Dopo la batosta del Referendum, il Presidente Meloni ha chiesto e quindi incassato le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Del Mastro, del Capo di gabinetto Bertolazzi e, infine quelle del ministro Santanché. In effetti il Sottosegretario e il Ministro erano entrambi coinvolti in vicende giudiziarie per le quali, in un paese normale, o in epoche normali, probabilmente si sarebbero già da tempo dimessi da sé. Ma il Presidente del Consiglio ne ha chiesto le dimissioni solo ora, cioè immediatamente dopo la cocente sconfitta al referendum costituzionale.
Sorge spontaneo il dubbio: se, invece, nel referendum avesse vinto il SÌ, i suddetti esponenti del Governo sarebbero rimasti tranquillamente in carica? Con ogni probabilità, sarebbero ancora al loro posto.
Ma allora sono stati silurati, non per le loro vicende giudiziarie, ma perché ritenute responsabili della debacle referendaria? E in tal caso, come mai il ministro della Giustizia Nordio, primo sponsor e protagonista assoluto del referendum, non è stato (finora) toccato?
Sicuramente Del Mastro e Bertolazzi, nella sconfitta referendaria, al pari di Nordio, ne hanno messo del proprio, ma la Santanchè che c’entra?
Sembrerebbe proprio che il Presidente Meloni abbia perso le certezze di cui era apparsa intrisa finora la sua azione di suo governo e, con esse, l’aura di invincibilità di cui appariva pervasa. Pare proprio che il Presidente del Consiglio stia, forse tardivamente, cercando di cautelarsi per non produrre ogni possibile ulteriore assist all’Opposizione, come ormai appare evidente sia stato fatto dalla sua squadra durante la campagna referendaria, costringendola a scendere in campo con il suo melodrammatico e controproducente appello finale agli elettori, alla vigilia della consultazione referendaria.
Giorgia Meloni, è con ogni probabilità menomata da una squadra che forse difficilmente poteva essere migliore ed esente da rischi, stante la scarsità di elementi autorevoli cui la stessa poteva attingere, accentuata peraltro dalla deleteria e trasversale abitudine a scegliere tra i fedeli piuttosto che tra i competenti, ivi comprendendo anche coloro i quali gli hanno suggerito, come epilogo comunicativo post referendario, un patetico e retorico messaggio, da diffondere in abito casual, dal giardino (di casa?) e con il sottofondo di uccellini cinguettanti, atto a minimizzare un esito sgradito e inaspettato di una consultazione referendaria nata male e gestita peggio.


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