Il ricordo della strage di Capaci torna a parlare ai giovani attraverso la voce di chi quel 23 maggio 1992 lo ha vissuto in prima persona. A Catanzaro, nel Chiostro della Procura della Repubblica, il caposcorta del giudice Giovanni Falcone, Gaspare Cervello, uno dei sopravvissuti all’attentato mafioso, ha raccontato agli studenti i momenti drammatici dell’esplosione che cambiò per sempre la storia italiana. La sua testimonianza è stata il cuore del convegno “Semi di Memoria, Frutti di Legalità: il ricordo del Reparto Scorte di Palermo ai giovani di oggi”, promosso dal Polo Liceale Siciliani-De Nobili di Catanzaro, diretto da Filomena Rita Folino. Un’iniziativa costruita attorno al valore della memoria, della legalità e del confronto diretto tra le nuove generazioni e gli uomini che hanno servito lo Stato accanto a figure simbolo della lotta alla mafia.
Il racconto di Gaspare Cervello: l’attimo dell’esplosione a Capaci
Il momento più intenso dell’incontro è arrivato con le parole di Gaspare Cervello, caposcorta di Giovanni Falcone e sopravvissuto alla strage di Capaci. Il suo ricordo ha riportato gli studenti a quel pomeriggio del 23 maggio 1992, quando l’autostrada nei pressi di Capaci fu devastata dall’esplosione preparata da Cosa nostra. Cervello ha raccontato: “Vidi all’improvviso pezzi di autostrada che volavano e non riuscivo a capire cosa stesse accadendo”. Una frase breve, ma capace di restituire la violenza improvvisa dell’attentato. L’immagine dei pezzi di autostrada sollevati dall’esplosione è diventata il punto di partenza di una testimonianza carica di dolore, lucidità e responsabilità civile.
Il dovere morale della memoria a 34 anni dalla strage
A distanza di 34 anni da quel tragico 23 maggio 1992, il convegno ha voluto rinnovare il dovere morale del ricordo. La memoria della strage di Capaci non è stata presentata come una semplice commemorazione, ma come un impegno vivo, da trasmettere agli studenti e da trasformare in coscienza civile.
L’iniziativa ha posto al centro il legame tra memoria e legalità, ricordando che il sacrificio di Giovanni Falcone, degli uomini della scorta e delle vittime della stagione stragista continua a interrogare il presente. Raccontare quei fatti ai giovani significa impedire che diventino solo pagine di storia lontane e riaffermare il valore quotidiano della responsabilità, delle istituzioni e del contrasto alla criminalità organizzata.
La testimonianza dal luogo della voragine
Nel suo intervento, Cervello ha ricostruito anche ciò che accadde nei minuti immediatamente successivi all’esplosione. La sua auto fu investita dall’onda d’urto e dalla pioggia di detriti, mentre l’auto di Falcone era finita nella voragine aperta sull’autostrada. Il caposcorta ha proseguito: “La nostra macchina – ha proseguito Cervello – fu comunque colpita dall’onda d’urto e iniziarono a caderci addosso calcinacci, pezzi di asfalto. Io uscii dall’auto per primo e mi precipitai verso l’auto di Falcone che era nella voragine. Non mi venne di chiamarlo dottore come facevo sempre, pronunciai due volte il suo nome: ‘Giovanni, Giovanni’. Lui si voltò e mi guardò con uno sguardo spento, come se mi volesse dire che anche per lui era arrivata la fine, ma non riuscì a dirmi niente. Cominciarono ad arrivare altre persone e io accanto all’auto di Falcone urlavo a chiunque di allontanarsi perché non li conoscevo, non sapevo chi fossero. Alcuni dicevano che erano della Squadra mobile ma io con la pistola puntata risposi che se non veniva qualcuno in divisa che conoscevo, non avrei abbassato l’arma. Poi arrivò un collega che conoscevo. Solo allora abbassai l’arma e mi allontanai”.
Il racconto ha restituito agli studenti non solo la dinamica drammatica dell’attentato, ma anche la tensione, la confusione e il senso di protezione che animavano gli uomini delle scorte anche nei momenti più estremi.
Il rapporto umano con Giovanni Falcone
Uno dei passaggi più forti della testimonianza riguarda il modo in cui Cervello si rivolse a Giovanni Falcone subito dopo l’esplosione. Non lo chiamò “dottore”, come era abituato a fare, ma pronunciò il suo nome: “Giovanni, Giovanni”. Quel dettaglio racconta il rapporto umano che si crea tra un magistrato sotto minaccia e chi ogni giorno vive accanto a lui per proteggerlo. La scorta di Falcone non era soltanto una struttura di sicurezza, ma una comunità di uomini uniti da fiducia, responsabilità e consapevolezza del rischio.
Nel silenzio dello sguardo di Falcone, così come ricordato da Cervello, emerge tutta la tragedia di quei momenti: la consapevolezza della fine, l’impossibilità di parlare, la devastazione di un attentato che colpì lo Stato nel cuore.
Gli studenti al centro del confronto sulla legalità
Il convegno “Semi di Memoria, Frutti di Legalità” ha avuto come obiettivo principale il confronto diretto tra gli studenti e gli uomini dei reparti scorte. Non una lezione frontale, ma un incontro con la storia vissuta, capace di trasformare il racconto in educazione civica e consapevolezza.
