Secondo una ricostruzione dell’Osservatorio “ARGO sulla Sicurezza Digitale”, l’uccisione di Ali Larijani (Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale) e di Gholamreza Soleimani (comandante dei Basij) è il culmine di una sofisticata manovra di guerra ibrida che ha combinato supremazia cinetica e intelligence multi-dominio. “L’uccisione di Ali Larijani e Gholamreza Soleimani segna un’escalation senza precedenti nella strategia di decapitazione dei vertici paramilitari iraniani. L’operazione condotta dalle forze di difesa israeliane non è stata un semplice atto di forza, ma il culmine di una sofisticata manovra di guerra ibrida che ha combinato supremazia cinetica e intelligence multi-dominio. Il decesso di Larijani (Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale) e di Soleimani (comandante dei Basij), insieme al vicecomandante Qassem Quraishi, conferma la capacità degli aggressori di penetrare le maglie più fitte della sicurezza interna di Teheran.
Tecnicamente, l’efficacia del raid notturno suggerisce l’impiego sistematico di Signals Intelligence (SIGINT) per il tracciamento dei bersagli in tempo reale, coordinato con infiltrazioni di Human Intelligence (HUMINT) capaci di confermare la posizione dei target all’interno di sedi di comando e nodi logistici sensibili.
La conferma in tempo reale della presenza di Larijani in un appartamento privato, un ambiente protetto e teoricamente al riparo da intercettazioni convenzionali, indica una capacità di tracciamento che solitamente richiede asset fisici (“talpe”) sul campo per convalidare i dati digitali.
La precisione chirurgica con cui sono stati colpiti i depositi di veicoli e i centri nevralgici dei Basij evidenzia una profonda vulnerabilità nella catena di comando iraniana. La continuità delle incursioni, estese da Teheran a centri strategici come Ahvaz e Isfahan, indica che Israele ha operato in un regime di SEAD (Suppression of Enemy Air Defenses) pressoché totale, degradando i sistemi di difesa aerea nemici fino a ottenere una libertà di manovra quasi incontrastata. Oltre all’impatto tattico, l’eliminazione dei vertici responsabili della gestione dell’ordine pubblico infligge un colpo durissimo alla capacità di proiezione rapida del regime, lasciando scoperte le infrastrutture critiche proprio nel momento di massima esposizione dello Stato“. È quanto dichiarato da Matteo Adjimi, esperto di cybersecurity e CEO di Argo Spa, azienda leader nel settore dell’intelligence specializzata in consulenze strategiche per imprese, nonché direttore dell’Osservatorio Argo per la Sicurezza Digitale.
Che ruolo svolge la tecnologia?
“La tecnologia è il perno centrale della guerra in corso tra Israele e Iran: guida intercettazioni, attacchi, intelligence, propaganda e persino le decisioni di comando. Il conflitto si configura come una sfida tra due dottrine asimmetriche: da un lato, l’approccio israeliano basato su attacchi di precisione, AI e Big Data; dall’altro, la strategia iraniana fondata sulla saturazione tramite volumi massicci di vettori e una cyberwarfare d’attrito. L’architettura difensiva di Israele poggia su un sistema multistrato integrato: mentre l’Iron Dome neutralizza le minacce a corto raggio con tassi di efficacia superiori al 90%, i sistemi David’s Sling e Arrow 2/3 garantiscono la copertura exo-atmosferica contro missili balistici fino a 2.400 km. L’efficacia di questa rete è stata dimostrata dalla neutralizzazione del 99% di un’ondata di oltre 1.000 droni, limitando l’impatto a soli due vettori andati a segno, nonostante un costo operativo stimato in circa 10 miliardi di shekel. Sul fronte offensivo, l’impiego di asset LO (Low Observability) come gli F-35 e droni da ricognizione persistente permette il monitoraggio costante di siti sensibili quali Natanz e Isfahan.
