Regginate – La grande (dis)illusione

La morte della Reggina (perché di morte si tratta, o meglio di una degenza comatosa in un reparto di terapia intensiva, in quanto questo non è un campionato vero e proprio ma poco più di una partitella domenicale in campi di paese) ha coinciso con la morte del calcio e di una grossa fetta dell’attività sportiva a Reggio e nella provincia

Quest’anno sulla promozione della Reggina ci saremmo giocati la casa quanto ne eravamo sicuri, noi che non abbiamo mai toccato neanche un gratta e vinci. E questo, per intenderci, non perché nutrissimo grande fiducia nelle capacità di questa dirigenza che, nonostante quanto essa consideri sé stessa, consideriamo di ben modesto livello. Ma perché avevamo dato un’occhiata alla lista delle partecipanti, e ci si era mostrata la pochezza di questo campionato. Insomma, una combinazione di eventi ci aveva messo accanto delle squadre di livello così modesto che non ci voleva neanche una corazzata per vincere questo campionato in scioltezza e con qualche giornata d’anticipo.

Bastava solo mettere in campo una squadra ben costruita e con un po’ d’esperienza. Gli avversari erano quello che erano. Nessuna squadra che nutrisse ambizioni. Nessun Siracusa e nessun Trapani, e anche la Scafatese, per una inaspettata carezza del destino, ce la avevano tolta dai piedi mandandola a vincere (quella sì) il girone sopra di noi. Insomma, c’era solo da andare a sgambettare in campetti messi insieme alla meno peggio. Come quello di Ragusa dove bisogna solo stare attenti a non tirare troppo lontano perché la palla poi se la devono andare a raccogliere i giocatori stessi in quanto non si sono trovati neanche due ragazzini per fare i raccattapalle. O come quello della Gebilson dove se tiri troppo alto poi puoi dire addio al pallone che finisce sulla statale.

Le avversarie della Reggina sono solo squadre dignitose in una mare di mediocrità

Poi, certo, qualche avversario c’è pure, ma roba da poco, anche se la stampa per tener vivo il senso della disputa li fa passare per dei mostri. Nissa, Savoia, Athletic Palermo o Igea sono solo squadre dignitose o poco più che spiccano in un mare di mediocrità. Insomma, volevamo solo che si concludesse tutto in fretta per poterci vedere finalmente, e questo è il simbolo di quel che siamo diventati, in serie C credendo che sarebbe stato lì che con questa dirigenza da quattro soldi c’era da attendersi il peggio. E invece, siccome quando sei guidato da improvvisatori non devi mai dare nulla per scontato. E al posto dell’attesa passeggiata abbiamo cominciato a prendere da subito sganassoni da una parte e dall’altra, e se lo scorso anno almeno le speranze erano durate fino alle ultime giornate, quest’anno siamo finiti già fuori gioco con largo anticipo.

E non è servita neanche la solita inaspettata carezza della fortuna che anche quest’anno ha dimostrato di volerci bene, chissà poi perché. Che come l’anno scorso ci annullò gli schiaffi presi con l’Akragas che a metà campionato sbaraccò tutto e salutò perché, fecero sapere, non avevano neanche i soldi per pagarsi le trasferte, quest’anno ci aveva messo fuorigioco una delle dirette concorrenti perché una dirigenza pasticciona si era accorta solo dopo cinque giornate di avere in campo uno squalificato. Cose da serie D. Vorremo sorridere e dire che questo è il livello delle nostre contendenti, se in realtà a quello specchio non dovremmo affacciarci anche noi.

Adesso tutto quel che c’era da dire è stato detto. Inutile (ri)tirare fuori promesse che in realtà erano solo sbruffonate e i soliti vaniloqui. Il campo, che è l’unico giudice in queste cose ha decretato la sua sentenza, e lo ha fatto come ormai da diversi anni: questa società, al di là di diversi proclami, è manifestamente incapace di uscire dal dilettantismo calcistico. Ci riproverà l’anno prossimo e poi l’anno successivo e poi quello dopo ancora. Ma non è nei suoi mezzi. È una società del tutto adeguata a questo contesto per venirne fuori. Non sappiamo davvero come possa vincere un campionato meno modesto di questo, e dove ha avuto sempre un appoggio del tifo massiccio come questo, dove a volte allo stadio c’erano più spettatori di quanti abitanti ci fossero nei paesi delle squadre che affrontava. Il massimo che potrà ottenere è una salvezza dignitosa. Quanto spreco e quanta miseria in tutto questo.

La morte della Reggina e il mandante del crimine: Paolo Brunetti

La morte della Reggina (perché di morte si tratta, o meglio di una degenza comatosa in un reparto di terapia intensiva, in quanto questo non è un campionato vero e proprio ma poco più di una partitella domenicale in campi di paese) ha coinciso con la morte del calcio e di una grossa fetta dell’attività sportiva a Reggio e nella provincia. Ridurre il calcio ad attività dilettantistica senza punti di riferimento in una metropoli regionale non è solo una umiliazione sportiva, ma anche un problema politico e sociale, e non ci voleva molto a capirlo in una nazione dove i risultati calcistici vengono analizzati al telegiornale e anche in serie C nelle realtà urbane ci sono più di diecimila spettatori a partita.

E quindi il delitto contro lo sport reggino non si poteva fare in solitario, ma abbisognava di qualche complice. Questa dirigenza ne è stata, per così dire, solo l’esecutrice materiale. E diremmo suo malgrado. Nelle sue ingenue intenzioni credeva davvero dopo due anni di calcare i campi della serie B, un po’ come quei bambini che si mettono il costume da Superman e guardandosi allo specchio si convincono di potere volare, aprono la finestra e si sfracellano al suolo. Sì è solo scontrata con la durezza (e la serietà) della realtà. E sarebbe anche da commiserare se in mezzo non ci fosse il dramma sportivo.

Ma chi gli ha fornito l’arma del delitto è stato Paolo Brunetti, che assieme alla dirigenza è stato non di rado visto assieme, non si sa bene a quale titolo. È lui che di questo crimine verso il calcio reggino potrebbe essere considerato il mandante, con la sua scelta quantomeno bizzarra e sorprendente, e che lasciò tutti esterrefatti, di affidargliela. Giustificata con quella promessa rassicurante da pater familias che avrebbe vigilato e che invece voleva solo dire “diamogliela a questi, e vediamo come ce la manda il Signore”. Di lui e delle sua lungimiranza speriamo che ci liberino le prossime elezioni, quale che sia la coalizione vincente.

Quanto alla dirigenza, ci ricorda la favola esopica dell’asino con la pelle del leone, che si era talmente immedesimato nella sua nuova parte e tanto aveva ingannato anche gli altri fino a che, a tradirlo, non fu un raglio quando si era convinto di riuscire anche a ruggire. E di concerti di ragli sono ormai anni che ne sentiamo. Noi speriamo davvero che, dopo tre anni, si tolgano infine quella pelle e tornino alla loro primigenia dimensione e cedano la squadra, che ebbero gratuitamente con ben altre ambizioni. Se non a un leone vero, almeno a qualche altro animale (esopicamente parlando) che sappia il fatto suo. Di ragli che pretendono di essere ruggiti in questa città ne abbiamo sentiti anche troppi e, con rispetto parlando, non lo meritiamo.