Da Reggio Calabria al Giardino dei Giusti di Milano: la storia di padre Giovanni Ferro, l’arcivescovo che salvò un ragazzo ebreo durante la guerra

Il riconoscimento civile nel capoluogo lombardo riporta alla luce la straordinaria vicenda dell’arcivescovo reggino che durante la Seconda guerra mondiale nascose un giovane ebreo e decine di profughi nel Collegio Gallio di Como

  • 02 - 1951 Reggio Calabria - mons. Giovanni Ferro
  • 05 - MIlano - un momento dell'evento promosso nel Giardino dei Giusti -
  • 04 - Milano Giuseppe Rotilio - Andrea Furcht - p Luigi Amigoni
  • Milano Giusti dell'Umanità 2026 - La delegazione x padre Giovanni Ferro
  • 01 - MIlano 03 - avv Giuseppe Rotilio con la pergamena
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Una storia di coraggio civile, memoria storica e solidarietà umana torna oggi al centro dell’attenzione pubblica. L’11 marzo 2026, nel Giardino dei Giusti di Milano, al Monte Stella, è stato conferito al Venerabile Servo di Dio monsignor Giovanni Ferro il titolo di Giusto per l’Umanità indicato dalla società civile per il 2026. Un riconoscimento che lega simbolicamente Milano e Reggio Calabria, città nella quale monsignor Ferro fu arcivescovo dal 1950 al 1977 e dove morì nel 1992, lasciando un ricordo ancora vivo nella comunità.

A esprimere piena gioia per questo riconoscimento sono stati Andrea Furcht, docente a Milano, e la sorella Elisabetta Furcht, docente a Torino. Il motivo della loro emozione è profondamente personale: il padre, Roberto Furcht, fu il ragazzino ebreo di 14 anni salvato durante la Seconda guerra mondiale proprio da padre Ferro.

La storia risale agli anni più drammatici dell’occupazione nazista in Italia. Padre Ferro, prima di essere nominato arcivescovo di Reggio Calabria, era rettore del cattolico Collegio Gallio di Como. Dal settembre 1943, con l’intensificarsi delle persecuzioni razziali, fino al termine della guerra nel giugno 1945, nascose all’interno dell’istituto educativo il giovane Roberto Furcht, salvandogli la vita.

La figura dell’arcivescovo reggino Giovanni Ferro

Il sacerdote somasco Giovanni Ferro sarebbe diventato negli anni successivi una figura centrale nella vita ecclesiale del Sud Italia. Fu infatti arcivescovo della diocesi di Reggio Calabria per quasi trent’anni, guidando la Chiesa reggina in una fase delicata del dopoguerra e della ricostruzione sociale.

Il riconoscimento ricevuto oggi al Giardino dei Giusti restituisce alla memoria pubblica anche il suo ruolo di difensore della dignità umana durante la guerra, quando decise di proteggere perseguitati e profughi mettendo a rischio la propria sicurezza.

Nel corso della cerimonia milanese, insieme a monsignor Ferro, il titolo di Giusto 2026 è stato assegnato ad altre dodici personalità italiane e internazionali che si sono distinte per impegno civile, difesa della democrazia e nonviolenza. Tra queste figurano figure storiche e contemporanee come Piero Calamandrei, padre costituente e difensore della Costituzione, Martin Luther King Jr., simbolo universale dei diritti civili, l’attivista israeliana Vivian Silver, la palestinese Reem Al-Hajajreh e l’artista russa dissidente Aleksandra Skochilenko.

Si tratta di personalità che con il loro operato sono state riconosciute come Giusti della democrazia, del dialogo e della nonviolenza, indicati come forti simboli di impegno ed eroismo civile dall’assemblea dell’Associazione per il Giardino dei Giusti di Milano, composta dalla Fondazione Gariwo, dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e dal Comune di Milano.

La cerimonia di consegna delle pergamene si è svolta davanti a un folto pubblico, composto in gran parte da studenti delle scuole milanesi, scelti simbolicamente per tramandare la memoria dei Giusti della società civile alle nuove generazioni.

Il salvataggio del giovane Roberto Furcht durante le persecuzioni razziali

Il cuore della storia riguarda un episodio rimasto a lungo nascosto. Nel settembre 1943, quando le persecuzioni contro gli ebrei si intensificarono in Italia dopo l’occupazione nazista, il quattordicenne Roberto Furcht riuscì a sfuggire a una pattuglia tedesca. Fu allora che il rettore del Collegio Gallio, padre Ferro, decise di offrirgli rifugio all’interno dell’istituto.

