Lo sanno in pochi, se ne saranno accorti in tanti, ma Reggio Calabria è anche soprannominata “la città arancione“. Il motivo non ha propriamente origini storiche, sicuramente più politiche, e riguarda la folta presenza di reti da cantiere arancioni disseminate in diversi punti della città in cui è presente una buca, un pezzo di asfalto ceduto, un punto da delimitare affinchè veicoli e persone non subiscano danni.
Venissero utilizzate raramente, o almeno fossero una soluzione temporanea e iniziale, per delimitare il problema in vista di un pronto e immediato intervento, sarebbero anche accettabili. Ma a Reggio Calabria il timing degli interventi di ‘pronto’ ha ben poco. Qualcuno direbbe: “ringraziate che almeno li fanno“. Grazie.
E quindi le reti da cantiere fanno parte di noi, della nostra quotidianità, impariamo a vederle giornalmente, magari a tirarle su se qualcuno, scioccamente, ci finisce contro. Quando spariscono di colpo, dopo settimane o mesi, lasciano un vuoto che nessuna buca riparata può colmare. C’è anche chi gli ha dato un nome: in via Vittorio Veneto, è nato “Il recinto della vergogna“.
Una via che porta un nome così importante per l’Italia intera, nella quale è presente (il cittadino ha usato il termine corretto) una ‘vergogna’ simile, sottolinea gli ossimori e le storture di una città che da due anni si piazza ultima per qualità della vita. E qualcuno se ne sorprende.


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