Referendum, gli avvocati Morabito e Mazzuca voteranno “No”: “la Giustizia ha bisogno di ben altro”

Referendum, gli avvocati Morabito ed Mazzuca voteranno “No": "la separazione delle funzioni esiste ed è regolata dalla legge Cartabia, l’Alta Corte disciplinare ed il sorteggio non cancelleranno le correnti"

Il dibattito sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente torna ciclicamente al centro della scena politica e mediatica. I sostenitori della riforma la presentano come una misura necessaria per rafforzare l’imparzialità dei giudici e garantire un processo più equo. Tuttavia, secondo l’opinione di non pochi giuristi, “un’analisi più attenta mostra come la separazione delle carriere, così come prospettata, rischi di indebolire l’equilibrio costituzionale del sistema giudiziario italiano, riducendo le garanzie per i cittadini e compromettendo l’indipendenza della magistratura”.

Gli avvocati Mazzuca e Morabito voteranno “no”

Gli Avvocati reggini Giuseppe Morabito ed Alfonso Mazzuca, professionisti di lunga data e riconosciuta autorevolezza, nel dichiarare che al Referendum  voteranno “NO”, esprimono “compiutamente le ragioni squisitamente tecniche”. Giuseppe Morabito, che esercita la professione Forense da oltre mezzo secolo, tanto d’aver avuto il riconoscimento di “toga d’oro” dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Reggio Calabria, è noto per aver anche ricoperto numerosi e rilevanti incarichi Istituzionali (Componente del Co.Re.Co., Presidente della Provincia di Reggio C., membro dell’IACP e dell’ARTEP, ecc.) e per essere stato per molti anni Presidente dello stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Reggio Calabria, nonché Presidente dell’Unione Regionale degli Ordini Forensi della Calabria.

Alfonso Mazzuca – il quale ci tiene particolarmente a sottolineare che non ha in tasca la tessera di alcun partito – esercita la professione da oltre quarant’anni ed anche lui è noto per le sue capacità professionali e per  essere stato Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Reggio Calabria, nonché per molti anni Presidente dell’Unione Sindacale Forense.

Le dichiarazioni di Morabito

Non siamo solo noi ad esprimere dissenso in ordine a questa riforma” – ci tiene a precisare Morabito – “perché, per fortuna, non siamo gli unici giuristi capaci di comprendere i pericoli nascosti dal proposto nuovo impianto ordinamentale. Invero, anche altri esponenti della nostra categoria, di livello professionale e scientifico ben più alto del nostro, ed in quanto tali  unanimemente riconosciuti in ambito nazionale, come Franco Coppi (a tutti ben noto per essere stato difensore di Berlusconi), oppure Enrico Grosso (noto costituzionalista ed accademico di lungo corso) – tanto per citarne alcuni –  nutrono dubbi più o meno analoghi, allora anche noi ci sentiamo confortati ed autorizzati a muovere non pochi rilievi, primo fra tutti il non trascurabile fatto che si parla di argomenti che molti in realtà non conoscono bene, e tra i molti sono da includere anche parecchi colleghi (e probabilmente anche diversi magistrati).

“Eppure non è difficile sincerarsi,  tanto dell’attuale disciplina in ordine al “mutamento” delle funzioni dei magistrati, quanto delle proposte di riforma. Temo, ad esempio, che gran  parte dell’opinione pubblica non sia informata e  creda tuttora che i ruoli di pubblico ministero e giudice penale siano liberamente interscambiabili .  A tal riguardo ritengo responsabili  tutti i protagonisti del processo (avvocati e magistrati) per non aver sufficientemente chiarito questo aspetto e, più in particolare, per non aver mai evidenziato al comune cittadino che  la separazione delle funzioni esiste già ed è ben regolata dalla legge Cartabia, in ragione della quale il passaggio da una funzione all’altra può essere esercitata una sola volta e solo nei primi dieci anni, ma a condizione che il richiedente eserciti la nuova funzione in altra Regione. Il risultato, con i limiti imposti dalla precitata legge Cartabia, è una percentuale molto bassa (circa lo 0,5% annuo), praticamente insignificante. Pertanto, la separazione delle carriere è un falso problema”, puntualizza Morabito.

“La riforma creerebbe un’ulteriore casta”

“Altro nodo fondamentale della riforma – aggiunge Mazzuca –  è l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare ed il sorteggio utilizzato nella composizione di due CSM, strumenti che, secondo i fautori del “SI”, avrebbero l’obiettivo di “liberare la magistratura dal potere delle correnti politicizzate e di restituire la funzione giudiziaria a un giudice veramente libero e autonomo, che risponda solo alla legge”.  Tutto ciò – prosegue Mazzuca – non farà venir meno la valenza delle correnti, che pur continueranno ad esistere. Non solo. Se la magistratura veniva e viene considerata una “casta”’, la riforma creerebbe un’ulteriore casta: quella dei PM, magistrati che si autogoverneranno e si autogestiranno a parte, con un potere sempre più crescente, alla faccia della parità delle parti nel processo, rivendicata sempre dall’Avvocatura ma che, proprio per le conseguenze di siffatta divisione, risulterà ancora più disattesa. Peraltro, la proposta referendaria non elimina tout court l’eventuale appiattimento del giudice sulle posizioni del PM, da sempre lamentato dagli avvocati”.

