L’ascia votiva di San Sosti: storia del manufatto del IV secolo A.C. rinvenuto poi nel 1800 in Calabria

Nuovo incontro organizzato dal Circolo Culturale “L’Agorà”: si parlerà dell'ascia votiva di San Sosti

Mercoledì 25 febbraio, sul canale youtube del Circolo Culturale “L’Agorà” di Reggio Calabria, sarà possibile assistere alla conversazione sul tema “L’ascia votiva di San Sosti”. La conversazione viene organizzata dal Circolo Culturale “L’Agorà” di Reggio Calabria. Il nuovo incontro, predisposto dall’associazione reggina, registra la presenza del Presidente del sodalizio organizzatore Gianni Aiello. Dopo le vicende esposte, a cura di Gianni Aiello, nelle precedenti conversazioni, inerenti al trattato di alleanza tra Reggio ed Atene, riportato su di un’apposita stele che venne scoperta sull’Acropoli di Atene, ed il tesoro di Sant’Eufemia, l’intervenuto questa volta accende i riflettori su un’altra importante testimonianza del passato calabrese, conosciuta come ascia di San Sosti, o ascia votiva di Kyniskos.

Il manufatto votivo, risalente al quarto secolo A.C., è una scure bronzea, costituita da una parte ascia e dall’altra martello, rinvenuta nel 1846 a Casalini della Porta o Casolari della Porta della Serra, luogo in cui si trovano i resti dell’antica e misteriosa città di Artemisia, non distante dall’area sacra del Santuario della Madonna del Pettoruto, nell’area di San Sosti, in provincia di Cosenza. Nel 1852 l’ascia fu raffigurata in un disegno dal vibonese Vito Capialbi, letterato e studioso di archeologia, e su sua segnalazione pubblicata dall’archeologo napoletano Giulio Minervini che ne dette una descrizione sul “Bullettino Archeologico Napoletano”.

Tra il 1857 e il 1860 fu acquistata dal collezionista e orafo romano Alessandro Castellani. Successivamente venne venduta all’asta a Parigi, ed acquistato da Sir Charles Thomas Newton, archeologo responsabile del Dipartimento delle Antichità del British Museum della Real Casa Inglese, dove è attualmente esposto nella sala 73. Il prezioso manufatto presenta all’altezza del foro di inserimento del manico mostra una elaborata decorazione con baccellature, perline e una sagoma stilizzata interpretata come una figura alata raffigurata in posizione frontale, probabilmente una sfinge.

L’iscrizione è incisa sulla lama in sette righe con parole in vernacolo greco acheo e caratteri dell’alfabeto dorico, uno dei più antichi esempi conosciuti, che la fa risalire al VI secolo a.C. . Quanto riportato venne tradotto nel 1969 dalla nota studiosa Margherita Guarducci, archeologa ed epigrafista fiorentina. Così recita la traduzione dell’iscrizione dedicatoria: “Sono sacro di Hera, quella in pianura. Kyniskòs mi dedicò, lo àrtamos, come tributo dei (suoi) lavori”.