanti e cittadini, ho riscontrato preoccupazioni che si ripetono con impressionante regolarità. Il lavoro che manca o è precario. I salari insufficienti. La difficoltà di accedere a servizi sanitari efficienti. Il costo crescente della vita. La mancanza di opportunità che costringe molti giovani a lasciare il proprio territorio.
Sono questioni concrete che incidono sulla qualità della vita delle persone e sulle prospettive delle nuove generazioni.
Nel Mezzogiorno tali problemi assumono una dimensione ancora più evidente. Interi territori continuano a perdere popolazione, competenze ed energie. Non perché manchino talenti, creatività o risorse, ma perché troppo spesso mancano opportunità, servizi adeguati, meritocrazia e una visione di lungo periodo.
La questione giovanile rappresenta probabilmente la più grande emergenza nazionale. Ogni ragazzo che parte porta con sé competenze, idee, capacità e futuro. Eppure il tema raramente occupa il centro del confronto politico con la continuità e la determinazione che meriterebbe.
Negli ultimi anni una parte significativa della sinistra ha dedicato grande attenzione ai diritti civili, una scelta comprensibile e, sotto molti aspetti, condivisibile. Tuttavia molti cittadini hanno percepito una minore attenzione verso i diritti sociali che storicamente ne hanno rappresentato una delle ragioni fondanti: lavoro, salari, sanità, casa, mobilità sociale.
Per chi fatica ad arrivare alla fine del mese, per chi attende mesi una visita specialistica o per chi vede i propri figli costretti a trasferirsi altrove, questi problemi non sono temi di dibattito, ma questioni quotidiane.
Lo stesso discorso vale per la sicurezza. Non dovrebbe essere considerata una bandiera ideologica da lasciare a una parte politica. La sicurezza è un diritto fondamentale dei cittadini, soprattutto dei più fragili. Affrontarla in modo serio, equilibrato e rispettoso dei diritti di tutti significa dare risposte a esigenze reali e non alimentare paure.
Per questo motivo il dibattito sulla leadership rischia di apparire insufficiente. Prima dei nomi, delle alleanze e delle candidature, i cittadini attendono una visione credibile del Paese.
Come rilanciare il lavoro e la produttività?
Come migliorare la sanità pubblica?
Come ridurre le disuguaglianze?
Come restituire fiducia ai giovani?
Come trasformare territori da cui si parte in luoghi nei quali scegliere di restare o tornare?
Sono queste le domande che attendono risposte.
La politica, tutta la politica, dovrebbe forse ripartire da qui: dall’ascolto dei problemi concreti, dalla capacità di costruire progetti credibili e dalla volontà di guardare oltre il prossimo appuntamento elettorale.
Perché quando la politica perde il contatto con la vita quotidiana delle persone, perde prima la loro fiducia e poi il loro consenso.
E perché, oggi più che mai, i cittadini sembrano chiedere soprattutto questo: non un nuovo capo, ma una nuova capacità di dare risposte“.


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