È l’unico nella storia della pallavolo ad aver vinto 5 mondiali. Basta questo a descrivere la grandezza di Fefè De Giorgi che, seppur sotto il metro e ottanta, è un gigante della pallavolo italiana. Ex palleggiatore dotato di leadership e talento, ha vinto 3 Coppe del Mondo (1990, 1994, 1998), per poi aggiungerne 2 da CT dell’Italia (2022, 2025), ruolo che ricopre tutt’ora alla guida della Nazionale Campione del Mondo che il 26 agosto giocherà al PalaCalafiore di Reggio Calabria.
Nel pomeriggio odierno, De Giorgi è stato ospite dell’Aula Magna “Quistelli” dell’Università Mediterranea per presentare il suo libro “Egoisti di Squadra” in un dialogo con il Magnifico Rettore Prof. Giuseppe Zimbalatti e la Prof.ssa Rossella Marzullo Prorettore delegato all’Orientamento, introdotto dal presidente del Comitato Tecnico Fipav Reggio Calabria Domenico Panuccio.
“Ho rivisto personaggi a me cari, ho giocato contro la Jonica in A2, quando giocavo ad Ugento, sono tornato con la Nazionale. Poi lo sapete che torneremo con la Nazionale, ad agosto, partite importanti perchè siamo vicini all’Europeo“, ha dichiarato De Giorgi in apertura.
Domenico Panuccio (FIPAV Reggio Calabria), ha dichiarato: “abbiamo mantenuto una promessa fatta. Io e Billy Gurnari, suo ex compagno di squadra, siamo riusciti a portare qui De Giorgi. Grazie alle autorità, grazie alla collaborazione dell’Università Mediterranea. Lo aspettavamo Fefè, grazie di essere qui a Reggio. La città è entusiasta. Prima abbiamo salutato il sindaco alla Città Metropolitana, ti hanno rappresentato la gioia di averti qui a Reggio. È inutile elencare quello che è stato De Giorgi da atleta e quello che è oggi da allenatore. Il simbolo della federazione italiana pallavolo è circondato da 7 stelle, sono i mondiali vinti dalle nazionali maschile e femminili hanno vinto negli anni: 5 maschili e 2 femminili. 1990, 1994, 1998 Fefè De Giorgi giocatore; Fefè de Giorgi tecnico 2022, 2025. L’unico al mondo ad aver vinto 3 Mondiali da atleta e 2 da tecnico“.
“In federazione sono un po’ arrabbiati. Avevano fatto i gagliardetti con 5 stelle, forse non pensavano che avremmo raggiunto qualcosa (ride). Devono rifare tutto da capo!“, ironizza De Giorgi in riferimento ai Mondiali vinti.
Le radici del Sud
Il rettore Zimbalatti, dopo la sua introduzione, ha posto l’attenzione sulle radici del Sud dell’allenatore, nato in Salento. “Dalla parte degli spettatori non sempre si vede un grande interesse per le cose dette. Il primo miracolo di De Giorgi è quello di regalare un sorriso a tutti i presenti, la sua presenza trasmette una dose di entusiasmo e ottimismo veramente contagiosa. Ringrazio lui, ringrazio il presidente Panuccio per aver condiviso questa idea, ci ha trovato entusiasti per tanti aspetti. Uno dei quali è stato inserito all’interno di “Università Svelate”, abbiamo fatto su più giorni per chiudere alla grande. Abbiamo attivato un corso di laurea in scienze motorie che sta avendo un buon successo. Da Università del Sud, periferica rispetto a grandi scenari internazionali, cerchiamo di portare qui le grandi star, i grandi riferimenti. Sono onorato della presenza del prefetto, del questore, del comandante dei carabinieri, della GDF, delle autorità sportive, per il loro entusiasmo, di solito non li vedo così entusiasti (ride). Nell’epoca in cui l’informazione dura al massimo 60 secondi, con fonti spesso non autorevoli, a causa anche di un’informazione veloce, in questo libro viviamo un sentimento opposto.
