Le chat di classe nascono per comodità. Servono per un compito, un avviso, un’informazione veloce. Nella pratica, però, finiscono spesso per diventare molto di più: luoghi in cui si commenta tutto, si inoltra di tutto e, a volte, si oltrepassa un limite senza nemmeno accorgersene. Il punto è semplice: il fatto che un messaggio circoli in una chat tra genitori non significa che sia automaticamente lecito. Il Garante per la protezione dei dati personali ha richiamato l’attenzione proprio su questo, invitando genitori, studenti e componenti delle chat di classe a non divulgare notizie, foto e video senza il consenso delle persone coinvolte. Ha inoltre ricordato che le comunicazioni ufficiali dovrebbero passare, preferibilmente, attraverso strumenti istituzionali come il registro elettronico.
Ed è qui che nascono i problemi più frequenti: una foto scattata durante una recita, un video girato a scuola, un vocale su un insegnante, un commento su un bambino o su una situazione familiare delicata. Situazioni comuni, quasi quotidiane, ma tutt’altro che irrilevanti quando riguardano minori.
La regola, in fondo, dovrebbe essere molto chiara: non tutto ciò che si riceve può essere inoltrato e non tutto ciò che si sa deve essere scritto in chat. Ancora di più quando i toni diventano offensivi, umilianti o denigratori. Sul tema del cyberbullismo, infatti, il Garante ricomprende anche condotte di denigrazione, diffusione illecita di dati personali e condivisione di contenuti diretti a isolare o ridicolizzare un minore.
Più che demonizzare le chat di classe, allora, forse bisognerebbe imparare a usarle con maggiore attenzione. Perché possono essere utili, ma non sono uno spazio senza regole. E quando di mezzo ci sono bambini e ragazzi, la leggerezza non è mai davvero innocua.


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