L’irrazionalità, si sa, viaggia a una velocità che la logica non può minimamente ambire a pareggiare, specialmente quando trova terreno fertile nelle chat di gruppo popolate da genitori eccessivamente apprensivi. In queste ore, Reggio Calabria si è risvegliata immersa in un’atmosfera da thriller di serie B, vittima del ritorno in auge di una delle bufale più longeve e resistenti della storia delle telecomunicazioni digitali: l’allarme sui fantomatici rapitori di bambini. Attraverso messaggi vocali dai toni concitati e testi carichi di una gravità tanto solenne quanto infondata, il tam-tam virtuale ha rievocato lo spettro di loschi individui dediti al sequestro di minori, gettando nello sconforto una fetta della cittadinanza più incline al click facile che alla verifica delle fonti.
Il cortocircuito mediatico tra i fatti di Bergamo e la suggestione calabra
Per comprendere la genesi di questo rinnovato delirio collettivo, è necessario volgere lo sguardo verso il Nord Italia. Circa due settimane fa, a Bergamo, la cronaca ha registrato un episodio reale e inquietante: un uomo di quarantasette anni è stato tratto in arresto dopo aver tentato di sottrarre una bambina di soli diciotto mesi ai propri genitori mentre uscivano da un supermercato. Un fatto di una gravità inaudita, certo, ma geograficamente e organicamente slegato dalla realtà reggina.
Tuttavia, il meccanismo perverso della suggestione ha trasformato un tragico evento di cronaca nera in una miccia per la paranoia locale. È bastato che la notizia del tentato rapimento lombardo circolasse sui social perché qualche mente particolarmente fervida decidesse di riesumare i vecchi scheletri dall’armadio della disinformazione, adattandoli alla topografia dello Stretto.
La leggenda urbana di Piazza Garibaldi e i furgoni mutanti
Il cuore pulsante di questa bufala si concentra su una descrizione cromatica ormai divenuta un classico del genere: si parla di “un furgone e una macchina scura guidati il furgone da un uomo e la macchina scura da una donna” che si aggirerebbero con intenzioni predatorie nei pressi di Piazza Garibaldi, nei pressi della Stazione Centrale. L’audio che circola vorticosamente su WhatsApp descrive con dovizia di particolari inesistenti appostamenti e sguardi minacciosi rivolti ai più piccoli. Nonostante non esista alcun riscontro presso le autorità competenti, né alcuna denuncia formale che confermi tali avvistamenti, la psicosi ha preso il sopravvento. Piazza Garibaldi, da snodo vitale della città per l’adiacente stazione ferroviaria, è diventata improvvisamente nell’immaginario distorto dei social una sorta di zona franca per criminali fantasma, il tutto senza che un solo granello di verità venisse mai a galla a sostegno di tali tesi.
Tra ansia materna e il trionfo delle mammine pancine
In questo scenario, un ruolo da protagoniste assolute è giocato dalle cosiddette “mammine pancine“, quella categoria di utenti della rete che vive la genitorialità come un perenne stato di assedio emotivo e informativo. Con una propensione quasi genetica alla condivisione compulsiva di contenuti allarmistici, queste custodi della pubblica sicurezza da tastiera hanno trasformato le chat di classe e i gruppi di quartiere in centrali operative della disinformazione. Poco importa se le forze dell’ordine mantengano il massimo riserbo per mancanza di reati o se la razionalità suggerisca che un audio anonimo non valga più di un pettegolezzo da lavatoio; per il popolo delle “pancine”, l’emozione prevale sempre sul dato oggettivo. È il trionfo di un analfabetismo digitale che, ammantandosi di amore materno, finisce per ridicolizzare chiunque provi a riportare la discussione sui binari della realtà, preferendo crogiolarsi in un panico che, per quanto infondato, regala l’ebbrezza di sentirsi parte di una immaginaria resistenza contro il male.


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