Al contrario, la difesa aerea iraniana sconta un gap tecnologico significativo, con tassi di intercettazione stimati al di sotto del 40%, rendendo le sue infrastrutture critiche vulnerabili a raid mirati. Il cuore decisionale di questa guerra è tuttavia algoritmico. L’integrazione dell’AI nei processi di targeting permette di analizzare in tempo reale flussi di dati provenienti da SIGINT, immagini satellitari e sensori remoti, riducendo il ciclo OODA (Observe, Orient, Decide, Act) da ore a pochi minuti. Questa accelerazione rende i data center e le infrastrutture cloud obiettivi strategici primari, poiché la loro compromissione può paralizzare l’intera catena di comando e controllo (C2). In questo quadro, la dimensione cyber completa l’offensiva: mentre l’Iran punta al sabotaggio delle reti civili occidentali, Israele e i suoi alleati utilizzano malware e spyware di ultima generazione per infiltrare i sistemi nemici, degradando la capacità di coordinamento delle difese iraniane prima ancora che il primo vettore cinetico venga lanciato”. Prosegue Matteo Adjimi, esperto di cybersecurity e CEO di Argo Spa.
Cosa deve temere ora Israele sul piano tecnologico?
“Nonostante l’attuale superiorità, Israele deve confrontarsi con un’evoluzione della minaccia iraniana che punta a colpire proprio i pilastri della sua forza digitale. La sfida non si limita più al solo confronto balistico, ma si sposta su un terreno dove la saturazione dei sistemi e il sabotaggio invisibile possono causare danni superiori a un bombardamento convenzionale. La vera insidia per lo Stato ebraico risiede oggi nella convergenza di tre fattori: l’offensiva cyber alle infrastrutture, la guerra di logoramento dei sistemi di difesa e i rischi legati alla dipendenza dall’AI.
Sul fronte del cyberspazio, l’Iran e i suoi affiliati hanno intensificato l’uso di malware di tipo “wiper” (come Shamoon o MeteorExpress), progettati non per rubare dati, ma per distruggerli, paralizzando reti energetiche, sistemi idrici e infrastrutture finanziarie. La profonda digitalizzazione della società israeliana, se da un lato ne garantisce l’efficienza, dall’altro offre una superficie d’attacco vastissima: un’incursione ben calibrata nei sistemi di controllo industriale potrebbe generare blackout e caos economico senza che venga sparato un solo colpo. A questo si aggiunge una strategia di infiltrazione lenta e silenziosa nei data center governativi e militari, finalizzata a preparare sabotaggi coordinati o a erodere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni digitali“. Prosegue Matteo Adjimi, direttore dell’Osservatorio Argo per la Sicurezza Digitale.
“Parallelamente, la strategia militare iraniana si sta evolvendo per scardinare lo “scudo” israeliano attraverso la saturazione. L’investimento in droni economici e missili capaci di volare a bassa quota mira a sottoporre l’Iron Dome a uno stress logistico estremo. Anche un sistema con tassi di intercettazione vicini al 100% può vacillare di fronte a migliaia di vettori simultanei: l’obiettivo non è necessariamente colpire un bersaglio, ma esaurire le scorte di intercettori e creare “buchi” nella rete difensiva.
Infine, la stessa eccellenza israeliana nell’AI nasconde un’insidia: la vulnerabilità dei dati. Affidarsi ad algoritmi per analizzare immagini satellitari e decidere i bersagli in tempo reale espone al rischio di “contaminazione”. Se l’intelligence nemica riuscisse a manipolare le informazioni fornite a questi sistemi, Israele potrebbe trovarsi a gestire errori strategici o ritardi fatali proprio nei momenti cruciali di un attacco. In definitiva, la vera minaccia non è rappresentata da una singola nuova arma, ma dalla capacità dell’Iran di trasformare la sofisticata tecnologia israeliana in un punto di fragilità“, conclude Matteo Adjimi.


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