Nella serata di lunedì Genova è stata teatro di due piazze, due visioni e due morali diverse del mondo attuale. Da un lato, una manifestazione composta da sigle politiche e sindacali della sinistra italiana, affiancate da manifestanti italiani, levava la propria voce contro l’intervento degli Stati Uniti e contro la decisione dell’amministrazione Trump, invocando il diritto internazionale come ultimo baluardo formale. Dall’altro lato, in una piazza diversa ma carica di una storia più pesante, i venezuelani di Genova celebravano la caduta della dittatura di Nicolás Maduro, erede del chavismo, simbolo per loro non di resistenza ma di oppressione, miseria e terrore. Oggi, dopo questi incresciosi avvenimenti, i vertici della comunità venezuelana genovese rompono il silenzio e tracciano una linea invalicabile.
In un comunicato netto e privo di ambiguità dichiarano: “la comunità venezuelana di Genova ripudia categoricamente l’uso strumentale della nostra bandiera nelle manifestazioni di alcuni settori della sinistra italiana. I venezuelani celebrano la cattura del narcoterrorista Nicolás Maduro, responsabile di crimini contro l’umanità e dell’oppressione del popolo venezuelano. Respingiamo con fermezza che a Genova si utilizzi la nostra bandiera per negare la sofferenza di un popolo che da 26 anni lotta con dignità per riavere il proprio Paese. Questo costituisce una grave mancanza di rispetto verso l’intera comunità venezuelana”.
Parole che non nascono dalla ideologia ma dalla sofferenza di un popolo oppresso
Parole che non nascono dall’ideologia, ma dal dolore. Non dalla propaganda, ma dall’esperienza vissuta. Perché quella bandiera non è un simbolo astratto da sventolare nelle piazze europee: è il sudario di una nazione ferita, è il vessillo di milioni di uomini morti, costretti all’esilio, alla fame, alla paura, alla perdita della propria libertà.
Con questa presa di posizione, la comunità venezuelana infligge un colpo morale a una sinistra italiana troppo spesso smarrita, incapace di distinguere tra retorica e realtà, tra oppressori e oppressi, tra popoli e regimi. Si chiude così — almeno simbolicamente — un lungo capitolo di strumentalizzazione politica consumata sulla pelle di chi ha pagato il prezzo più alto.
Secondo fonti ufficiali e secondo le testimonianze degli stessi venezuelani, per più di vent’anni un intero popolo è stato ridotto alla schiavitù, alla fame, alla dipendenza e al silenzio. E oggi quel popolo chiede una sola cosa: rispetto. Rispetto per la propria sofferenza, per la propria lotta e per una bandiera che non può più essere usata per giustificare l’ingiustificabile.



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