Se fossimo in epoca Covid, la vendita da questo libro dovrebbe essere accompagnata da uno spray disinfettante. Perchè questo libro è umido di sudore, di vita, pieno di un frammento delle centinaia di esperienze avute in giro per il mondo. E allora l’autorevolezza di questa fonte è testimoniata dal fatto che è frutto di sacrifici di tantissimi anni, di una gavetta importante, che porta questa persona a essere riconosciuta in tutto il mondo. Lui si è affermato non in uno sport individuale come Pietro Mennea, ma in uno sport di squadra, prima come palleggiatore, poi come CT. Essere uomo del Sud, ha avuto importanza in questo?“.
De Giorgi ha risposto: “in quanto alle radici, io sono cresciuto in una famiglia numerosa, come hai imparato il gioco di squadra? Così. Quando la mattina ci dovevamo alzare per andare a scuola, era un casino. Le radici vanno valorizzate, ragazzi che pensano di essere penalizzati, il problema è non entrare nel vittimismo, ci sono vantaggi e svantaggi. Dobbiamo guardare quello che ci dà la nostra terra. Io ho girato il mondo e non ho mai cambiato residenza, tornare nella mia terra mi ricarica con odori, sapori, vedere i miei famigliari. Io sono cresciuto con quelle radici, sono legami importantissimi. La parte valoriale della famiglia è importantissima, il carattere si forma dalle radici. Le prime esperienze da ragazzino sono state formative in modo micidiale, tutte nella mia terra. Poi lo sport mi ha portato in altri luoghi. Se tu nasci a Modena, pallavolisticamente, che se nasci a Suinzano. Ma ci sono altri aspetti che compensano. Guardare ciò che la propria terra può dare, nella circolazione delle cose, non nella fuga, è importantissimo. La parte valoriale l’ho presa dalla mia terra, va valorizzato senza pensare a dove si è nati.
I 5 centimetri di altezza
“La storia dei 5 cm di altezza… io giocavo a calcio, ma andavo male a scuola, mi è stato vietato dai miei genitori. Io sono andato ad allenarmi con la squadra da pallavolo che si allenava 3 volte a settimana, a me piaceva lo sport in generale, ho provato. Mi sono innamorato del meccanismo di questo sport. La pallavolo è uno degli sport di squadra più potenti, per regolamento devi passare la palla. Negli altri sport conviene passare la palla, ma quando lo decido io. Da noi sono 3 tocchi, non è un punto individuale. L’atteggiamento che c’è nel passaggio fa la differenza nel gioco di squadra. Ero bravino, mi sono messo a giocare e mi riusciva. Sono 1.76, avete visto scritto 1.78 ma non era vero (Ride). Quando sono andato la prima volta in Nazionale, giocavamo a Parigi alla mia prima, l’addetto stampa prepara le brochure, scrive De Giorgi alto 1.80… lo chiamo, mi dice che a livello internazionale è importante… gli rispondo: ‘se sono alto 1.76 non posso uscire dall’Italia?’. Un giornalista mi ha chiesto: ‘come ti senti in mezzo a questi giganti’. Gli ho risposto: ‘la domanda è posta male. Io sono l’unico normale, sono ampiamente nella media, devi chiedere a loro come si sentono a essere 2 metri!’. A quei tempi non era come adesso, negli hotel non c’erano i letti XL, quello che trovavi trovavi, i miei compagni li vedevi tutti piegati, dovevano aggiungere una sedia, io arrivato fischiettando (ride).