“Inoltre, con la separazione delle carriere e la creazione di due diversi CSM, si spezzerà la cultura unica della giurisdizione e, francamente, tra un PM-poliziotto ed un PM-magistrato, senza tentennamento alcuno sarebbe da preferire  solo il secondo.  Se è vero che il PM ha possibilità istruttorie di gran lunga superiori a quelle della difesa, è nel dibattimento che si forma la prova ed è sulle risultanze processuali che il giudice terzo deve decidere”, evidenzia Mazzuca.

“Un secondo Csm non potrà avere un minore organico”

“Neppure può sottacersi – incalza l’Avv. Morabito –  che se l’attuale CSM (dotato di ben  219 dipendenti amministrativi, 32 assistenti dei consiglieri, 20 magistrati, segreteria, ufficio studi ed altro, nonché di un alto ufficiale dei Carabinieri e 15 militari allo stesso sottoposti ) ha un bilancio annuo di oltre 50 milioni di euro, un secondo CSM non potrà avere un minore organico ed avrà certamente un bilancio almeno di pari importo. Sono numeri impressionanti finora sottaciuti ai cittadini. I costi, pertanto, sarebbero più che raddoppiati. Insomma, soltanto il doppio CSM – e senza contare l’Alta Corte Disciplinare – costerà agli italiani oltre 100 milioni di euro ogni anno ed è legittimo domandarsi, a questo punto, se non sarebbe molto meglio spendere tutti questi soldi in cancellieri, informatizzazione e Forze dell’Ordine per migliorare effettivamente il servizio giustizia e dare risposte migliori ai cittadini, non soltanto in ambito penale ma anche per quanto riguarda il settore civile, da sempre trascurato e trattato come la Cenerentola della giustizia”.

“L’Alta Corte disciplinare, inoltre, è finanche giuridicamente inconcepibile, non soltanto perché si tratterebbe, a ben vedere, di un giudice speciale vietato dal nostro ordinamento, le cui decisioni, peraltro,  sarebbero  impugnabili solo davanti alla stessa Alta Corte sia pur in diversa composizione, ma anche perché parte dei suoi componenti sarà determinata da un sorteggio che, pur se effettuato su una cerchia ristretta di magistrati elencati in una lista compilata dal Parlamento in seduta comune, non possono garantire nulla, sia perché indicati dal Parlamento che ha competenze politiche e certamente non giuridiche e sia perché la scelta affidata alla sorte renderà meno autorevole il consesso, esponendo ad immediate critiche l’Organismo”, rimarca Morabito.

“Sarebbe auspicabile una collaborazione più intensificata dell’Avvocatura”

“Ed invece – incalza l’Avv. Mazzuca – sarebbe auspicabile una collaborazione più intensificata dell’Avvocatura e, quindi, occorrerebbe pensare più seriamente, da una parte, al posto ed alle funzioni che toccano agli avvocati in seno ai Consigli Giudiziari e, dall’altra parte, riflettere sul delicato tema della responsabilità civile e disciplinare dei magistrati, tema questo delicatissimo e di complessa soluzione,  in quanto a rischio di “corto circuito” con quello dell’indipendenza, ma non impossibile da risolvere. Il CSM unico, così come finora concepito, è un presidio Costituzionale che non a caso fu pensato in tal modo dai nostri Padri Costituenti, proprio per impedire l’influenza della politica sulla magistratura, evitando la nascita di un quarto potere vicino all’esecutivo. Una scelta lungimirante che ha garantito indipendenza anche nei momenti più difficili della storia repubblicana. Il valore da proteggere è proprio questo: l’indipendenza del PM, che gli consente di cercare la verità e chiedere l’archiviazione o l’assoluzione in mancanza di prove nei confronti di chiunque. Ed è proprio  questa indipendenza che garantisce il contraddittorio, chiunque sia l’indagato/imputato (potente o debole, ricco o povero, politico o comune cittadino, ecc.), non la separazione delle carriere. La riforma va nella direzione opposta: aumenta il peso dei membri laici (cioè politici) negli organi di autogoverno della magistratura ed indebolisce la rappresentatività (per sorteggio) dei togati. E’ paradossale che, per estirpare le correnti della magistratura, si voglia  consegnare la stessa magistratura, legata mani e piedi, al controllo assoluto della politica; come se per estirpare la corruzione dai partiti si dovesse rinunciare necessariamente alla democrazia”.

