“Venite a prendermi, codardi”. Maduro aveva lanciato la sfida agli USA, Trump l’ha raccolta

Dal palco di un comizio, Nicolás Maduro – ormai ex uomo forte del Venezuela – ha, tempo addietro, alzato il pugno contro la Casa Bianca e urlato la sua sfida: “Venite per me. Vi aspetto qui. Non metteteci tanto ad arrivare, codardi”. Parole pensate per intimidire e urlate per sembrare più forte di quanto si sia nella realtà. Ma quel messaggio non è rimasto sospeso nell’aria. È arrivato dritto a Washington. Ed è tornato indietro come un’eco amplificata dalla storia. Donald Trump ha risposto nel suo stile: nessuna mediazione, nessun linguaggio felpato, nessuna diplomazia di facciata. Prima ha mostrato l’immagine simbolo — lo sguardo feroce e gli artigli spalancati dell’aquila americana — successivamente sono arrivati i fatti. Le immagini dei bombardamenti statunitensi su Caracas hanno fatto il giro del mondo. La sfida era stata accolta. E sul campo, piaccia o no, è stata vinta.

L’assurda reazione della Sinistra italiana

Mentre i venezuelani sono scesi in piazza a Caracas, a Miami, a Madrid, a Buenos Aires, gridando finalmente “libertà”, in Italia è andato in scena l’ennesimo teatro dell’assurdo. La sinistra italiana — sempre pronta a indignarsi in modo selettivo — ha protestato contro gli Stati Uniti, colpevoli, a loro dire, di aver osato liberare un popolo da anni di oppressione, fame e repressione. Gli stessi che hanno dimenticato, o hanno finto di dimenticare, che anche l’Italia è stata liberata da una dittatura grazie agli americani. E invece di ascoltare la voce dei venezuelani, hanno preteso di spiegare loro come avrebbero dovuto sentirsi. Che non avrebbero dovuto essere felici. Che la libertà non sarebbe valsa se fosse arrivata da un governo politicamente “nemico”. Che la gioia avrebbe dovuto essere repressa se non fosse rientrata nel dogma ideologico. Così sono scesi in piazza — come sempre, per tutto e per nulla — con qualche striscione e pochi, sparuti individui, cercando di negare a un popolo il diritto di esultare solo perché il liberatore non portava, secondo loro, la bandiera giusta.

La Cina chiede la liberazione di Maduro, la Russia tuona

Pechino ha chiesto la liberazione di Maduro. E mentre ha atteso, ben sapendo che la risposta sarebbe stata un secco rifiuto di Trump, ha guardato con sempre maggiore insistenza verso Taiwan. Mosca, dal canto suo, ha alzato la voce. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha parlato di “forte solidarietà” dopo un colloquio con la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez. La Russia, alleata storica del regime chavista, ha condannato duramente l’operazione americana, ha chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e ha invocato — pur sapendo anch’essa che non sarebbe avvenuto — il rilascio immediato di Maduro. Le reazioni internazionali non sono mancate. Ma sono rimaste, per ora, quello che sono sempre state: parole. Parole dure, solenni, indignate. Parole che non hanno cambiato i fatti.

Niente paura: a nessuno giova più una terza guerra mondiale

C’è sempre chi ha sostenuto che la guerra, in certi momenti, sia stata “necessaria”: per ridurre la popolazione, per svuotare arsenali obsoleti, per far spazio a nuove armi, per riattivare la macchina economica del riarmo. Teorie ciniche. Spietate. Teorie che oggi si sono rivelate, semplicemente, irreali. La terza guerra mondiale non conviene a nessuno. A nessuna potenza. A nessun mercato. A nessun impero. Ci saranno le solite tensioni, certo. Scaramucce qua e là. Conflitti brevi, chirurgici, combattuti con armi convenzionali e a distanza. Ma il grande incendio globale non è all’orizzonte. E mentre i soliti professionisti della paura urlano all’apocalisse, la storia fa quello che ha sempre fatto: punisce chi provoca, premia chi agisce, spazza via chi ha scambiato la propaganda per il potere. Maduro aveva gridato: “Venite a prendermi, codardi”. Maduro aveva lanciato la sfida agli USA. Trump l’ha raccolta.