Torna a parlare in una intervista ad una nota trasmissione sportiva la dirigenza della Reggina e lo fa attraverso uno dei suoi vertici, il proprio direttore generale. È chiaro che lo fa per difendere sé stessa dopo una stagione in cui sembra che da difendere ci sia poco o nulla dopo le altisonanti ambizioni della partenza. Ma apprezziamo certamente che si scelga di parlare in una società troppo spesso quest’anno malata di mutismo selettivo, e ci aiuti a comprendere o a giustificare quel che c’è dietro un’altra stagione che è sembrata scivolare via in maniera scriteriata. Quello che però ci lascia perplessi dopo la lunga conversazione è la debolezza delle argomentazioni. Il campionato, a meno di eventi straordinari dell’ultim’ora, è andato via. Ed è inutile dopo averlo perso sul campo aggrapparsi alle aule dei tribunali o alle speranze dei ripescaggi, che sono i soliti miraggi degli sconfitti.
Eppure quella che a noi appare una tragedia sportiva sembra appena sfiorare la voce di chi la società la vive dal di dentro. La frattura con la piazza lì non la si vive, e sembra che sia un’invenzione dei social. C’è amarezza, certo, ma in fondo anche se questi campionati li stiamo perdendo tutti non si può dire che non siamo sempre tra le prime. E poi lo sanno tutti che uscire dalla serie D è complicatissimo. E al di là del risultato sportivo è quello che s’è costruito dietro che è davvero importante. E insomma va tutto bene. A ben vedere l’importanza dell’intervista non è tanto nelle parole ma in quello che non viene detto, e cioè che questa società vive come in una sua dimensione metafisica, chiusa come in una bolla. Siamo dei lavoratori eccellenti, ma non si capisce perché il mondo continui a non premiarci.
Dice Praticò che fin dall’inizio la dirigenza si è sempre impegnata molto, e siamo disposti a concederglielo. Anche se i risultati sono stati miserevoli. E quindi questo impegno non è, bontà sua, una giustificazione ma semmai un aggravante. Come dire: “Guardate che questi tre anni di fallimenti mica sono venuti così dal nulla: ci sono costati una fatica immane”. Che tradotti vogliono dire: se ci si impegna tanto e non si ottiene nulla, allora il problema non è la volontà ma la competenza. La capacità non è determinata dall’impegno profuso, ma dai risultati che si ottengono: se si va da un medico o da un ingegnere interessa poco che si impegnino tanto nel proprio lavoro, si vuole solo sapere se i pazienti alla fine guariscono o che i ponti non crollino.
Di questi fallimenti siamo disposti a concedere qualche attenuante il primo anno, quando la squadra si trovò costretta a scontrarsi con le ambizioni di un Trapani di ben alto livello con l’aggravante di qualche settimana di ritardo di preparazione (ma qualche sbruffonata se la potevano pure risparmiare). Ma già l’anno dopo il campionato era ampiamente alla sua portata e il livello di questo che si sta concludendo poi era addirittura miserevole. Se si sono persi è stato proprio perché la dirigenza ha dimostrato di non sapere come costruire una squadra, con allenatori sempre cambiati in corso d’opera, con giocatori che andavano e venivano, e insomma dove ci si è sempre trovati nel girone di ritorno a rappezzare alla meglio falle enormi lasciate da gironi d’andata disastrosi. Non si perde un campionato, come si vuol credere, perché si sbaglia un rigore.
E non ci si venga a dire che uscire dal campionato dilettanti è difficilissimo. Sciocchezze, naturalmente. Vincere quel campionato è abbastanza semplice come hanno dimostrato tutte le squadre di livello che ci sono capitate e non ci sono rimaste più di un anno. E d’altronde basta vedere i nomi delle avversarie. È dalla serie C che è difficilissimo uscire, quando un posto se lo contendono Benevento, Catania, Salernitana, e dove a investire milioni si rischia magari di restare poi a bocca asciutta. Ma qui le avversarie sono delle figuranti di piccoli centri senza pubblico e talvolta senza nemmeno uno stadio.
Poi, certo, c’è la delusione, la contestazione, le critiche. Ma quando sei presidente di una squadra di una grande città necessariamente diventi un personaggio pubblico, e hai a che fare con la stampa, con il pubblico, con la tifoseria. Questo fa parte del gioco, e se non lo accetti allora puoi evitare fin da subito di prenderti questo incarico. E se vinci vieni osannato e se la squadra comincia ad andare male aspettati anche critiche e improperi. Tutti i presidenti sono stati di volta in volta acclamati e contestati, anche i più grandi. Si vive molto degli umori del momento: la tifoseria è molto volubile. Non lo sapeva Ballarino? Ma non si può semplicemente godersi i momenti buoni e poi tapparsi le orecchie e la bocca di fronte alle sconfitte. Abbiamo come l’impressione che, come le sue parole, sicuramente dette in buona fede ma con molta ingenuità sulla scalata in serie B, quando prese la squadra questa dirigenza non avesse una idea molto precisa di dove si stesse avventurando.
Il calcio è questo, la popolarità che ne deriva è questa e ha anche questi prezzi. E invece certi atteggiamenti, come quella di rinchiudersi in un mutismo per molti versi infantile ogni volta che la squadra perdeva e c’era da affrontare la stampa, annunciare comunicati che poi non venivano, dire cose e poi smentirle, ci hanno dato l’impressione che a questa dirigenza sia mancata proprio la maturità per affrontare un impegno che si doveva affrontare non solo sul campo, ma anche fuori Insomma, ad ascoltare il direttore generale ci saremmo chiesti cosa avremmo trovato di sostanzioso in questa difesa d’ufficio per salvare questa stagione e in realtà di sostanzioso non abbiamo trovato nulla. Anzi, no. In realtà abbiamo scoperto di avere una della migliori difese d’Italia. Beh, allora, vuoi mettere… Non è proprio tutto fallimentare quest’anno. L’attacco è penoso ma la difesa almeno funziona. Andiamo incontro a nobili destini.


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