Giustizia, l’Avvocato Morace da Reggio Calabria rompe gli indugi: “non è un referendum politico, ma per la libertà”. E svela il suo voto | INTERVISTA

L’Avvocato reggino prende posizione sul referendum di fine marzo e smonta le critiche alla riforma. L'intervista completa

L’Avvocato reggino Carlo Morace, dell’Ufficio di Coordinamento dell’OCF (Organismo Congressuale Forense), prende posizione pubblicamente sul referendum sulla giustizia in programma a fine marzo e annuncia il suo voto. Intervistato da StrettoWeb, affronta i nodi centrali della riforma – dalla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri al ruolo del CSM, fino ai riflessi sul processo e sulle garanzie dei cittadini- spiegando perché, a suo avviso, il sì rappresenta una svolta culturale necessaria per rendere la giustizia più equilibrata, autorevole e credibile.

Avvocato, cosa voterà al Referendum?

“Voterò sì come cittadino e non solo come avvocato. Invito tutti i cittadini a votare e a esercitare il privilegio storico di decidere il futuro della giustizia. Non sono elezioni politiche, non si sceglie il Governo e la riforma è per le libertà del cittadino”.

Per quale motivo voterà sì?

“E’ semplice e va detto a chi deve decidere senza ingenerare confusione e in modo chiaro. Ecco, la riforma mira a che la persona che si ritrovi, e può capitare a tutti, in un processo dal quale dipendono la sua libertà e il suo patrimonio abbia davanti a sé un giudice privo di collegamenti con chi la accusa. L’accusato deve avere fiducia nel giudice, perché ciò avvenga è necessario che il giudice sia completamente separato da chi accusa. Va segnata una distanza netta tra due mestieri che sono diversi. Oggi il pubblico ministero e il giudice sono colleghi e condividono la stessa carriera, l’uno decide sulla carriera dell’altro, mi pare ovvio che sia giusto che il controllore non debba essere in sintonia con il controllato. Ecco, la riforma evita questo collegamento e segna una svolta culturale: non ci sarà più il pubblico ministero al centro del processo, come da Mani Pulite in poi con gli eccessi da tutti riconosciuti e criticati, ma un giudice forte e autorevole che rivendicherà con orgoglio, quale suo segno distintivo, la sua distanza da chi accusa e da chi difende. Ci saranno concorsi di accesso separati, diversa formazione specialistica e, nel medio termine, un sistema che garantisce maggiore qualità da parte di tutti, sia nel fare indagini sia nel giudicare”.

“Va detto che tanti giudici sono autorevoli, preparati e svolgono un ruolo fondamentale per il cittadino al riparo dalla ribalta mediatica. La riforma nella mia visione è anche per loro, che hanno la vera vocazione a giudicare pur se si trovano in un sistema squilibrato. Ecco spiegato perché il voto non è contro la magistratura, né per il Governo o contro il Governo, ma è un voto per scegliere sulla giustizia. Alcune volte le assoluzioni arrivano troppo tardi e vi sono stati eccessi (l’errore è fisiologico ma non l’eccesso), vi è chi ha pagato con ingiuste privazioni della libertà o addirittura con la vita, chi con l’ingiusta chiusura della propria impresa e chi ha perso ingiustamente il posto di lavoro, il tutto con grave danno anche per l’economia, ecco perché la riforma interessa tutti i cittadini. Il sistema merita di essere migliorato e guardo a una giustizia nel futuro più equilibrata”.

Ma la critica che spesso si muove è che questa riforma non risolverà i problemi della giustizia e non velocizzerà i processi. Che ne pensa?

“La riforma attiene alla struttura dell’ordinamento e ha riflessi sul processo, viene prima di tutto il resto e siamo in ritardo di 38 anni dal codice del 1988. Il processo che non rispetta le garanzie, perché squilibrato e senza un giudice terzo, sarà ingiusto quale che sia la sua durata. Io le chiedo, se lei avesse una autovettura che va piano e che ha convergenza e assetto ruote squilibrati, si recherebbe dal gommista per rimetterla in asse e procedere con direzione rettilinea o penserebbe solo ad aumentare la velocità, ma senza consentire un percorso rettilineo? Mi pare ovvia la risposta. Ma poi, non è vero che la riforma non migliora la giustizia, nel medio termine avremo pubblici ministeri più scrupolosi e specializzati nell’accusare e giudici nella media più esercitati a coltivare il dubbio”.

Ecco, il punto centrale è la separazione delle carriere tra Giudice e Pubblico Ministero. Iniziamo col chiarire che differenza c’è tra i due ruoli.

“Pubblico ministero e giudice oggi fanno mestieri diversi, il pubblico ministero raccoglie le prove e accusa per conto dello Stato, il difensore difende la libertà del singolo cittadino accusato, il giudice è l’arbitro che decide se condannare o assolvere. Il giudice non partecipa alle indagini del pubblico ministero. Giudicare è diverso dall’accusare, lo comprendono tutti, il contraddittorio si svolge tra accusa e difesa e il giudice osserva e poi decide. La separazione delle carriere risponde a questo schema e rende il giudice distante allo stesso modo da accusa e difesa. Oggi non c’è l’equidistanza a causa della unità delle carriere, giudice e accusatore stanno nella stessa casa. Abbiamo cioè una anomalia, il processo accusatorio è stato introdotto nel 1988 nel codice e poi nell’art. 111 della Costituzione nel 1999, ma non è attuato a causa dell’unità delle carriere.

