Il carme di Massimo Pedullà nel fascino primordiale di Sant’Agata del Bianco

La poesia di Pedullà rivendica una libertà assoluta e fiorisce in Calabria come un sincretismo prodigioso tra la memoria degli antichi e la visione del futuro

Questo piccolo centro aspromontano, grembo di stirpe illustre tra lettere e arti, si erge come sentinella di un impero arcano, custode solenne di una favola atavica. Sant’Agata è stata, nel tempo, testimone dello scorrere dei secoli, ma solo negli ultimi anni si è trasformata in un faro di luce propria, monumento di trascendenza creativa, riemerso dalle fauci della terra per quasi officiare il ritorno spirituale del passato.
In questo universo di umane facoltà, il verbo si fa lancia e scudo: forgiato nel fuoco dell’intenzione e modellato con il rigore di una tecnica sapiente. La parola, a Sant’Agata, rappresenta il vagito che squarcia il silenzio e rigenera l’esistenza della speranza. Di questa verità si fa araldo anche il poeta Massimo Pedullà. Spirito indomito, fiero autodidatta, è artefice di un pellegrinaggio titanico che conduce alle vette dell’espressione, trasmutando in versi l’eterna bellezza della nostra terra e il tumulto delle sensazioni. La poesia di Pedullà rivendica una libertà assoluta e fiorisce in Calabria come un sincretismo prodigioso tra la memoria degli antichi e la visione del futuro. È in questa sintesi audace che risiede la sua forza.

Versi parlanti: l’eternità del momento

I versi di Pedullà sono saette scagliate alla rinfusa, eppure capaci di penetrare al centro dell’essere. Invadono l’animo con una carica che raddrizza i sentieri del sentimento, inondando di luce i meandri più cupi e dimenticati. Il suo è un canto solenne che avvolge e accarezza l’anima nel profondo del suo mistero. Lo stile di Pedullà è di natura libera, totalmente estraneo a classificazioni o stili predefiniti. E forse è proprio questo il suo punto di forza: la capacità, attraverso il suo stile indistinto, di tramutare il tempo in “momento eterno”, elevandolo a simbolo di resistenza spirituale e a ponte sacro tra la natura e l’esistenza.

Si celebri dunque la grandezza di questo vate, la cui maestria brilla di luce propria. Massimo Pedullà incide i suoi versi nel cuore del tempo, rendendo onore a una Calabria che risplende di una bellezza pura. È lui il custode di quello scrigno inviolabile, capace di trasmutare le sensazioni in eternità, in una terra radice ancestrale e cielo infinito. Insomma, per certi versi, la sua poesia potrebbe rappresentare il sigillo con cui la Calabria rivendica al cospetto degli dèi la sua divina perfezione.

La quercia del vento

Quercia che sei e fosti
e di grandezza espandi,
su quell’altura, dove l’inverno
batte i tuoi rami svestiti,
e l’estate adombra
la tua stessa curva,
che sentiero è per la montagna.
Guardiola d’infinita bellezza,
quella sommità in cui t’affacci,
e punta Stilo e lo Zeffirio vedi;
colori nuovi bisognerebbe inventarsi,
talmente essi si fondono l’un con gli altri,
col mutar delle stagioni
e delle ore.
E ti par di volare,
tra quelle magnitudini celesti,
che in un attimo ammiri,
tra aspre montagne e mare.
Di forza radicata e ferma;
come a voler fermare venti
e tempeste.
Ti curvi, ti spogli, ma poi ti rivesti,
sotto quel sole che vedi spuntare;
ora pallido per poi infuocarsi,
per poi riposare.