L’Associazione Neda Kairos – con e per i giovani pubblica una lettera aperta di Antonino Sergi, che mette in guardia sui rischi dell’Autonomia differenziata per la Calabria e l’intero Mezzogiorno. Il testo integrale della lettera è riportato di seguito:
“Ci sono questioni che vanno oltre le appartenenze politiche, le campagne elettorali e le convenienze del momento.
Questioni che riguardano il destino stesso della Calabria e del Mezzogiorno.
Il trasferimento delle deleghe alla Città Metropolitana è una di queste.
Ma ancor di più lo è l’Autonomia differenziata.
Non è una riforma tecnica.
Non è una semplice redistribuzione di competenze.
È una scelta politica destinata a incidere profondamente su sanità, scuola, trasporti, servizi, diritti e opportunità di milioni di cittadini.
Ed è proprio per questo che sorprende il silenzio — o quantomeno la debolezza — con cui larga parte della classe dirigente meridionale, dei candidati, delle istituzioni e persino degli organi di informazione ha affrontato un tema così decisivo.
La verità è semplice: chiamarla “autonomia differenziata” significa già ammettere che i diritti dei cittadini rischiano di diventare differenti in base alla regione in cui si nasce.
Non più un’Italia fondata sull’uguaglianza sostanziale, ma un Paese in cui il luogo di residenza determina la qualità dei servizi, delle opportunità e perfino delle cure.
Non è autonomia.
È frammentazione.
A dirlo non sono soltanto intellettuali o meridionalisti. Perfino Reinhold Messner, lo scalatore altoatesino, ha affermato con chiarezza che “quella della Lega non è autonomia, è divisione”.
Ed è difficile non vedere la contraddizione di una parte politica che viene in Calabria a parlare di sviluppo, di amore per il Sud e di rilancio del territorio, sostenendo però una riforma che rischia di impoverire ulteriormente proprio il Sud.
Ancora più grave è ciò che sta avvenendo dopo la pronuncia della Corte Costituzionale.
La Consulta ha bocciato parti fondamentali dell’impianto Calderoli, evidenziando criticità profonde relative ai LEP, ai criteri di finanziamento e al rapporto tra Parlamento e Governo.
Eppure, invece di fermarsi e aprire un confronto serio e trasparente, Calderoli continua a forzare la mano.
Come?
Provando a partire dalle materie “non LEP”, cioè da quelle che non richiederebbero preliminarmente la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni.
Una scelta tutt’altro che innocente.
Perché il rischio concreto è che queste intese diventino un cavallo di Troia per arrivare, passo dopo passo, all’Autonomia differenziata integrale.
L’obiettivo reale, al di là della propaganda, appare evidente: trattenere al Nord la gran parte dei residui fiscali, svuotando progressivamente le entrate dello Stato centrale e riducendo drasticamente la capacità redistributiva nazionale.
Desta forte preoccupazione il fatto che, anche dopo lo stop della Corte Costituzionale, vi siano aperture e disponibilità politiche rispetto a questo percorso, comprese quelle espresse dal presidente Occhiuto sulle materie non LEP.
Se ciò dovesse accadere, il Mezzogiorno — e la Calabria in particolare — rischierebbero conseguenze devastanti.
Meno risorse per sanità, scuola, trasporti, infrastrutture, welfare e servizi essenziali.
Meno possibilità di recuperare il divario storico.
Meno strumenti per fermare l’emigrazione continua di giovani e competenze.
Sarebbe però intellettualmente disonesto fingere che tutto nasca oggi.
La scriteriata riforma del Titolo V della Costituzione, avviata dal Centrosinistra nel 2001 nel tentativo miope di inseguire la Lega sul terreno del regionalismo, ha aperto la strada a questa deriva.
Calderoli sta semplicemente tentando di portarla alle sue conseguenze più radicali.
I numeri parlano da soli.
Dopo quella riforma, gli investimenti industriali nel Mezzogiorno sono crollati del 36%, mentre oltre un milione di giovani ha lasciato il Sud negli ultimi vent’anni.
Ogni anno migliaia di studenti meridionali si trasferiscono altrove, generando un enorme impoverimento economico, culturale e umano.
Formiamo giovani che poi mettono le proprie competenze al servizio di altri territori.
Nel frattempo, si continua a raccontare la favola secondo cui il Nord “mantiene” il Sud.
Una narrazione superficiale e spesso falsa, che ignora quanti investimenti pubblici siano stati storicamente concentrati nelle aree più forti del Paese e quanti costi il Mezzogiorno continui a sostenere per la migrazione sanitaria, universitaria e lavorativa.
Il punto più inquietante, però, è un altro.
L’Autonomia differenziata rischia di trasformare disuguaglianze già gravi in disuguaglianze permanenti e strutturali.
Chi ha avuto di più continuerà ad avere di più.
Chi ha avuto meno resterà indietro.
È il principio perverso della “spesa storica”: cristallizzare le disparità invece di correggerle.
Così si arriva all’assurdo di territori che hanno meno asili, meno trasporti, meno servizi e che, proprio per questo, rischiano di ricevere ancora meno risorse.
Qui non si tratta di essere di destra o di sinistra.
Si tratta di capire da che parte stare quando sono in gioco gli interessi strategici della Calabria.
Perché la propaganda passa.
Le leggi restano.
E gli effetti delle leggi sbagliate rischiano di pesare per decenni sulle future generazioni.
Molti cittadini meridionali si illudono di essere furbi e smaliziati.
Poi però finiscono per farsi giocare da chi, con grande abilità politica e pochissimi scrupoli, porta avanti un disegno che conviene soprattutto ai territori più forti.
E mentre il Nord difende compatto i propri interessi, il Sud continua spesso a dividersi, a minimizzare o a tacere.
La Calabria non ha bisogno di silenzi prudenti o passerelle elettorali.
Ha bisogno di una classe dirigente capace di difenderla davvero, soprattutto quando le scelte sono difficili e impopolari.
Per questo sarebbe importante una presa di posizione chiara, coraggiosa e inequivocabile da parte dei candidati, delle istituzioni, del mondo culturale e degli organi di informazione.
Non per interesse di parte, ma per responsabilità verso un territorio che continua a perdere giovani, servizi, opportunità e speranza.
Perché chi vuole davvero bene al Sud non lo usa come palcoscenico elettorale.
Lo difende quando si votano le scelte decisive”.


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