“In politica accade sempre più spesso che ciò che non si potrebbe fare frontalmente si tenti di farlo di traverso. Non si viola la regola: la si interpreta fino a renderla irriconoscibile. Non si supera il limite: lo si aggira, con l’aria compunta di chi sostiene di aver soltanto letto meglio degli altri. È la furbizia istituzionale, malattia sottile del nostro tempo. Più pericolosa dell’abuso dichiarato, perché si presenta con il volto della trovata, dell’escamotage, della brillante architettura elettorale.
La vicenda messinese delle numerose liste collegate alla candidatura di Federico Basile e riconducibili all’area di Sud chiama Nord pone esattamente questo problema: non solo giuridico, ma democratico”. Lo afferma Vicky Amendolia, vicesegretario vicario nazionale di Socialdemocrazia SD.
“La legge regionale siciliana prevede che le liste, nei Comuni della dimensione di Messina, debbano raccogliere un certo numero di firme. Non è burocrazia: è la prima prova di esistenza politica. Serve a dimostrare che una lista non sia una sigla improvvisata, una lista di servizio, una comparsa elettorale nata in laboratorio, ma abbia un minimo radicamento reale nel corpo elettorale. La stessa legge esonera dalla raccolta firme i partiti già rappresentati all’Assemblea regionale siciliana. Ed è giusto: chi ha già dimostrato di esistere politicamente non deve ripetere ogni volta la stessa prova. Ma una cosa è esentare la lista del partito rappresentato; altra cosa è trasformare quella esenzione in un lasciapassare capace di coprire una costellazione di liste ulteriori, ciascuna con propri candidati, propria denominazione e propria funzione di raccolta del consenso”, puntualizza Amendolia.
“Il plurale “liste” contenuto nella norma non basta a legittimare la moltiplicazione. Nel linguaggio legislativo il plurale indica spesso la generalità delle ipotesi: più Comuni, più consultazioni, più soggetti politici. Non autorizza, per virtù grammaticale, a generare nello stesso Comune e nella stessa elezione una galassia di liste senza sottoscrizioni.
Neppure basta apporre un simbolo accanto a un altro. Il contrassegno non è una chiave universale per aprire tutte le porte della scheda elettorale. Se una lista è davvero espressione del partito esentato, l’esenzione può operare. Ma se quella lista ha una sua identità, una sua denominazione, suoi candidati e una sua funzione elettorale, allora è distinta. E, se è distinta, distinta deve essere anche la sua legittimazione.
La rappresentatività non si clona per via grafica“, sottolinea Amendolia.
Per Amendolia Messina non merita un voto accompagnato dal sospetto
“Qui il diritto incontra la politica. Perché le liste collegate a un candidato sindaco non sono ornamenti. Sono macchine di consenso: portano candidati, famiglie, amicizie, reti professionali, appartenenze, micro-territori. Più liste significano più braccia, più telefoni, più comitati, più raccolta voti. Consentire a un candidato di disporre di una moltiplicazione di liste senza firme, mentre altri devono sottostare alla regola ordinaria, significa alterare la parità sostanziale della competizione. Il favor partecipationis non può diventare favor privilegi. Serve a impedire esclusioni ingiuste, non a consacrare scorciatoie. Serve a difendere il pluralismo, non a premiare chi trasforma una deroga in una rendita elettorale. Messina non merita un voto accompagnato dal sospetto che la partita sia stata giocata su un terreno inclinato. E soprattutto non merita che il risultato delle urne diventi soltanto il primo tempo di una partita destinata a proseguire davanti ai giudici amministrativi“, aggiunge Amendolia.
“Perché questo è il punto che nessuno dovrebbe sottovalutare: se dopo la proclamazione degli eletti verranno proposti ricorsi, il giudice sarà chiamato a verificare se quelle liste potevano davvero beneficiare dell’esenzione o se, invece, avrebbero dovuto raccogliere le firme. E, qualora l’ammissione fosse ritenuta illegittima e incidente sul risultato, potrebbero aprirsi scenari assai seri: dalla rideterminazione degli effetti elettorali fino, nei casi più gravi, all’annullamento totale o parziale della consultazione. Non è una minaccia. È il normale funzionamento dello Stato di diritto. La democrazia vive di partecipazione, ma anche di regole. E quando le regole vengono piegate con il sorriso di chi si crede più furbo degli altri, non si allarga la democrazia: la si espone alla piena.
Una elezione è davvero libera solo quando tutti partono dalla stessa linea. Se qualcuno pretende di partire con quindici corsie, il problema non è tecnico. È democratico”, conclude Amendolia.


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