Chi mi conosce diceva: ‘sei bravo ma ti mancano i centimetri’. Io avevo il sogno di arrivare in nazionale, sentirsi dire queste cose… però era vero. Si sono attivati meccanismi di difesa. In A2 mi dicevano che con qualche centimetro in più avrei giocato in Serie A. Poi in Serie A erano dispiaciuti mi dicevano che con qualche centimetro in più sarei arrivato in Nazionale. Poi, quando sono arrivato in Nazionale, non hanno detto nulla. Tutti guardano i difetti, nessuno le potenzialità, quanto c’è di buono. Questa è stata una cosa vissuta sulla mia pelle. Io ho allenato l’osservazione delle potenzialità, da palleggiatore degli attaccanti, da allenatore dei giocatori. Trovare il talento delle persone. Michieletto lo convochereste tutti, è un talento mondiale. Romanò non lo so. Per chi non lo conosce, è entrato nel nostro percorso non avendo mai giocato in Serie A. Un mancino forte, decisivo per l’Europeo del 2021 senza aver fatto una partita di Serie A. Il giocatore deve fare la sua parte, io ho dato l’opportunità ma lui se l’è andata a prendere. Io sono soddisfatto, sono andato a vedere le potenzialità che molti si perdevano, perchè in A2 era un po’ discontinuo. Si erano focalizzati sulla discontinuità davanti a un 205 cm mancino, con un carattere forte: c’era tutto il materiale per lavorare bene. Guardare alle potenzialità è qualcosa che ho imparato in questa esperienza.
Io ero 1.76 cm, a muro facevo un po’ fatica con la rete di 2 metri e 43 cm. Io dicevo che a muro ‘andavo per coreografia’. Pensavo, quanti punti perde la mia squadra quando sono a muro? 8 punti? Con gli altri fondamentali gliene devo far guadagnare 9. Mi sono concentrato a migliorare palleggio, battuta difesa, tutto quello che poteva portare beneficio alla squadra. Si vince con i difetti, non con la perfezione. Non esiste la squadra perfetta, il giocatore perfetto, la partita perfetta. Quando un allenatore vi dice: ‘dobbiamo fare la partita perfetta’, vi dice che avete perso. Io sono arrivato a vincere 3 mondiali alto 1.76…“.
Nonna Elvira, uno spaccato del Sud
La prof.ssa Marzullo ha posto l’attenzione su uno spaccato di vita particolare: “libro è un viaggio pedagogico non utile solo allo sport, ma in altri contesti collettivi come il lavoro, la vita nelle nostre università. L’aspetto più poetico è rappresentato dal fatto che, insieme a indicazioni e riferimenti per costruire un gioco di squadra che funzioni, ci sono una serie di racconti autobiografici, momenti di vita vissuta, l’incipit di un ragazzo che a Squinzano sogna di coltivare la sua passione per la pallavolo. Un momento intenso è quello della chiamata, della nonna Elvira, che comunica che c’è qualcuno che la cerca dalle alte sfere del volley. Ci sono momenti di gloria e momenti incredibilmente umani, di vita quotidiana, nel percorso di un ragazzo di Squinzano che arriva a diventare un campione. Questo è il messaggio più potente, quello di credere nel proprio talento, indipendentemente dalle condizioni di perfezione in cui qualcuno pensa di potersi trovare.
È un continuo levigare pensieri e sentimenti che possono passare anche dall’insuccesso in una società che sembra strutturata su visibilità e successo a tutti i costi. Le parole di De Giorgi decostruiscono questa società. Vorrei chiedere le ragioni di questa struttura di questo volume che spinge i giovani a credere in se stessi anche in condizioni non particolarmente propizie, vorrei che si soffermasse su un momento della sua vita privata, sulla telefonata con la nonna Elvira“.
De Giorgi: “il libro ha una partecipazione pedagogica. Io, da quando alleno, ho uno psicopedagogista nel mio percorso. C’è tutta una parte mentale e di crescita della persona, tutti dicono che le persone fanno la differenza, ma non si capisce perchè sulla parte fisica ci sono i preparatori, ma sulla parte che dicono faccia la differenza, quella mentale, se metti uno psicologo che problemi ci sono? Ragazzi e allenatori hanno bisogno di assistenza. Il pedagogista mi interessava come figura perchè pensavo che la parte valoriale e dell’apprendimento fosse fondamentale.
