Intervistato ai microfoni di StrettoWeb, Sebastiano Cutrupi, micologo di Reggio Calabria e presidente dell’Associazione micologica culturale Aspromonte ha raccontato la bellissima scoperta effettuata tra i ruderi dell’antica fortezza di Motta Sant’Agata, sulle colline di Reggio Calabria. Con questa scoperta Motta Sant’Agata si afferma quale patrimonio di storia e biodiversità sempre più importante e prezioso: sorge su una posizione dominante rispetto ad una vallata con un affaccio spettacolare sullo Stretto di Messina ed è un’antica città-fortezza, una sentinella di pietra che richiama il modello delle acropoli dove la scelta di luoghi difficilmente accessibili rispondeva a precise esigenze strategiche e simboliche.
Negli ultimi anni, grazie all’impegno e alla passione dello storico Orlando Sorgonà e dell’architetto Valeria Varà, della Pro Loco di San Salvatore, il sito è al centro di un autentico risveglio culturale. Camminare tra i ruderi significa percorrere un antico fondale marino di arenaria, che conserva fossili di migliaia di anni fa, risalenti a un’epoca in cui il mare lambiva queste alture. In questo contesto suggestivo, la storia dell’uomo si intreccia con quella della terra, tra ulivi secolari, fichi, carrubi e pini a due aghi che incorniciano le strutture difensive.
Dal punto di vista botanico, l’area è già ben conosciuta per la sua ricchezza, qui crescono orchidee spontanee come “Barlia robertiana” e “Orchis italica“, oltre alla rarissima “Salvia ceratophylloides“, endemismo esclusivo del territorio reggino, accompagnata da specie caratteristiche della macchia mediterranea come Cistus, Euphorbia, Ferula communis e Thapsia garganica.
È però sul fronte micologico che Motta Sant’Agata sta rivelando le scoperte più sorprendenti, elevandosi a vero e proprio parco scientifico naturale. Il ritrovamento più emblematico è quello del Pleurotus opuntiae (Durieu & Lévillé) Saccardo, una specie rarissima inserita nella Red List mondiale delle specie minacciate. A differenza dei più comuni pleuroti, questo fungo è strettamente legato ai resti delle cactacee, in particolare del fico d’India (Opuntia ficus-indica). La sua presenza è un chiaro indicatore dell’eccezionale integrità ecologica del sito.
Accanto a questa rarità, il censimento ha documentato una biodiversità fungina di assoluto rilievo e in continuo aggiornamento. Sono state individuate specie come Pleurotus eryngii var. thapsiae, legata alla Thapsia garganica, Malleocybe heimii, Helvella leucomelaena, Helvella juniperi, i singolari Colus hirudinosus e Tulostoma brumale, oltre a Pholiotina mediterranea, Galerina laevis, Geopora arenicola, Lepista sordida e al cianobatterio Nostoc commune. Un insieme di organismi spesso invisibili, ma di enorme valore scientifico e conservazionistico.
Alla luce di queste evidenze, rivolgiamo un appello alle autorità competenti – dalla Soprintendenza agli Enti locali, fino agli organismi di gestione del territorio come il Parco Nazionale dell’Aspromonte – affinché Motta Sant’Agata venga ufficialmente riconosciuta e tutelata nella sua duplice anima, archeologica e naturalistica. Proteggere questo sito significa preservare un laboratorio vivente in cui la storia millenaria di Reggio Calabria e una biodiversità rarissima convivono in un equilibrio unico. Un patrimonio che non appartiene solo al passato, ma che deve essere consegnato intatto al futuro.
















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