La pubblicazione abituale di fotografie dei figli sui social – quello che oggi viene definito sharenting – non è un gesto neutro dal punto di vista giuridico. Non è soltanto un modo di condividere momenti familiari. È un atto che incide su diritti della personalità del minore. L’immagine è tutelata dall’art. 10 del codice civile e dagli artt. 96 e 97 della legge sul diritto d’autore. Quando si tratta di un minore, il consenso non è una formalità: rientra nell’esercizio della responsabilità genitoriale. Se entrambi i genitori la esercitano congiuntamente, come accade nella generalità dei casi anche dopo la separazione, la decisione non può essere unilaterale. L’art. 337-ter c.c. impone la condivisione delle scelte di maggiore interesse per il figlio, e l’esposizione sui social – per ampiezza della diffusione e permanenza nel tempo – rientra in questa categoria.
La giurisprudenza si è già espressa più volte in presenza di conflitti tra genitori, ordinando la rimozione di immagini pubblicate senza consenso e richiamando il principio del superiore interesse del minore. Il diritto del genitore di utilizzare i social non prevale automaticamente sulla tutela della riservatezza del figlio. Il problema non è la fotografia in sé. È l’effetto cumulativo della pubblicazione continua, che costruisce un’identità digitale del minore prima ancora che questi possa scegliere come rappresentarsi. Ogni immagine, ogni dettaglio su abitudini, luoghi frequentati, momenti privati contribuisce a creare una traccia permanente.
Evitare criticità significa, in concreto, porsi qualche domanda prima di pubblicare: l’altro genitore è d’accordo? L’immagine espone il minore in modo riconoscibile? Il contenuto potrebbe risultare lesivo della sua dignità o imbarazzante in futuro? È davvero nell’interesse del figlio o risponde a un’esigenza dell’adulto? Lo sharenting non è vietato. Ma non è neppure uno spazio privo di limiti. La responsabilità genitoriale non si sospende davanti a un profilo social.


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