“A 12 anni mio figlio sceglie con chi stare”. È una frase che molti ripetono come fosse una regola precisa. Però la legge non dice questo. Non esiste un’età che attribuisce automaticamente a un figlio la decisione finale su dove vivere o con quale genitore stare. La legge dice una cosa diversa: il minore che ha compiuto 12 anni, e anche quello più piccolo se capace di discernimento, ha diritto a essere ascoltato nelle questioni e nei procedimenti che lo riguardano.
Questo significa che la sua voce deve essere presa sul serio. Non significa, invece, che possa decidere da solo. Quando i genitori non riescono a trovare un accordo su questioni importanti che riguardano il figlio, compresa la residenza abituale, la valutazione finale va fatta guardando al suo interesse.
Ed è proprio qui che si crea molta confusione. Un conto è ascoltare un figlio. Un altro conto è caricarlo del peso di una scelta che resta troppo grande per lui. La sua opinione conta, certo, ma va letta con equilibrio, dentro la situazione concreta e senza trasformarlo nel giudice del conflitto tra i genitori.
Quindi la formula corretta non è “a 12 anni decide lui”. È un’altra: da 12 anni il figlio deve essere ascoltato. E anche prima, quando ha una maturità sufficiente. È una differenza importante, perché nei rapporti familiari le semplificazioni fanno solo danni.


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