Lo spaccato dei miei ricordi è una cosa del Sud. Una delle più grandi gioie avute delle vittorie Mondiali è stata la prima convocazione in Nazionale. Ogni passo era un passo non sudato, strasudato, dovevi dimostrare, convincere, io ero bravo da giovanotto ma non ho mai avuto una convocazione nelle giovanili, perchè ero 1.76 cm. Quando fanno le selezioni, prima fanno una soluzione fisica. Io ci ho messo tantissimi anni ad arrivare, quando sono arrivato in Serie A, alla prima convocazione è stata un’esplosione di gioia a livello di un Mondiale. Ricordo che era giugno, a casa mia c’è un giardino abbastanza grande in cui ho fatto dei disastri e mio padre che voleva riposare, la pennichella salentina non c’è la toglie nessuno, io lo disturbavo con il pallone contro il muro. Mia nonna, tipica donna del Sud, parlava solo dialetto, il telefono lo gestiva lei, prendeva le chiamate che arrivavano, sento lei che urla: ‘Fernandu, ti vogliono dalla pallavolo’. Io sono andato a rispondere, era il ds che mi annunciava la convocazione. Dentro c’è stata un’esplosione di gioia“.
Il Rettore Zimbalatti e la gestione di vittorie e sconfitte
Il Rettore Zimbalatti ha posto l’attenzione sull’importanza di saper gestire vittorie e sconfitte: “in questa sala ci sono grandi atleti, ex giocatori, arbitri internazionali, giornalisti, giovani allenatori e atleti… tutte queste persone cercano di sottolineare il concetto di senso di appartenenza. E vorrei anche sentire qualcosa sull’atteggiamento su vittoria e sconfitta. Vorrei che raccontassi l’episodio della Siberia. Qualcuno pensa che i grandi sportivi facciano una vita da nababbi, che schioccano le dita e vincono le partite. E vorrei che raccontassi anche il titolo di questo paragrafo: ‘festeggiare con sobrietà e deprimersi con coraggio’. Vediamo sport che al terzo tempo si abbracciano, altri in cui si scannano, altri come la pallavolo in cui si danno la mano. Viviamo tutti vittoria e sconfitta in una certa maniera, soprattutto i giovani che forse hanno bisogno di un indirizzo in più“.
De Giorgi ha risposto: “in questo momento, su vittoria e sconfitta, vedo lo sport come agenzia educativa efficace. Viviamo un momento in cui lo sport ha bisogno di essere valorizzato di più. Un ragazzo fa un’attività in cui si appassiona, entra, non lo sa neanche che sta sviluppando capacità trasversali impressionante. Impara a relazionarsi con altri, con regole di comportamento da rispettare, in cui devi collaborare per trovare soluzione, hai bisogno degli altri per trovare obiettivi, a capire che perdere e vincere devi metterlo in conto. Quando perdi succede che hai perso e la sconfitta è una lente di ingrandimento, guardi per capire dove devi migliorare. Se pensi che gli avversari sono stati fortunati, che è stata una giornata storta, non ti serve per migliorare. Se vedi cosa hai sbagliato migliori. I ragazzi che fanno sport, dopo una sconfitta, fanno un’altra partita. La ripartenza. Lo sport te lo insegna subito. Un ragazzo che va male a un esame e non fa sport resta preoccupato, pensa di non essere capace, ma non è così. Lo sport aiuta nella crescita, anche legata agli errori. Dipende da noi allenatori anche, come facciamo vivere l’errore. Quando io dico di riconoscere la potenzialità e che devo creare l’ambiente giusto per coltivarla, parlo di questo.
L’errore va fatto vivere come un passaggio, si deve migliorare e per migliorare si deve passare attraverso errori. L’errore è conoscenza, non incapacità. Quando uno sbaglia deve essere aiutato dall’allenatore. Va vissuto in modo corretto. In questo mondo sembra che se vinci hai successo, sei qualcuno, devi avere like. Se entri in un ambiente dove appena sbagli ti puniscono e ti mettono da parte, uno tende a non sbagliare, ma se non sbagli non vinci. Un ambiente del genere fa tendere i giovani a tirarsi indietro, a fare meno, non fa uscire fuori quelle qualità che i giovani hanno.
