La luna nera delle riforme e la maledizione dei Referendum: 20 anni di No dal nucleare alla giustizia, così l’Italia non riesce a modernizzarsi

Una democrazia bloccata tra pulsioni conservatrici e paura del futuro: l'analisi del recente voto sulla giustizia nel contesto della storia repubblicana

Ancora una volta, la storia politica italiana si ripete con la precisione metodica di un pendolo che oscilla tra la necessità della modernizzazione e la palude del conservatorismo istituzionale. Il recente referendum che ha bocciato la riforma della giustizia proposta dal governo Meloni non è semplicemente una sconfitta elettorale per l’esecutivo in carica, ma l’ultimo sintomo di una patologia cronica che affligge il nostro Paese. L’Italia sembra condannata a una sorta di “luna nera” delle riforme, una maledizione per cui ogni tentativo di cambiare assetti farraginosi e ormai anacronistici viene sistematicamente respinto dal corpo elettorale, spesso prescindendo dal merito stesso delle proposte.

Analizzare il voto odierno senza contestualizzarlo nel solco dei precedenti storici degli ultimi vent’anni significherebbe fermarsi alla superficie di una cronaca politica sterile. Il risultato attuale, sebbene dia ragione ai sostenitori del No, apre una voragine di riflessioni sul futuro del Paese e sulla sua capacità di evolvere attraverso gli strumenti della democrazia diretta. La riforma della giustizia, lungi dall’essere perfetta, rappresentava un tentativo concreto di allineare i tempi e le modalità del sistema giudiziario italiano agli standard europei e occidentali, più civili e democratici, un passo necessario per l’attrattività economica e la certezza del diritto. Eppure, il meccanismo difensivo dell’elettorato è scattato ancora una volta, congelando lo status quo, sempre nelle stesse identiche aree territoriali (le più arretrate e sottosviluppate).

Vent’anni di occasioni perdute: il precedente del 2006 e l’inizio del blocco

Per comprendere appieno la profondità di questo rifiuto, dobbiamo riavvolgere il nastro di due decenni. Già nel 2006, esattamente vent’anni fa, l’Italia si trovò di fronte a una bivio cruciale con la riforma costituzionale varata dal governo Berlusconi. Quella proposta, che mirava a una significativa modernizzazione dell’assetto statale in senso federalista e a un rafforzamento dei poteri dell’esecutivo (la cosiddetta “devolution”), avrebbe potuto dare all’Italia, oggi, un volto completamente diverso. Se fosse passata, probabilmente avremmo già beneficiato di un’amministrazione più snella e di una maggiore assunzione di responsabilità da parte dei territori.

Tuttavia, anche allora, il responso delle urne fu impietoso. Nel referendum del giugno 2006, il No stravinse con il 61,3% dei voti, mentre il si fermò al 38,7%. In termini assoluti, 15 milioni e 700 mila italiani scelsero di non cambiare, contro i soli 10 milioni favorevoli alla riforma. Quello fu il primo grande segnale dell’esistenza di uno zoccolo duro di resistenza al cambiamento, una tendenza a preferire l’inefficienza nota all’incertezza del nuovo, che avrebbe condizionato la politica italiana per gli anni a venire.

L’emotività al potere: lo stop al nucleare del 2011 e le sue conseguenze odierne

Non tutte le riforme bocciate sono state di natura costituzionale o istituzionale. Un capitolo fondamentale della nostra arretratezza energetica è stato scritto nel 2011 con il referendum sul nucleare. Il governo Berlusconi di allora proponeva un parziale ritorno all’energia atomica per diversificare le fonti e ridurre la dipendenza dall’estero. Una ricetta che dice qualcosa alla luce delle recenti crisi energetiche e geopolitiche? Quanto sarebbe più ricca l’Italia oggi, se quindici anni fa avrebbe compiuto quel passo strategico?  Fino a poche settimane dal voto, i sondaggi mostravano una larga maggioranza di italiani favorevole a questa prospettiva strategica, consci della necessità di garantire un futuro energetico stabile al Paese.

Tuttavia, la storia intervenne brutalmente. L’11 marzo 2011 si verificò il disastro di Fukushima in Giappone. Un evento tragico e imprevedibile che scosse l’opinione pubblica mondiale. In Italia, la campagna elettorale dei cosiddetti ambientalisti (!!) cavalcò l’onda dell’emotività e della paura, trasformando un voto su una strategia industriale in un plebiscito irrazionale sulla sicurezza. Gli italiani, condizionati emotivamente da immagini apocalittiche, bocciano il ritorno al nucleare. Anche in quell’occasione, la terroristica strumentalizzazione della realtà con presagi funesti e catastrofisti, ha condizionato fortemente l’opinione pubblica e lo sviluppo del Paese. Se quel voto fosse stato diverso, oggi l’Italia disporrebbe probabilmente di energia in abbondanza e a basso costo, invece di affrontare problemi di energia enormi che azzoppano la nostra economia e pesano sulle bollette delle famiglie. È paradossale notare come oggi si torni a parlare di nucleare di nuova generazione come di una necessità assoluta per il futuro, ammettendo implicitamente l’errore storico commesso tredici anni fa.

