Don Alberto Ravagnani lascia il sacerdozio, don Zampaglione: “celibato non è divisa, liturgia non è prodotto che deve funzionare”

Don Alberto Ravagnani lascia il sacerdozio: la riflessione di don Zampaglione

Dopo la riflessione di qualche settimana fa (dove si è soffermato sull’utilizzo dei social), don Giovanni Zampaglione molto seguito su Instagram (più di 100k follower), su FB (più di 50k) e pagina personale dove fa riferimento ai suoi libri e la sua vita di missione in mezzo alla gente, torna a riflettere su don Alberto Ravagnani. “Si tratta di riflessioni e pensieri di miei confratelli che io ho raccolto e fatto miei in quanto mi trovo in sintonia su tutto nella speranza che cali il silenzio su tutto.

Cari amici, ho ascoltato con rispetto il video di Alberto, dove spiega i motivi che lo hanno portato alla scelta di lasciare il sacerdozio. Davanti a passaggi così, la prima reazione cristiana non è lo scherno, non è la rissa, non è la sentenza. È il timore di Dio e la preghiera, perché il sacerdozio non è un mestiere che si appende a fine turno: è un dono tremendo e bello, e ogni ferita sacerdotale tocca anche la vita di molti.

Nel racconto si ascoltano parole vere: la solitudine, il peso delle attese, il rischio della doppia vita, la fatica di reggere il celibato. Sono cose reali. E proprio perché sono reali, meritano verità. Il celibato non è una “divisa”: è una promessa liberamente assunta davanti a Dio e alla Chiesa, custodita con mezzi concreti, fraternità sacerdotale, direzione spirituale, disciplina di vita, vigilanza seria. Quando uno non regge, non basta dire “non riuscivo”: occorre riconoscere che la vocazione chiede sostegni, conversione, accompagnamento, non solo sentimenti.

Nel racconto c’è anche un passaggio più delicato: l’idea che la Messa “non parli più” e che le parole della liturgia siano “incomprensibili o discutibili”. Qui non si tocca un gusto personale, qui si sfiora la fede della Chiesa. La liturgia non è un prodotto che deve funzionare, è il culto di Cristo e della Chiesa al Padre, è fonte e culmine della vita cristiana. Se diventa opaca, la risposta non è abbandonarla: è imparare a celebrarla e a spiegarla meglio, con umiltà e con fedeltà.

Colpisce infine la frase: “la mia fede è più libera, non riesce più a stare dentro la forma della Chiesa”. È una tentazione moderna, comprensibile, e pericolosa. La fede cristiana è personale, libera, adulta, e insieme ecclesiale. Cristo non ci salva in isolamento. Ci innesta in un popolo, in una comunione, in una forma che non è una gabbia: è un sacramento nella storia.

Per questo, senza giudicare il cuore di nessuno, custodiamo tre cose. Preghiamo per questo fratello, perché Dio lo conduca nella verità e nella pace. Preghiamo per i sacerdoti, perché imparino a vivere da uomini veri, senza maschere e senza compromessi. Non lasciamo che l’emozione diventi criterio di fede: la Chiesa ha tempi, e quei tempi sono spesso la pazienza di Dio che salva“.