Nella giornata di giovedì scorso, la Cina ha approvato una legge davvero particolare, riguardante l’identità nazionale, che se venisse approvata da qualsiasi governo occidentale sarebbe tacciato di manifesto razzismo e ne verrebbe richiesto il logico scioglimento. La legge ‘condivisa’ tra i 55 gruppi etnici minoritari del Paese, secondo i critici rischia di limitare ulteriormente l’identità di tutte le persone che non appartengono all’etnia Han, la maggioranza cinese. Ancor più grave: chiunque metta in discussione tale ‘unità’, può essere considerato un separatista e rischia di essere punibile per legge.
Denominata “Promozione dell’unità e del progresso etnico”, la legge sulle minoranze etniche mira a forgiare l’unità nazionale e a promuovere il rinnovamento della nazione cinese con il Partito Comunista Cinese (PCC) al centro, come emerge da una bozza di legge.
Ufficialmente, la Cina conta 56 gruppi etnici riconosciuti, dominati dagli Han, che rappresentano oltre il 91% dei 1,4 miliardi di abitanti del paese. La legge mira a promuovere l’integrazione tra i gruppi etnici attraverso l’istruzione, l’edilizia abitativa, la migrazione, la vita comunitaria, la cultura, il turismo e le politiche di sviluppo.
Si legge nel testo: “stabilisce che il mandarino sia la lingua di base dell’insegnamento nelle scuole, negli affari governativi e nelle attività ufficiali. Nei contesti pubblici in cui il mandarino e le lingue minoritarie vengono utilizzate insieme, al mandarino deve essere data priorità in termini di collocazione, ordine e aspetti simili“.
I gruppi religiosi, le scuole religiose e i luoghi di culto devono aderire “alla direzione della sinizzazione della religione in Cina. La legge mira inoltre a vietare qualsiasi interferenza nelle scelte matrimoniali basate sull’etnia, sulle usanze o sulla religione, per consentire più matrimoni misti tra gruppi etnici“.


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