Per i giovani presenti, ascoltare le parole di chi ha vissuto la strage di Capaci ha significato entrare in contatto con una memoria concreta, fatta di nomi, volti, responsabilità e scelte. La legalità, in questo contesto, non è stata raccontata come un principio astratto, ma come un percorso quotidiano che passa dalla conoscenza, dal rispetto delle istituzioni e dal rifiuto dell’indifferenza.
L’iniziativa del Polo Liceale Siciliani-De Nobili
L’incontro è stato promosso dal Polo Liceale Siciliani-De Nobili di Catanzaro, diretto da Filomena Rita Folino, e si è svolto nel Chiostro della Procura della Repubblica. La scelta del luogo ha aggiunto valore simbolico all’iniziativa, collegando il mondo della scuola a quello della giustizia e delle istituzioni.
Il titolo del convegno, “Semi di Memoria, Frutti di Legalità”, sintetizza il senso dell’appuntamento: seminare conoscenza e ricordo tra gli studenti per far maturare una cultura della responsabilità. Il riferimento ai reparti scorte di Palermo ha permesso di dare voce a chi, spesso lontano dai riflettori, ha condiviso con i magistrati antimafia un destino di rischio e dedizione.
Magistrati e rappresentanti dell’Anm al convegno di Catanzaro
Ai lavori, moderati dal giornalista della Gazzetta del Sud Giuseppe Mercurio e dalla pm e componente la Giunta esecutiva Anm di Catanzaro Rosaria Multaris, sono intervenuti i magistrati Irene Crea, Corrado Cubellotti e Annamaria Frustaci, insieme al giudice Giovanni Strangis, presidente Ges Anm.
La presenza di magistrati e rappresentanti dell’Associazione nazionale magistrati ha rafforzato il significato istituzionale dell’iniziativa. Il dialogo con gli studenti ha permesso di collegare la memoria delle stragi mafiose al lavoro quotidiano della giustizia, sottolineando il valore della continuità tra passato e presente.
Il ricordo del caposcorta di Paolo Borsellino
Oltre a Gaspare Cervello, ha offerto la sua testimonianza anche Benedetto Marsala, caposcorta di Paolo Borsellino. La sua presenza ha ampliato il racconto dalla strage di Capaci alla stagione delle stragi che colpì anche il giudice Borsellino, ucciso il 19 luglio 1992 in via D’Amelio.
Marsala ha detto: “Quello che potevamo recepire e capire nello stesso tempo, nello stato d’animo del procuratore Paolo Borsellino era troppo pensieroso e troppo preso dal lavoro che gli mancava il tempo”.
Le sue parole restituiscono l’immagine di un magistrato immerso nel lavoro, consapevole della gravità del momento storico e del peso delle indagini. Anche in questo caso, il racconto della scorta consente di cogliere aspetti umani e quotidiani di una figura diventata simbolo della lotta alla mafia.
Falcone, Borsellino e il valore delle scorte
Il convegno ha messo al centro anche il ruolo degli uomini delle scorte di Falcone e Borsellino, figure essenziali nella protezione dei magistrati più esposti nella lotta a Cosa nostra. Le loro testimonianze ricordano che la difesa dello Stato non passa solo dai grandi nomi della storia, ma anche da chi ha scelto di stare al loro fianco, condividendo pericoli, responsabilità e sacrifici.
Raccontare la strage di Capaci e il clima di quei mesi attraverso le parole dei capiscorta significa mostrare agli studenti una prospettiva diretta, vissuta, lontana dalla retorica. Significa ricordare che dietro ogni servizio di scorta c’erano uomini, famiglie, paure e senso del dovere.
I dipinti degli studenti per lo studio di Falcone
Alla fine dell’incontro, i ragazzi della 4 AA, indirizzo artistico, hanno donato due dipinti che saranno collocati nello studio di Falcone, oggi chiamato il “bunkerino”.
Il gesto degli studenti ha chiuso il convegno con un segno concreto di partecipazione e memoria. I dipinti destinati al “bunkerino” rappresentano un ponte tra le nuove generazioni e la storia di Giovanni Falcone, trasformando l’ascolto in un atto simbolico di restituzione.
Una memoria che diventa impegno civile
La giornata di Catanzaro ha dimostrato come la memoria della strage di Capaci continui a essere una responsabilità collettiva. Le parole di Gaspare Cervello e Benedetto Marsala hanno riportato al centro non solo il dolore di due tragedie nazionali, ma anche il valore della testimonianza come strumento educativo.
Per gli studenti del Polo Liceale Siciliani-De Nobili, il confronto con gli uomini delle scorte è stato un’occasione per comprendere che la legalità non appartiene soltanto ai tribunali o alle commemorazioni ufficiali. È una scelta che riguarda la vita quotidiana, il modo in cui si guarda alla storia e la capacità di riconoscere il prezzo pagato da chi ha difeso le istituzioni.
A 34 anni dalla strage di Capaci, il messaggio emerso dal convegno è chiaro: ricordare Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli uomini delle scorte significa continuare a seminare memoria perché possano nascere, nelle nuove generazioni, frutti autentici di legalità.


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