Landini difende Maduro e i venezuelani che lavorano in Italia strappano la tessera Cgil

Soreilis Rojas ha trent’anni. Rifugiata politica venezuelana, lavora in Italia. Era iscritta alla Cgil perché credeva in un sindacato che difende chi lavora, non chi comanda. “Non ci iscrivevamo per difendere un dittatore”, dice con voce ferma

Talvolta può capitare, in istante imprecisato della storia, già la difesa dei diritti cessa di essere eroica e si trasforma in complicità. Quel momento, forse, è arrivato. Qui, in Italia. Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, è infatti sceso in piazza a Roma per condannare l’operazione militare degli Stati Uniti in Venezuela e l’arresto di Nicolás Maduro. E lo ha fatto senza esitazioni, definendolo “presidente eletto dal popolo” e denunciando la presunta violazione del diritto internazionale. Parole nette.

La conseguenza era inevitabile: la Cgil non ha parlato per i lavoratori. Ha parlato per un regime. La sinistra dovrebbe ricordare chi soffre, chi fugge, chi perde tutto. Non è stata una protesta per la pace. È stata una dichiarazione politica. Una di quelle che tracciano un solco profondo nella storia. Mentre a Roma risuonano slogan rassicuranti, c’è chi il Venezuela lo ha lasciato di corsa, con una valigia in mano e la paura nel cuore. Chi ha visto sparire salari, libertà, futuro. Per loro, Maduro non è un concetto geopolitico: è fame, schiavismo, repressione, carcere, incertezza, fuga.

“Strapperemo la tessera della Cgil”

Soreilis Rojas ha trent’anni. Rifugiata politica venezuelana, lavora in Italia. Era iscritta alla Cgil perché credeva in un sindacato che difende chi lavora, non chi comanda. “Non ci iscrivevamo per difendere un dittatore”, dice con voce ferma. Non urla. Non inveisce. Racconta. E annuncia un gesto di dignità: “Strapperò la mia tessera”. Non è sola. Tra i lavoratori venezuelani in Italia cresce l’indignazione. Perché sentirsi traditi da chi dovrebbe proteggerti fa ancora più male della dittatura.

Sindacato o partito?

La domanda è crudele, ma inevitabile: la Cgil è ancora un sindacato, o è diventata un attore politico internazionale? Quando il suo leader sceglie di difendere un dittatore invece di ascoltare chi fugge da quel potere, qualcosa si è spezzato. Quando si parla di diritto internazionale ignorando i diritti violati ogni giorno, il corto circuito è totale. Ma questa non è una disputa tra destra e sinistra. È una questione morale. Il Venezuela non è un simbolo da sventolare nei cortei. È una tragedia reale, fatta di vite spezzate. Difendere Maduro significa cancellare la voce di milioni di persone che hanno perso tutto, eccetto la dignità. Significa proclamare che il potere viene prima della verità. E chi sceglie il potere al posto dei lavoratori può parlare di giustizia sociale, ma non potrà più farlo in loro nome.