Proprio mentre i sismografi si divertivano a scarabocchiare picchi inquietanti tra Forlì e Cesena, con scosse di magnitudo 4.3 e 4.1 che questa mattina hanno spedito gli studenti in cortile e bloccato i treni nell’operosa Romagna, c’è da scommettere che in qualche scantinato digitale o in qualche salotto “no-a-prescindere” si sia già attivato il riflesso condizionato. È una specie di tic nervoso, una forma di sindrome di Tourette applicata all’urbanistica: trema la terra in Romagna? Allora non si deve fare il Ponte sullo Stretto. Poco importa che tra la faglia romagnola e lo Scilla e Cariddi ci siano centinaia di chilometri e contesti geologici differenti; per il “cavernicolo no-ponte“, ogni vibrazione del suolo è un presagio apocalittico, un monito divino che ci intima di restare aggrappati al traghetto, possibilmente mentre mangiamo un arancino unto guardando l’orizzonte con rassegnazione borbonica. È il fascino perverso dell’ignoranza che si traveste da prudenza, quella bizzarra idea secondo cui l’Italia, essendo un Paese ballerino, dovrebbe limitarsi a costruire capanne di fango anziché sfidare la gravità con l’acciaio.
Il feticismo della catastrofe e l’analfabetismo strutturale
Il refrain è sempre lo stesso: “Ma lì c’è il terremoto del 1908!“. Certo, e proprio perché sappiamo che la terra può tremare, l’ingegneria moderna non progetta sperando nella buona sorte, ma calcolando l’impossibile. L’idea che un’opera d’arte ingegneristica sia più fragile di una palazzina abusiva costruita negli anni Settanta su un riporto di sabbia è il cuore del paradosso no-ponte. Questi moderni luddisti sembrano convinti che il Ponte sia un gigante di cristallo pronto a frantumarsi al primo starnuto di Encelado, ignorando che le strutture flessibili sono, per definizione, i luoghi più sicuri dove trovarsi durante un sisma. Mentre in Romagna oggi si contano le crepe nei cornicioni e si sospendono i treni per precauzione, un ponte a campata unica progettato con i criteri attuali rimarrebbe lì, a ridere delle onde sismiche, anche con terremoti molto più forti di quelli di oggi. La verità è che il “cavernicolo” teme il progresso perché il progresso richiede studio, mentre il catastrofismo richiede solo un profilo social e una tastiera.
La lezione del Giappone e della Turchia ai nostri “esperti” da tastiera
Se la teoria del “non si può fare perché trema tutto” fosse vera, il Giappone dovrebbe essere una distesa di macerie priva di collegamenti. Prendiamo il ponte di Akashi Kaikyo: durante la sua costruzione, nel 1995, fu investito dal terremoto di Kobe, magnitudo 7.3, più forte di qualsiasi tipo di sisma mai possibile nello Stretto di Messina. Risultato? I piloni si spostarono di un metro, il progetto fu ricalibrato in corsa e il ponte oggi è lì, solido e maestoso, a gestire migliaia di veicoli al giorno in una delle zone più sismiche del pianeta. E che dire del ponte sullo Stretto dei Dardanelli in Turchia o del Golden Gate a San Francisco? La California balla il twist sismico da decenni, eppure non risulta che gli americani abbiano deciso di tornare alle chiatte per paura della Faglia di Sant’Andrea. Quella del “Big One“, quella che può generare terremoti di magnitudo 9 (impossibili nel Mediterraneo). Questi ponti non “resistono” ai terremoti: li assecondano, li assorbono, li dissipano attraverso tecnologie che per i nostri detrattori locali devono sembrare stregoneria nera, ma che per il resto del mondo civile sono solida, noiosa realtà accademica.
La campata unica: una molla d’acciaio contro l’apocalisse
Il progetto del Ponte sullo Stretto a campata unica è, ironia della sorte, l’incubo di ogni terremoto. Proprio l’assenza di pilastri in acqua e la lunghezza della campata (3.300 metri) conferiscono alla struttura un periodo di oscillazione talmente lungo da renderla praticamente immune alle frequenze distruttive delle scosse sismiche. È fisica elementare: mentre l’edificio rigido in cemento armato entra in risonanza e crolla, il grande ponte sospeso si comporta come una gigantesca corda d’arpa che vibra lentamente, senza spezzarsi. Il progetto è tarato per resistere a un sisma di magnitudo 7.1, ovvero un evento superiore a quello catastrofico del 1908, con spostamenti previsti che non ne pregiudicherebbero l’integrità. Spiegare questo a chi sostiene che “il ponte cade perché la terra si apre” è come spiegare l’aerodinamica a un piccione, ma vale la pena ricordarlo per evitare che il panico romagnolo di oggi diventi l’ennesimo alibi per l’immobilismo siculo-calabrese di domani.
Meglio un ponte sicuro che un isolamento certo
In conclusione, mentre la Romagna vive una giornata di apprensione, dovremmo chiederci se vogliamo continuare a essere il Paese delle emergenze perenni o quello delle grandi opere che le emergenze sanno governarle. Il “no-pontismo” è una patologia senile di una nazione che ha paura del proprio genio. Sostenere che non si possa unire la Sicilia al continente per colpa dei terremoti non è prudenza, è analfabetismo scientifico travestito da ambientalismo dei poveri. Il Ponte non è solo un collegamento stradale, è la prova che non siamo più cavernicoli che tremano al buio aspettando l’ira degli dei, ma una civiltà capace di dominare la forza della natura con il calcolo della scienza e l’arte della bellezza. Quindi, per favore, se sentite una scossa in Romagna, controllate i lampadari, rassicurate i nonni, ma lasciate stare il Ponte: lui sta benissimo, anche se ancora non esiste.


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