Eelezioni Comunali, AVS Reggio Calabria boccia la proprietà popolare: “rischio nuova crisi finanziaria”

Nel pieno della campagna elettorale a Reggio Calabria, AVS boccia la proposta della proprietà popolare e rilancia l’urgenza di rafforzare l’edilizia residenziale pubblica per le famiglie che non possono permettersi né affitti né mutui.

In piena campagna elettorale, mentre l’Edilizia Residenziale Pubblica rappresenta la principale politica in grado di garantire il diritto all’alloggio alle centinaia di famiglie di Reggio Calabria che vivono in condizioni di grave disagio abitativo, assistiamo a proposte che rischiano di creare confusione su un tema estremamente delicato. AVS è da sempre al fianco delle fasce più deboli della popolazione e considera il welfare un pilastro centrale della propria azione politica. Per questo riteniamo necessario difendere e rilanciare con forza le politiche pubbliche per il diritto alla casa. Il riferimento è alla proposta della cosiddetta “proprietà popolare”, avanzata dal candidato al Consiglio Comunale Luigi Catalano della lista Reggio Futura, secondo cui sarebbe possibile superare l’Edilizia Residenziale Pubblica consentendo a “tutte le famiglie” di acquistare la prima casa attraverso mutui garantiti dal Comune“. È quanto sostenuto in una nota da AVS Reggio Calabria.

La realtà sociale reggina è però ben diversa: centinaia di famiglie hanno redditi troppo bassi per accedere a un mutuo e spesso faticano a sostenere anche un normale canone di affitto nel mercato privato, con frequenti casi di sfratto. – prosegue AVS – È proprio a questi nuclei che deve continuare a rispondere con priorità l’ERP. In questo contesto si inserisce anche il recente dibattito sul nuovo disegno di legge nazionale in materia di sfratti, che punta ad accelerare le procedure di rilascio degli immobili e che rende ancora più evidente la necessità di rafforzare le tutele abitative per le famiglie più fragili.

La futura Amministrazione Comunale dovrebbe invece rafforzare un Piano straordinario di assegnazione degli alloggi, utilizzando fondi ERP e risorse europee per acquistare immobili sul mercato privato e garantire tempi certi e rapidi di assegnazione. La proposta della “proprietà popolare”, oltre a non essere estendibile a tutte le famiglie, risulta anche economicamente non sostenibile per un ente comunale, che non dispone delle risorse necessarie per garantire su larga scala mutui bancari senza pesanti ricadute sui conti pubblici.

Reggio Calabria ha inoltre già vissuto una grave crisi finanziaria dopo l’amministrazione Scopelliti, arrivando a un passo dal dissesto e superandola solo attraverso anni di sacrifici e risanamento. È quindi necessario evitare proposte che possano compromettere nuovamente l’equilibrio finanziario dell’Ente.

Non a caso, le politiche di sostegno ai mutui per l’acquisto della prima casa esistono già da anni a livello nazionale e sono sostenute dal bilancio dello Stato, non dai bilanci comunali. Dal 2014 al 2026, infatti, le leggi di Bilancio hanno istituito e confermato presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze un Fondo di garanzia, gestito da Consap, che copre dal 50% all’80% delle garanzie bancarie sui mutui prima casa per famiglie con specifici requisiti reddituali.

Ciò che oggi manca davvero non è il sostegno all’acquisto della casa, ma un deciso rafforzamento dell’Edilizia Residenziale Pubblica per garantire un alloggio dignitoso alle famiglie che non possono accedere né alla proprietà né al credito bancario. L’alloggio ERP non è un bene di serie B, ma un bene collettivo con una funzione sociale fondamentale, che per decenni ha rappresentato uno strumento essenziale di coesione e tutela sociale per la città di Reggio Calabria“, conclude AVS.

La risposta di Catalano

Di seguito la risposta del candidato in consiglio Comunale Luigi Catalano: “la politica seria non dovrebbe limitarsi a criticare o a fare ironia. Dovrebbe avere il coraggio di proporre soluzioni concrete ai problemi reali dei cittadini. Uno di questi problemi è la casa. Oggi esiste una fascia enorme di famiglie che resta completamente scoperta: non ha diritto alla casa popolare perché, in base all’ISEE, risulta “troppo benestante”, ma allo stesso tempo non riesce ad accedere a un mutuo bancario perché considerata poco solida dagli istituti di credito.

