Era accusato di un reato gravissimo, un omicidio, il noto industriale aeronautico e aerospaziale vesuviano, vera anima dell’azienda che opera da ben 120 anni e che produce carrelli di atterraggio. Per aiutare e soccorrere un amico Vincenzo La Gatta aveva impugnato l’arma da lui legittimamente detenuta ed aveva, all’ esito di una scena violenta dai contorni non chiara, colpito con un colpo alla tempia la vittima Giuseppe Di Marzo. Il fatto avvenne la sera del 23.12.2016 in provincia di Napoli, a Pomigliano D’arco. La Gatta fu sottoposto alla custodia cautelare presso la propria abitazione alla luce della sua ottima personalità, misura cautelare per un periodo pari ad anni 4 e mesi sei.
All’esito della lunghissima istruttoria dibattimentale fu condannato in primo grado in data 28.01.2021 dalla Corte di assise di Napoli alla mite pena di anni 10 di reclusione grazie alla concessione della attenuante della provocazione, nonché fu condannato al cospicuo risarcimento dei danni in favore dei familiari della vittima. Tale sentenza fu impugnata sia dalla difesa che dall’accusa. Il giudizio di appello si concluse con la sentenza emessa in data 04.10.23 dalla prima sezione della Corte di assise di appello di Napoli che, in accoglimento dell’impugnazione a firma del Pubblico Ministero, elevò la pena ad anni 14 di reclusione. La prova a carico dell’ industriale vesuviano appariva solida anche nel giudizio di terzo grado, quello di legittimità.
Il Procuratore Generale presso la Corte di cassazione aveva depositato una lunga requisitoria con la quale aveva spiegato le ragioni per le quali il ricorso proposto dalla difesa andava rigettato. Analogamente le parti civili costituite avevano insistito per la bocciatura della linea difensiva dell’imputato, il quale, in caso di conferma della condanna, non solo avrebbe dovuto varcare le soglie del carcere, ma avrebbe dovuto anche risarcire con somme notevoli i familiari della vittima. Ma proprio in Cassazione è arrivato l’inaspettato colpo di scena.
In accoglimento delle articolate e diffuse argomentazioni introdotte in due distinti ricorsi dal cassazionista Dario Vannetiello e dall’avv. Saverio Campana, la Suprema Corte, prima sezione penale, ha annullato la sentenza di condanna disponendo un nuovo giudizio innanzi a diversa sezione della Corte di assise di appello di Napoli. La difesa dell’industriale è riuscita a fare breccia nelle fini menti dei Supremi Giudici, attaccando in maniera particolare la motivazione assunta dai giudici partenopei, sia con riferimento alla convinzione di agire per legittima difesa, sia evidenziando la assenza di volontà di uccidere da parte dell’imputato.
Nei ricorsi sono stati illustrati i complessi lati della intera vicenda, originata dalla violenta aggressione da parte della vittima Giuseppe Di Marzo ai danni di un amico dell’imputato La Gatta, di nome Sassone Giuseppe, titolare del resort Pietrabianca, luogo dove avvenne la tragedia che ha segnato l’industriale e che si sarebbe trasformata in un vero dramma laddove la Corte di cassazione avesse confermato la condanna. Intuibile il grosso respiro di sollievo che hanno tirato anche i dipendenti dell’azienda, per intuibili ragioni preoccupati dell’esito del processo. Ora si rimane in attesa delle motivazioni che verranno rese dalla Corte di cassazione, per poi dare inizio ad un nuovo processo di appello nel palazzo di giustizia partenopeo.


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