Qualità da alimentare. Se sbagliano in allenamento, non è una tragedia. Non serve vedere allenatori disperati, che urlano, che puniscono. Se a un ragazzo giovane non gli permette di sbagliare, che deve fare? Certo, se fate sempre lo stesso errore… (ride). Io cerco di aiutare, faccio ripetere, do la correzione. Bisogna saper perdere, bisogna saper vincere e rivincere, ma sono pochi quelli che ci riescono… e non volevo farmi un complimento, sono pochi davvero. Neanche il 2-3% delle squadre riescono. Per rivincere devi mettere in moto meccanismi, affrontare il compiacimento. Quando ti compiaci, succede che non ti tuffi su un pallone, prima ti tuffavi su tutte. Quello è“.
Il fallimento
“Un altro tema di cui volevo parlare è il fallimento. Quando perdi un campionato, fallisci un esame, un concorso, sembra che devi scomparire. La verità è che il fallimento fa parte del successo, se vanno presi in modo corretto. Vi fatto un esempio sulle Olimpiadi Invernali. Parlo dell’atleta americano di pattinaggio, talento strepitoso, 21 anni, 2 volte Campione del Mondo, vinceva di 30-40 punti quando gli altri vincono di 2-3 punti. È l’unico al mondo che fa 6 salti quando gli altri se ne fanno 2 gli fanno la ola, l’unico che fa il salto mortale. In finale olimpica è caduto 3 volte, è arrivato 15°. È stato un fallimento.
Ci sono delle foto incredibili, in cui si vede le sue delusioni. Non è stato un problema tecnico, ma di gestione delle aspettative. Un giovane le deve passare queste cose. Questo alle prossime Olimpiadi vince di 50 punti. Ma queste cose le devi passare. Loro si mettevano con l’allenatore ad aspettare il punteggio, c’è una foto in cui il padre è disperato nelle mani nei capelli e il figlio che lo guarda a metà fra delusione per la prova e di vedere il padre in quelle condizione. Non facciamoci mai vedere in quelle condizioni dai nostri ragazzi. Lui ha fatto una cosa importantissima, eticamente micidiale: lui non è andato via dalle Olimpiadi, è rimasto a tifare per i compagni, ha chiesto di presentarsi alla serata finale di presentazione delle medaglie, per fare un’esibizione, si è presentato con una maglia con scritto fears, paure. Ha dato una lezione, non è scomparso, ha affrontato tutte le sue paure, si è rimesso subito in gioco, ha fatto l’esercizio, dopo una delusione così sai quante paure hai? 100.000. Ha fatto l’esibizione perfetta. Immaginate dentro cosa sentiva. Ha mandato un messaggio importante: davanti al fallimento non si scompare, devi affrontare le tue paure. Il fallimento è parte del percorso“.
Quando si realizzano vittorie e sconfitte?
Il presidente Panuccio ha posto una domanda interessante: “bisogna saper vincere, bisogna saper perdere. Molti campioni affermano che realizzano tutto il giorno dopo. Che sul momento, sia vittoria che sconfitta, non capiscono cosa sta succedendo. Tu hai vinto 5 Mondiali, ma hai perso le Olimpiadi. Gli stati d’animo quali sono, è vero che realizzate tutto il giorno dopo?”
De Giorgi ha risposto: “quando perdi realizzi subito (ride), vedi gli altri sul podio. Quando vinci, la portata della vittoria, soprattutto in Nazionale, non sai quante persone ti hanno seguito. Tu lo sai che hai vinto il Mondiale, ma quello che porta la vittoria non lo realizzi immediatamente. Io incontro ancora persone che non conosco e mi dicono grazie. È una cosa micidiale, è soddisfacente. La portata è molto ampia. Il modo di esprimere gratitudine a una persona che rappresenta il tuo Paese è fantastico. Sulla sconfitta, invece, è una cosa immediata e pesante“.