“Parificazione tra PM e difensore”

“Neppure convince l’argomento della pretesa parificazione tra PM e difensore” – sottolinea l’Avv. Morabito – “perché questo aspetto non riguarda affatto la separazione delle carriere ed è di difficile, se non addirittura impossibile, attuazione per una ragione molto semplice: il PM per sua natura e posizione dispone di poteri, strutture complesse, uomini e mezzi sofisticati che un avvocato non potrà mai avere. Il PM, del resto,  non deve essere “parte” in senso proprio, non deve necessariamente contrapporsi all’indagato e/o all’imputato, ma deve adoperarsi per cercare la verità esclusivamente nell’interesse della Giustizia e di nessun altro. E tutto ciò non vuol dire sminuire l’Avvocatura, ma valorizzarla ancor di più perché il contraddittorio si svolge nella diversità dei ruoli ed impone alla difesa di tutelare il proprio assistito senza timori reverenziali o complessi di inferiorità. Sarebbe necessario, piuttosto, garantire che i magistrati – al pari di medici, liberi professionisti, dirigenti, funzionari,  imprenditori e quanti altri – rispondano dei loro eventuali errori. Ma questo è un argomento delicato, che necessita approfondito studio e richiede semmai di potenziare il CSM e non di scardinarlo come vuole la riforma”.

“Questa pseudo riforma oggetto di Referendum” – aggiungono gli avvocati Morabito e Mazzuca – “in realtà intende introdurre un nuovo equilibrio tra i poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario) e, sostanzialmente, vuole solo cancellare antichi e sempre validi studi, analisi, mediazioni tra le diverse anime (cattolici, liberali, socialisti, comunisti) rappresentate in Assemblea costituente da giuristi di altissimo profilo, che diedero vita alla nostra Carta fondamentale, dotata di ben calibrati pesi e contrappesi. La Giustizia, infatti, è come un orologio dai complessi e delicati meccanismi che potrebbe smettere di funzionare anche se si guasta uno soltanto dei dentini del pignone o della corona. Dire no alla separazione delle carriere significa difendere l’indipendenza della magistratura, l’equilibrio tra le parti e le garanzie costituzionali dei cittadini. E’ una scelta che guarda alla qualità della democrazia ed allo Stato di diritto, evitando riforme simboliche o ideologiche che rischiano di produrre più problemi di quanti ne risolvano. La giustizia non ha bisogno di contrapposizioni, ma di riforme condivise e rispettose dei suoi valori fondanti”.

“Dietro all’articolo 104 Costituzione, che aveva immaginato un potere giudiziario autonomo e indipendente, nel quale PM e giudice fanno parte dello stesso corpo, con la conseguenza di attrarre i pubblici ministeri nella cultura della giurisdizione, c’è un lavoro gigantesco compiuto in sinergia da tutte le forze politiche. Vi fu un dibattito politico e giuridico di altissimo spessore, sintetizzato con la formulazione in vigore, mentre oggi stiamo assistendo a qualcosa di molto diverso e preoccupante: l’esecutivo propone, il Parlamento approva senza cambiare una virgola e si va avanti pensando solo di soddisfare quelle ragioni politiche di parte  sostenendo una riforma che in pratica non serve a nulla per i cittadini perché, come si è visto, non  migliora il servizio giustizia ma è pensata unicamente per garantire stabilità politica, come se detta stabilità politica possa essere assoluta garanzia di democrazia mentre, come noto, al contrario è associata perfettamente ai regimi autoritari o totalitari, dove il potere è concentrato e le opposizioni sono represse. In questi casi, la stabilità è raggiunta a scapito della libertà e della democrazia. Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato citato e ripreso in video mentre ammetteva che questa riforma non punta all’efficienza della giustizia od a rendere i processi più veloci, bensì a dare maggiore stabilità politica. La Giustizia, invece, non può piegarsi davanti a nessuno, meno che mai davanti a qualsiasi potere politico!

“In un regime democratico, invece, la stabilità politica è sempre il risultato di un equilibrio  tra forze politiche diverse e della capacità di trovare compromessi e soluzioni condivise.   Non si può consentire che, sfruttando l’illusione di una giustizia più giusta, sia invece causata una profonda alterazione dell’equilibrio fra i poteri dello Stato a tutto vantaggio della politica ed in danno delle persone. Non possiamo rischiare di essere avvolti dalle tenebre e, dunque, a salvaguardia delle nostre Istituzioni democratiche, noi voteremo “NO” e, per quanto finora illustrato, sentiamo anche il dovere di invitare i cittadini a riflettere bene e fare altrettanto. E’ giusto dire e votare NO”, concludono.