La strage di Crans-Montana e il pensiero di un Parroco reggino: “una festa di Capodanno dovrebbe significare inizio. Non fine. Non bare”

La riflessione di Don Giovanni Zampaglione, Parroco reggino, sulla strage di Capodanno accaduta in Svizzera

“A qualche giorno dal rogo di Crans, dopo preghiere per i tanti ragazzi morti e i genitori colpiti da tanto dolore, che è diventato anche il nostro dolore, vorrei fare alcune riflessioni “sparse” in quanto educatore di tantissimi giovani e ragazzi che mi chiedono continuamente indicazioni per crescere meglio e affrontare la vita in maniera autentica e vera”. Comincia così la riflessione di Don Giovanni Zampaglione, Parroco reggino, sulla strage di Capodanno accaduta in Svizzera.

Una festa di Capodanno dovrebbe significare inizio. Non fine. Non fiamme. Non bare. Dovrebbe essere la notte dei progetti sussurrati all’orecchio, dei messaggi inviati a mezzanotte, dei sogni che iniziano con “quest’anno farò…”. E invece no. A Crans-Montana quella notte si è spezzata qualcosa che non si può più ricucire. Il fuoco è arrivato all’improvviso. Il panico ha preso il posto della musica. Le luci si sono spente mentre fuori il mondo festeggiava. E oggi non ci sono solo vittime. Ci sono ragazzi dispersi. Nomi che vengono ripetuti a bassa voce. Foto strette tra le mani. Telefoni che squillano senza risposta.

Hanno 15, 16, 17 anni. Età in cui si è ancora a metà strada tra l’essere bambini e diventare adulti. Età in cui si litiga con i genitori per uscire, si ride per sciocchezze, si pensa che il tempo sia infinito. Sono ancora troppo giovani per volare in cielo. Troppo giovani per essere ricordati al passato. Troppo giovani per diventare una notizia. In queste ore ci sono famiglie che non dormono. Genitori che aspettano davanti a un ospedale, a una lista, a una porta che non si apre.

Ci sono amici che fissano lo schermo del telefono, convinti che basti un messaggio per far tornare tutto normale. Come se bastasse scrivere “dove sei?” per riportare indietro una notte che ha preso una direzione sbagliata. Quando muore un ragazzo, non muore solo una persona. Muore una possibilità. Un futuro che nessuno saprà mai come sarebbe stato. Un amore che doveva ancora nascere. Un lavoro che non verrà mai scelto. Un sogno che resterà per sempre incompiuto.

E fa ancora più male quando succede in un luogo che doveva essere sicuro. In una festa. In una notte che doveva celebrare la vita. Oggi non servono commenti feroci. Non servono processi sui social. Non servono parole vuote. Serve silenzio, serve rispetto, serve memoria. Perché quei ragazzi non sono numeri. Sono figli. Amici. Compagni di scuola. Sono risate che qualcuno non sentirà più. E mentre il mondo riparte con il nuovo anno, qualcuno è rimasto fermo a quella notte”.

“Che il Capodanno lasci almeno una cosa”

“Che questo Capodanno ci lasci almeno una cosa: la consapevolezza che nessuna festa vale una vita. Sorge spontanea una domanda quando ci sono queste tragedie. Domanda che mi è stata rivolta in questi giorni: Dio dov’era??? La fede cristiana mi dice che Dio era là in quella notte. Faccio mie le parole del mio confratello don Maurizio Patricello che dice: ” Dio era con i vostri ragazzi .Proprio in quel locale. Impotente. Schiacciato. In croce. A soffrire e morire con loro. Ad accarezzarli come avreste fatto voi , cari genitori, in quel momento atroce. Dio era là a raccogliere le loro grida e le le loro paure.

Dio era là per portarli nella beata pace dell’eternità dove un giorno, statene certi li rincontrerete”. Troppi “fiumi” di parole si sono sprecate in questi giorni mi permetto di citare a questo proposito un pensiero di uno scrittore, Stefano Rossi: “La genitorialità non è solo un fatto personale. Esiste una genitorialità collettiva. Rendere il mondo un luogo sicuro. Non solo per i nostri figli, ma anche per i figli degli altri”. È compito degli adulti .È loro responsabilità offrire luoghi e mondo sicuro”.