Spazio anche per l’intervento di un’altra big della pallavolo, Antonella del Core: “è vero che la portata la realizzi dopo. Ma all’interno del gruppo, quando sai di aver fatto quello per cui hai lavorato, quella è la sensazione più bella in assoluto. Quello che realizzi quando diventi sobria, è anche bello. La sensazione degli ultimi punti, quando pensi che stiamo giocando ma ‘siamo messi bene’, quella è la sensazione più bella in assoluto, poi quando vinci è bellissimo. Il difficile è rimettersi in campo e lavorare“.
La rimonta contro il Giappone alle Olimpiadi
Zimbalatti ha ricordato “un episodio storico, realmente accaduto a Reggio Calabria, fine inverno 1984. Questo ‘tracagnotto’ (“ero magrissimo” risponde!) è stato protagonista di una rimonta clamorosa. Gurnari era secondo allenatore, Cesare Pellegrino in campo. Furono protagonisti di una rimonta clamorosa sul 2-0 13-11 per la nostra squadra, Fefè De Giorgi e quegli atleti straordinari guadagnarono la Serie A1 condannandoci tutta la vita all’A2“.
Un assist a De Giorgi per raccontare un’altra rimonta clamorosa: “contro il Giappone alle Olimpiadi è stata particolare, erano i quarti turno sempre delicato. Rischi di andare a casa senza niente, perchè se vinci giochi semifinale e finale. Il Giappone stava giocando una partita importante, eravamo sotto 24-22, siamo riusciti a girarla. Ace di Giannelli. Hanno chiamato un time-out quelli del Giappone, mi hanno detto che sono andato da Giannelli a dire qualcosa e ha fatto ace. Io non mi ricordo minimamente di essere andato da lui. Gli ho chiesto a Giannelli cosa gli avessi detto, non lo sapeva. Ci ha dato un punto che ci ha dato speranza. Nel quarto set ci siamo trovati sotto di nuovo 24-22 o 23, lo abbiamo vinto ai vantaggi. Nel quinto set 14-12, lo abbiamo vinto. Ho detto basta, penso di aver dato tutto. Mi dicevano ‘De Giorgi sempre molto calmo’. Sapete quanta roba c’era dentro?“.
Marzullo e la questione pedagogica
La prof. Marzullo è tornata sulla questione pedagocica: “vorrei tornare su questione pedagogica e approccio etico, l’educazione applicata allo sport. La necessità di uscire dalla logica del tornaconto egoistico. Credo uno dei messaggi più importanti che il libro propone alla platea degli sportivi“.
De Giorgi ha risposto: “il titolo è un ossimoro che attrae. Quando hai una squadra, la parte degli egoismi è centrale, da allenatori armonizziamo il tornaconto di ciascuno e lo riportiamo a quello di squadra. L’egoismo non è per forza una minaccia. Proviamo a guardarlo come una risorsa. Io volevo diventare un giocatore di Serie A, quello era il mio egoismo. Non vediamolo sempre come una minaccia, se io lo accompagno con un percorso di condivisione di valori, questa parte diventa egoismo di squadra. Quando non ci sono, diventa egocentrismo: penso a me stesso, perdiamo 3-0 e qualche giocatore pensa ai suoi 20 punti.
Io volevo diventare un giocatore di Serie A, ma da solo dove vado? Non ce la posso fare. Questo mio tornaconto devo condividerlo con chi vuole guadagnare soldi, vuole diventare un giocatore famoso, ognuno ha il suo tornaconto. Ma la squadra deve vincere per realizzare tutti i tornaconti. Tutti parliamo di attacco, difesa, ma se mancano i valori, in una squadra mancano le fondamenta, che non sono i risultati. Noi siamo campioni del mondo, all’Europeo partiamo 0-0. Devi ricominciare. Il rispetto, è un valore importante all’interno di una squadra. Non è scontato. Chi fa rispettare il rispetto dei ruoli, delle persone? Se togliete il rispetto in qualsiasi rapporto, dalla famiglie, alla moglie, all’azienda, alle squadre: dove si va? Quando si perde, le persone che non si rispettano danno colpe, giustificano, si prendono alibi. È umano. Ma perchè non si rispetta e non si stima. Non è problema di amicizia col compagno, è di rispetto.