Il ragazzo rimase nascosto nel collegio per tutta la durata della guerra. Quel gesto di protezione silenziosa salvò la sua vita e rese possibile la storia familiare che oggi Andrea ed Elisabetta Furcht raccontano con gratitudine. Proprio i due fratelli hanno promosso la proposta di riconoscere padre Ferro come Giusto dell’Umanità, contribuendo a far emergere pubblicamente questa vicenda di altruismo e coraggio durante la Shoah.

Il Collegio Gallio rifugio per profughi e perseguitati

L’azione di padre Ferro non si limitò al salvataggio del giovane Furcht. Durante la Seconda guerra mondiale, nell’estate del 1944, il rettore somasco ospitò nel Collegio Gallio decine e decine di profughi italiani in fuga verso la Svizzera. Per mesi l’istituto diventò una sorta di rifugio clandestino per persone che cercavano di sottrarsi ai rastrellamenti e alle violenze del conflitto.

Nel caos del crollo del regime fascista e della guerra civile italiana, padre Ferro prese poi una decisione ancora più controversa ma guidata dallo stesso principio: salvare vite umane indipendentemente dall’appartenenza politica. Dal 25 aprile 1945 al 15 novembre 1945, infatti, nascose nel collegio Vittorio Mussolini, figlio del Duce, insieme ad altri due familiari della famiglia Mussolini. I tre erano in fuga dai partigiani e rischiavano la giustizia sommaria del dopoguerra.

La rivelazione pubblica della vicenda dopo decenni di silenzio

Per molti anni questa storia rimase poco conosciuta. La svolta arrivò il 10 maggio 2009, quando all’interno del Collegio Gallio si tenne un concerto di pianoforti promosso da padre Luigi Amigoni, attuale superiore del santuario dedicato a San Girolamo Emiliani, fondatore dell’Ordine dei Padri Somaschi e patrono della gioventù abbandonata.

Durante quell’evento l’imprenditore musicale Roberto Furcht raccontò pubblicamente per la prima volta il segreto custodito per oltre sessant’anni: il rifugio trovato nel collegio nel settembre 1943 grazie all’intervento salvifico di padre Giovanni Ferro. Padre Amigoni, già rettore del Collegio Gallio e direttore della rivista “Vita Somasca”, guidava anche la delegazione presente alla cerimonia milanese del 2026, composta da padri somaschi ed ex alunni dell’istituto.

La causa di beatificazione dell’arcivescovo di Reggio Calabria

Il riconoscimento civile si affianca a quello religioso. A ritirare la pergamena del titolo di Giusto assegnato a padre Ferro è stato il postulatore Giuseppe Carlo Rotilio, avvocato di Reggio Calabria che dal 2008 segue la Causa di Beatificazione e Canonizzazione dell’arcivescovo.

Il processo ecclesiastico si è concluso nel luglio 2019 con la proclamazione del presule come Venerabile Servo di Dio. La causa prosegue ora nella cosiddetta “fase romana”, davanti al Dicastero per le Cause dei Santi nella Città del Vaticano. L’obiettivo è verificare l’eventuale riconoscimento di miracoli attribuiti all’intercessione di Ferro. Su incarico dell’arcivescovo metropolita di Reggio-Bova, Fortunato Morrone, il lavoro continua ad essere seguito dal postulatore Rotilio.

Una memoria che unisce Milano e Reggio Calabria

La cerimonia del Giardino dei Giusti di Milano non è stata solo un momento commemorativo, ma anche un ponte ideale tra Milano e Reggio Calabria, due città unite dalla figura di un uomo che seppe mettere al centro la difesa della vita umana. La presenza di numerosi studenti ha voluto sottolineare il valore educativo della memoria. Storie come quella di padre Giovanni Ferro dimostrano che anche nei momenti più drammatici della storia esistono persone capaci di scegliere la solidarietà, la giustizia e il coraggio morale.

Oggi il riconoscimento come Giusto dell’Umanità restituisce pienamente alla memoria collettiva la figura di un uomo che, tra persecuzioni razziali, guerra civile e vendette del dopoguerra, scelse sempre la stessa strada: salvare vite umane.