Il risultato è semplice e ingiusto: queste famiglie sono costrette a pagare un affitto per tutta la vita, senza mai costruire un patrimonio proprio. La proposta della Proprietà Popolare nasce per superare questa contraddizione. Non si tratta di regalare case. Non si tratta di fare assistenzialismo. Non si tratta di scaricare tutto sulle casse pubbliche. Si tratta di creare un meccanismo serio, controllato e sostenibile per trasformare l’affitto in una rata verso la proprietà.

Il Comune non deve comprare tutte le case né costruire nuovi palazzi. Deve favorire un sistema di garanzie, convenzioni e criteri chiari, capace di mettere insieme tre soggetti: famiglie, banche e immobili invenduti già presenti sul territorio.

La differenza rispetto al vecchio modello dell’edilizia popolare è netta, ma va chiarita bene: l’edilizia popolare non verrebbe cancellata per chi vive condizioni di reddito troppo precarie. Per le famiglie davvero fragili, che non possono sostenere nemmeno una rata minima, il Comune continuerebbe ad avere un ruolo sociale. Ma anche in quel caso dovrebbe cambiare metodo: invece di costruire nuovi alloggi con tempi lunghi, costi enormi, appalti, cantieri e rischio di creare altri quartieri-ghetto, potrebbe acquistare immobili già costruiti,
oggi invenduti, e assegnarli agli aventi diritto.

Sul territorio esistono centinaia di case già realizzate che non trovano mercato. Usarle significa dare una risposta più rapida a chi ha bisogno, evitare nuovo consumo di suolo, rimettere in circolo immobili fermi e migliorare anche le periferie. Per chi invece può sostenere una rata, la strada è la Proprietà Popolare: non assistenza permanente, ma possibilità concreta di acquistare casa e costruire un patrimonio familiare.

Questa è la vera svolta: distinguere tra chi ha bisogno di protezione sociale piena e chi, invece, può essere accompagnato verso la proprietà. L’edilizia popolare tradizionale richiede fondi enormi, terreni, progettazioni, appalti, cantieri, collaudi e anni di attesa. Spesso produce quartieri separati, concentrazione di disagio e immobili che, col tempo, diventano difficili da mantenere.

La Proprietà Popolare, invece, parte da ciò che già esiste: case invendute, soprattutto nelle periferie, che oggi non hanno mercato e rischiano di restare vuote, ferme o degradate. Usare l’invenduto significa non consumare nuovo suolo, non aspettare dieci anni per costruire, non creare nuovi ghetti e rimettere subito in circolo immobili già presenti. Significa anche dare ossigeno alla microeconomia locale: compravendite, ristrutturazioni, manutenzioni, tecnici, artigiani, imprese, notai, agenzie immobiliari e banche.

Quando una famiglia diventa proprietaria, cambia anche il rapporto con la casa. Chi vive in affitto spesso non investe nella manutenzione, perché quella casa non è sua. Il proprietario, se incassa comunque il canone, spesso non interviene come dovrebbe. Ma quando una casa diventa di una famiglia, quella famiglia la cura, la migliora e la considera parte del proprio futuro. La casa non è solo un tetto. È sicurezza, dignità, stabilità e patrimonio.

Oggi molti cittadini pagano ogni mese un affitto che arricchisce chi possiede già immobili.  Con la Proprietà Popolare, quella stessa capacità di pagamento può diventare una rata sostenibile verso una casa propria. Alla fine non resta solo una ricevuta d’affitto. Resta un bene. Resta una sicurezza per la vecchiaia. Resta qualcosa da lasciare ai figli. Questa proposta funziona per tutti: per le famiglie che possono costruire un patrimonio, per chi è in condizione di fragilità estrema, per gli immobili invenduti che tornano ad avere mercato, per le periferie che vengono riqualificate, per le imprese e gli artigiani che lavorano, per le banche che mettono in circolo risorse, per il Comune che evita nuovi costi enormi di costruzione e per la città che migliora il proprio decoro urbano.

Chi vuole criticare questa proposta lo faccia nel merito. Spieghi perché sarebbe meglio continuare con l’affitto a vita. Spieghi perché sarebbe meglio lasciare l’invenduto fermo. Spieghi perché sarebbe meglio costruire ancora, consumare altro suolo e spendere nuove risorse pubbliche, invece di usare ciò che già esiste. Io non propongo miracoli. Propongo una strada concreta: trasformare l’affitto in proprietà, l’invenduto in opportunità, le periferie in valore e la spesa mensile delle famiglie in patrimonio.

La città non ha bisogno di slogan vuoti. Ha bisogno di idee realizzabili, strumenti seri e coraggio politico“.