E poi la disponibilità, fluidificante micidiale. Egoismo, rispetto, disponibilità, fatica disciplina diventi egoista di squadra. Con l’egocentrismo non ottieni niente. Con la disponibilità è non tirarsi mai indietro, aiuti, ti aiutano, risolvi, cerchi soluzioni, ti alleni. La disponibilità è una scelta, nessuno è nato altruista. Lo diventi quando lo scegli. I risultati non sono le fondamenta, si mettono sopra, e più ne hai più diventano alti“.
L’arbitro Cammera e le qualità per essere leader
Marcello Cammera, arbitro internazionale, ha sottolineato le qualità utili per essere leader: “al di là di trascorsi e cartellini, De Giorgi è stato sempre corretto da giocatore e da allenatore, facilitando il compito degli arbitri e dei giudici. Ci sono parole ricorrenti nel tuo libro: umiltà, ascolto, essere sempre da esempio. Questi sono gli ingredienti necessari per essere leader in campo da allenatore e giocatore?“.
De Giorgi ha risposto: “spesso si dice che le persone fanno la differenza. Poi non si capisce quante persone lavorino per le persone veramente. Se le persone sono importanti, devi dedicare tempo alle persone, ascoltarle, conoscerle, capire quali sono i loro bisogni, cosa stanno vivendo. Mi dicono che siamo privilegiati ma non è vero, anche i giocatori sono persone e hanno i loro problemi. Attraversano momenti difficili. Se tu come allenatore non hai questa fase di ascolto, hai problemi a gestirli. Devi capire il loro momento, la loro difficoltà. Quando un giocatore ha una reazione, non dobbiamo giudicarla, se ha avuto una reazione ha un motivo. Se voglio gestirla, devo capire il motivo. Devo parlarci, devo ascoltare. I latini dicevano che le parole muovono e gli esempi trascinano. È difficile essere d’esempio, devi farlo ogni giorno, ci devi credere in quello che fai. Se riesci a essere un esempio sulle cose che chiedi alla squadra, parti avanti“.
Il Prof. Falcone e la gestione umana del gruppo
Il prof. Falcone ha chiesto al CT quanto sia importante la gestione umana degli atleti: “quando allenavo io De Giorgi era piccolo, parliamo degli anni 70, con la Libertas Sbarre, in cui giocavano Gurnari e Pellegrino che non sono così giovani come vogliono apparire. De Giorgi è questo, è lui, non si sta sforando di essere diverso. Era un uomo spogliatoio, lo è stato sempre, fin da piccolo, fino alla Nazionale. Parlando con il Rettore, parlavamo di te. Spiegavo che il problema tattico ha un’importanza relativa, la differenza a livello di tecnici della Nazionale consiste a livello di gestione della squadra, mi sbaglio?“.
De Giorgi ha risposto: “uomo spogliatoio? Ero fastidiosissimo, mi chiamavano la mosca Fefè. Fastidio simpatico. Oggettivamente, gestire una squadra… è vero che ci conosciamo alla perfezione. Ai Playoff giochiamo su 5 partite. La differenza la fa come si fanno le cose. Gestire una squadra è qualcosa di più completo. Se bastasse solo la conoscenza, sarebbe facile per tutti. Un allenatore definì il nostro ruolo come ‘scienza e arte’. La scienza è a disposizione di tutti, basta informarsi, nella parte di arte entra la gestione della squadra in diversi momenti di gioco, non c’è un momento per chiamare time-out, quando subisci un ace, magari è il momento. Cambiano continuamente, gestire le situazioni all’interno della partita. Devi prepararti, conoscere le persone, non c’è uno uguale all’altro. Un giocatore nuovo non è un discorso tecnico, è di chimica. Di coordinamento di emozioni, di modo di comportarsi. Le Nazionali non sono fatte dai 14 migliori in assoluto, qualcuno resta fuori. Nell’identità di squadra magari un giocatore, pur essendo forte, non va bene. Ci ho messo anni a perfezionare un esercizio, andava bene per una squadra in quella successiva è stato un disastro. Quindi… dipende.”
