Si dice “nato con la camicia” (ma nel suo caso forse era uno smoking già stirato, con gemelli ai polsi e incarico pronto in cartella) o si dice più semplicemente “culo”? Perché la vera favola moderna non è quella del principe azzurro: è quella del venditore di bibite che, tra una Coca Cola e una birra sui gradoni del “Maradona”, guarda l’orizzonte e pensa: perché no? E no, non è snobismo. Anzi. Massimo rispetto per chi vende bibite allo stadio: lavoro onesto, fatica vera, incassi in contanti e poca retorica. È proprio questo il punto poetico della storia. Perché nessuno — ma proprio nessuno — immagina che da quel banchetto possa emergere un futuro Ministro, poi capo della diplomazia, poi rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico, poi professore onorario al King’s College. Una traiettoria che nemmeno LinkedIn avrebbe osato suggerire.
E invece eccolo lì, Luigi Di Maio, Giggino per gli amici, quelli con cui condivideva i gradoni del San Paolo. L’uomo che ha abolito la povertà con una frase e l’ha fatto dal balcone, che è già una scelta scenografica di un certo livello. L’uomo che ci ha ricordato che siamo fatti al 90% d’acqua — probabilmente per sottolineare la fluidità della politica. L’uomo che ha chiamato “Ping” il Presidente cinese Xi Jinping, in un gesto di confidenza internazionale che solo i grandi spiriti liberi possono permettersi. Perché la diplomazia è importante, sì, ma l’umanità prima di tutto.
E la Francia? Ah, la Francia. Tra gilet gialli, decolonizzazioni e tradizioni democratiche millenarie, c’è stato un momento in cui i rapporti bilaterali sembravano un’opera di teatro dell’assurdo. Ma lui ha resistito. Perché la resilienza, oggi, è tutto. Si può inciampare, ma con eleganza. La cosa affascinante non sono le gaffe. Quelle, in fondo, capitano a tutti. È la capacità di attraversarle come se fossero gradini — non scivoloni, ma tappe di un percorso quasi iniziatico. Ogni frase contestata diventa un meme, ogni meme un ricordo collettivo, ogni ricordo una nota a piè di pagina in un curriculum che continua a crescere. Un curriculum che, va detto, ha più vite di un gatto istituzionale.
E mentre noi ci interroghiamo sul significato di “merito”, “fortuna”, “tempismo”, lui accumula incarichi come figurine rare. Non è solo culo, no, alla fine. Sarebbe riduttivo. È una combinazione sottile di congiunture astrali, spirito del tempo, abilità nel trovarsi sempre esattamente dove la porta si sta aprendo. Né troppo presto, né troppo tardi. Un talento che non insegnano nei manuali di diritto costituzionale. Forse la vera lezione è questa: la politica contemporanea non è una linea retta, è un ascensore emotivo. E chi sa sorridere mentre sale — anche dopo aver premuto il pulsante sbagliato — alla fine arriva comunque al piano panoramico.
Volevamo nascere Giggino Di Maio? Forse sì, per capire il segreto. Non tanto per abolire la povertà in una sera, o per ridefinire la percentuale d’acqua del corpo umano, ma per possedere quella serenità olimpica che permette di trasformare ogni inciampo in curriculum, ogni polemica in esperienza internazionale, ogni ironia in una nota biografica. Insegnaci la via, professore. Non quella dell’astronomia pentastellata, né quella delle bibite fresche in curva. Ma quella più sottile: l’arte di cadere sempre in piedi. Anche quando il pavimento sembra bagnato. Del resto, siamo fatti al 90% d’acqua.


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