Renzi 2016 e il voto contro il Palazzo: la personalizzazione dello scontro

Il picco della polarizzazione e dello scontro politico attorno a una riforma si raggiunse però dieci anni fa, nel 2016, con il referendum sulla riforma costituzionale voluta dal governo di Matteo Renzi. Quell’appuntamento fu radicalmente diverso nel contesto politico. Renzi guidava un esecutivo nato da manovre parlamentari, un “governo di palazzo” che non era mai passato per il vaglio delle urne, a differenza del governo Meloni che oggi vanta una legittimazione popolare diretta ottenuta nel 2022 e che dispone ancora oggi di una solida maggioranza nel Paese secondo tutti i sondaggi.

Nel 2016, l’errore strategico fu la personalizzazione: il voto sulla riforma del Senato divenne un voto pro o contro Renzi stesso, da lui stesso voluto in tal senso. Il risultato fu una bocciatura pesantissima: il No sfiorò il 60%, raccogliendo l’impressionante cifra di 19 milioni e 400 mila voti. Il si fermò al 40%. Fu un voto di protesta massiccio contro un leader percepito come arrogante e contro un establishment non eletto. La riforma in sé, che pure conteneva elementi di razionalizzazione legislativa attesi da decenni, passò in secondo piano rispetto alla volontà di abbattere il governo.

Il referendum sulla giustizia della Meloni: un risultato diverso, lo stesso esito

Arriviamo così ai giorni nostri, al voto sulla riforma della giustizia. Sebbene l’esito finale sia stato lo stesso – la bocciatura –, le dinamiche e i numeri raccontano una storia parzialmente diversa. Stavolta l’Italia è andata molto più vicina all’approvazione del cambiamento. Al punto che così vicina non ci era arrivata mai. Il No ha vinto con il 53% dei consensi, pari a circa 15 milioni di voti, mentre il pro riforma ha tenuto botta al 47% con 13 milioni e 300 mila voti. Mai, nelle precedenti occasioni, esecutivi comunque forti come Renzi e Berlusconi erano arrivati così vicini ad approvare una riforma costituzionale!

C’è una differenza sostanziale rispetto al 2016: il governo Meloni gode di una legittimazione forte e il voto non è stato un semplice plebiscito contro il Premier, che non ha mai personalizzato la campagna elettorale bensì ha provato a rimanere nel merito mentre tutt’intorno si politicizzava il dibattito. Tuttavia, il dato di fatto rimane: la riforma è fallita. Anche questa volta, si è ripetuto lo schema osservato nel 2016 e nel 2011: fino a un mese prima del voto, i sondaggi davano il in enorme vantaggio quando gli italiani si esprimevano solo nel merito dei quesiti. La prospettiva di una maggiore responsabilità dei magistrati trovava favore nel Paese reale. Poi, l’inizio della campagna elettorale ha inquinato il dibattito. La polarizzazione politica ha portato l’opinione pubblica fuori dal merito dei quesiti, trasformandolo in uno scontro ideologico tra fazioni.

La geopolitica del No: il Sud e la resistenza culturale al mutamento

Un’analisi profonda non può prescindere dalla geografia del voto. I dati dimostrano una spaccatura netta e persistente nel Paese. In tutti e tre i referendum costituzionali analizzati (2006, 2016 e quello attuale sulla giustizia), nelle circoscrizioni del Nord e nel voto degli italiani all’estero ha sempre vinto il . Esiste una parte d’Italia, produttiva e proiettata verso l’Europa, che anela alla modernizzazione e comprende la necessità di riforme strutturali.

Il blocco al cambiamento arriva sistematicamente dal Sud. È nelle sacche di arretratezza culturale, di degrado e di sottosviluppo di alcune aree del Meridione che la propaganda reazionaria e la paura del nuovo trovano terreno fertile. Stiamo parlando del Regno dei Borbone che nel 1946 votava in massa per la Monarchia nello storico referendum sulla Repubblica: quell’area del Paese, paradossalmente quella che avrebbe più bisogno di uno Stato efficiente e di una giustizia giusta per attrarre investimenti e combattere l’illegalità, si trasforma nel baluardo dello status quo per questioni storiche e culturali. Qui, infatti, i cittadini sono ancora rimasti sudditi nella cultura e nella mentalità. Ecco perchè questi No sono utili soltanto alle carriere politiche di pochi ras locali che prosperano nell’immobilità, ma dannoso per il futuro del Paese intero.

Dalla polarizzazione al merito: il futuro impossibile delle riforme in Italia

In conclusione, l’ultimo referendum sulla riforma della giustizia conferma che l’Italia è prigioniera di un circolo vizioso. Quando si discute di riforme nel merito, a motori politici spenti, il Paese sembra maturo per il cambiamento. Ma non appena si accende la luce della campagna elettorale, subentra la polarizzazione politica. Il merito evapora, sostituito dalla rissa ideologica e dalle paure irrazionali.

Il governo Meloni, pur forte di una maggioranza parlamentare e popolare, ha subito una battuta d’arresto non sul piano del consenso personale, ma su quello della capacità riformatrice per via referendaria. I numeri più serrati rispetto al passato indicano che una parte di Paese sta maturando, ma la resistenza del nucleo retrogrado, alimentata dalle storiche carenze del Sud, rimane ancora troppo forte per permettere quella modernizzazione di cui l’Italia ha disperatamente bisogno. Fino a quando il dibattito politico non riuscirà a scindere il giudizio su chi governa dal merito di ciò che si propone per il futuro della nazione, l’Italia rimarrà condannata a guardare il treno dello sviluppo passargli davanti, bloccata dalla sua stessa incapacità di dire “Sì” al cambiamento.