Il Prefetto Vaccaro e il tema generazionale
Il Prefetto Vaccaro ha chiesto una curiosità generazionale al CT: “ho iniziato a fare sport a 3 anni, ancora non mi sono fermata. Io sono un esempio di totale assenza di talento, ad esclusione di caparbietà con cui ho concluso avventure sportive solo di testa. Non posso parlare di sport a livelli altissimi, parlo di chi fa sport con una passione smisurata. Siamo un po’ boomer, andavamo a scuola a piedi, si giocava per strada. Allenarsi era un modo di socializzare. Faceva sport anche chi non aveva talento, ma i tempi sono cambiati, lo sport ne risente. Oggi i giovani hanno migliaia di stimoli, cose con cui riempire la giornata, hanno un po’ tutto. Lei è stato giocatore e allenatore, com’è cambiato lo sport e com’è cambiato il modo di far venire i giovani a faticare?“.
De Giorgi ha risposto: “il tema generazioni è interessante, l’ho vissuto nel 2021. Per fare questo cambio generazionale mi sono detto di non giudicare o avere pregiudizi. Ho visto ragazzi con qualità impressionanti, hanno capacità di cambiare focus, leggere situazioni. Non sono però molto allenati a tenere il focus per molto tempo su una cosa, unico passaggio per migliorare. Su questo sono meno allenati per questione generazionale, non la praticano. Cosa posso fare io? Sfruttare bene le loro qualità e gli faccio praticare le cose in cui sono più deboli. Avere sempre tutto subito, li ha allenati ad avere meno tempo per faticare. Io in allenamento metto degli esercizi, devo ad esempio battere in una zona, all’inizio fanno fatica, poi piano piano migliorano: non ci sono scorciatoie, ci vuole pazienza per crescere. Ma hanno una voglia di crescere, di prendersi responsabilità, io ho vinto un Europeo con loro, 10 esordienti, con 6 allenamenti e 2 amichevoli. Ragazzi di 20-21 anni sono andati in campo senza perdere una partita. Queste sono le potenzialità“.
L’aneddoto sulla Siberia: il battesimo a -38°
In conclusione, il tanto atteso aneddoto sulla Siberia: “sono andato ad allenare in Russia, dicevano che la squadra era a Mosca ma non era vero. Lo sponsor mi ha detto che andavamo a giocare a 60 km dal circolo polare artico. Lì Gazprom ha fatto il primo buco, ci lavorano 45.000 operai, è una città dormitorio, per il benessere degli operai hanno pensato di mandare la squadra per dare agli operai qualcosa da vedere. Quattro ore e mezza di volo, 2 di fuso orario, trasferta infinita per giocare in casa. Non abbiamo mai puntato sul tifo, la prima volta erano mezzi ubriachi. Il secondo anno, il presidente mi dice: ‘coach, devi fare una cosa’.
A -38°, mi ha chiesto di fare il battesimo ortodosso, non sapevo cosa fosse. Ci si immerge nelle acque per purificarsi dai peccati. Tagliano il ghiaccio a forma di croce, mettono delle scalette, tu entri nudo, ti devi immergere 3 volte facendo il segno della croce. Gli ho detto che ho avuto la broncopolmonite, ma alla fine mi ha convinto. Siamo andati in un bosco privato, loro lo fanno davanti a tutte le persone. Noi siamo andati in un posto privato, saremo una 30ina. Ho deciso di farlo. C’erano -38°. Il presidente della squadra, classico russo che beve, nudo davanti a me, pensavo: ‘ho avuto una vita così bella, davvero voglio che questa sia l’ultima immagine della mia vita?’. Poi mi sono immerso, la parte dura era la testa. Poi siamo andati subito nella sauna, stavo morendo di freddo: ho chiesto se la sauna fosse accesa, c’erano 110°. Ho pensato: ‘siamo morti? Come faccio a essere dentro con 110°?“.




















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