Inter, che tonfo! Out a San Siro e già fuori dalla Champions, ma il problema era Inzaghi che “perdeva le finali”

Per la prima volta dopo quattro stagioni consecutive, l’Inter non supera la prima fase a eliminazione diretta di Champions. Per la prima volta dopo quattro anni non c’è la firma di Simone Inzaghi su una qualificazione agli ottavi o oltre

L’Inter è fuori dalla Champions League. Dopo il 3-1 incassato all’andata in Norvegia, è arrivato anche l’1-2 a San Siro contro il Bodø/Glimt. Due sconfitte, una in trasferta e una in casa, che non lasciano spazio ad attenuanti né ad alibi. Eliminazione prima degli ottavi, contro una squadra organizzata, brillante, ma oggettivamente lontana dall’élite europea. La notizia è questa. Ed è pesante. Ma c’è un’altra notizia, meno urlata e forse più scomoda: per la prima volta dopo quattro stagioni consecutive, l’Inter non supera la prima fase a eliminazione diretta di Champions. Per la prima volta dopo quattro anni non c’è la firma di Simone Inzaghi su una qualificazione agli ottavi o oltre. E improvvisamente quello che sembrava normale torna a essere straordinario.

Per quattro anni, Inzaghi ha portato l’Inter sempre oltre gli ottavi. Sempre. Non una volta per caso, non grazie a un tabellone fortunato, ma con continuità. Due finali di Champions League, due eliminazioni contro autentiche corazzate europee, una ai rigori, un’altra dopo aver vinto all’ Old Trafford contro il Liverpool e sfiorato i supplementari. Eppure, in quel periodo, il dibattito era spesso surreale: “Bravo, ma le finali le ha perse”. Come se arrivarci fosse un dettaglio. Come se fosse routine.

Oggi, invece, l’Inter perde 3-1 fuori casa e 2-1 a San Siro contro il Bodø/Glimt e si scopre che la Champions non è una formalità. Che non basta “avere la stessa squadra”. Che non basta la continuità tecnica per garantire automaticamente profondità europea. Che tra competere stabilmente tra le prime otto d’Europa e uscire prima degli ottavi c’è un abisso. Dopo l’era di José Mourinho, l’Inter aveva vissuto stagioni europee altalenanti, eliminazioni premature, gironi complicati, ottavi praticamente mai raggiunti se non in un caso proprio l’anno dopo il triplete. Inzaghi ha rimesso il club dentro una dimensione continentale stabile. Ha costruito un’identità riconoscibile, ha valorizzato la rosa, ha portato l’Inter a giocarsela contro chiunque. Non una volta, ma quattro anni di fila.

E oggi, paradossalmente, è proprio questa disfatta a rendere il suo lavoro ancora più evidente. Quando si cade contro una squadra norvegese con due sconfitte nette, diventa più chiaro quanto fosse complicato, invece, arrivare due volte in finale e uscire solo contro squadroni con budget e profondità ben diversi. Per anni si è detto che Inzaghi fosse “quello che perde le finali”. Forse la prospettiva corretta era un’altra: era quello che le finali le raggiungeva. E non è un dettaglio, in un’epoca in cui nessuno, né prima né dopo di lui negli ultimi quindici anni, è riuscito a fare meglio all’Inter in Europa. La Champions è crudele, ma ha una virtù: smaschera le illusioni. Oggi l’illusione è che certi traguardi siano automatici. Non lo sono.

E la differenza tra perdere una finale contro una superpotenza e perdere 3-1 e 2-1 contro il Bodø/Glimt sta tutta lì: nella dimensione europea che riesci a costruire nel tempo. Inzaghi quella dimensione l’aveva costruita. E questa eliminazione, più che ridimensionare il passato, lo rende ancora più grande.