L’unità delle carriere tra pubblico ministero e giudice, rafforzata nel 1941 in periodo fascista in vigenza del modello inquisitorio, era più confacente a uno Stato autoritario, nel quale il giudice faceva le indagini e, quindi, la differenza tra pubblico ministero e giudice era di fatto inesistente. Oggi in tutti gli Stati Europei liberali esiste la separazione delle carriere. Ecco perché la riforma è culturale, tende ad avere un sistema che guarda al giudice che tutti vorrebbero, anche quando giocano a bocce, figuriamoci se in ballo ci sono valori quali la reputazione, che nel mondo social di oggi io metto al primo posto, poi la libertà e il patrimonio”.

E perché in realtà oggi molti sostengono che ci sia già una reale separazione tra pubblico ministero e giudice?

“Su questo punto si sta sviluppando una falsità a danno del cittadino. Si continua a sostenere che la separazione delle carriere esiste già. Non è vero, è una fake, vediamo perché. Oggi si dice che esiste già la separazione delle carriere perché il passaggio da giudice a pubblico ministero è consentito solo una volta nella vita. E’ vero che dalla riforma del 2022 ci sono pochi passaggi da giudice a pubblico ministero, ma questo realizza una quasi totale separazione delle funzioni, che è cosa diversa dalla separazione delle carriere. Le carriere oggi sono unite e lo sono così dal 1941, periodo fascista, vi è un unico concorso di accesso, i magistrati hanno lo stesso Csm, eleggono i consiglieri del CSM che poi decidono sulle carriere di giudici e pm”.

Ma questa separazione, se dovesse essere realizzata, potrebbe determinare la trasformazione del pubblico ministero in un superpoliziotto o, come alcuni sostengono, la dipendenza del pubblico ministero dal Governo?

“Due cose opposte, e già questo fa capire l’infondatezza delle tesi. Attenzione all’errore commesso da chi dice che il pubblico ministero perderà l’influenza del giudice e diventerà un superpoliziotto. Non solo non è vero, il pubblico ministero semmai sarà più scrupoloso a vantaggio del cittadino perché più controllato dal giudice, ma è un argomento a favore del sì, perché ammette che l’unità delle carriere genera una influenza, che però nei decenni (da Mani pulite in poi) abbiamo constatato semmai essere inversa, ossia è il giudice che è influenzato dal pubblico ministero e ciò ha portato a una giurisdizione dagli anni novanta sbilanciata, che ha alla base una cultura, ancora oggi dominante, che vede il pubblico ministero figura centrale della giustizia.

Il Pubblico ministero non può diventare un superpoliziotto in quanto le leggi non sono modificate, anzi ci sono due articoli della Costituzione fondamentali che non vengono toccati e sono l’art. 109 Cost. che prevede che il pubblico ministero dirige le indagini e l’art. 112 della Cost., che prevede l’obbligatorietà dell’azione penale. In sostanza, il pubblico ministero continuerà a perseguire tutti i reati, nei confronti di potenti e deboli e non solo quelli nei confronti dei deboli come erroneamente si sostiene, così come continuerà a dirigere le indagini della polizia. Di fatto per il pubblico ministero non cambierà nulla, sarà sempre un organo che agisce nell’interesse dello Stato alla ricerca della prova, ma la sua tesi non è la verità, la verità processuale sarà accertata nel processo con sentenza del giudice.

Quanto alla dipendenza dal Governo, è un’altra tesi insostenibile, la riforma all’art. 104 Cost. prevede il divieto di sottoposizione all’esecutivo e garantisce l’indipendenza del CSM con funzione requirente. Non si può dire che un domani, non si sa come, potrebbe accadere qualcosa che la Costituzione espressamente vieta. Perché ciò avvenga si dovrebbe modificare di nuovo in senso inverso la Costituzione”.

Altro tema centrale, e oggetto di dibattito pubblico in questi anni – soprattutto dopo le denunce di Palamara – è quello legato alle correnti all’interno del sistema. Cosa cambierebbe in caso di sì?

“Intanto, la riforma rafforza il CSM liberandolo da degenerazioni correntizie e ne esalta il ruolo di organo che amministra in modo autonomo le carriere al riparo dal potere esecutivo. I Consiglieri dei due CSM saranno indipendenti dalla politica e dalla ingerenza delle correnti. Significa che i magistrati saranno valutati solo per il merito, senza possibilità di ingerenze di un sistema elettorale correntizio che è quello disvelato dalle chat di Palamara. Ciò porterà a un vantaggio per il cittadino”.

“Il sorteggio non è sganciato dalla separazione tra pubblico ministero e giudice, anzi realizza la separazione perché impedisce che le scelte, le assegnazioni di incarichi in particolare, vengano decise all’interno delle correnti dove ci sono pubblici ministeri e giudici, la c.d. correntocrazia. E’ veramente curioso vedere che chi qualche anno fa riteneva il sorteggio come unica soluzione per liberare i magistrati dal controllo delle correnti e dare forza al CSM, oggi grida allo scandalo come front-man del no e dice che la riforma indebolisce il CSM. Nel dopo Palamara il 42% dei magistrati, sul 56% di votanti, ha votato a favore del sorteggio, mi chiedo cosa pensassero i magistrati che non sono andati a votare, quasi la metà (circa 4000). Va detto che qui c’è una precisazione importante da fare e che i fautori del no non affrontano. Infatti, il Consiglio Superiore della magistratura non ha compiti di rappresentanza politica dei magistrati ma di amministrazione delle carriere, questo è decisivo perché altrimenti il sorteggio non sarebbe stato ammissibile.

Ma poi, il sorteggio riguarda magistrati qualificati perché hanno vinto un concorso difficilissimo, magistrati che già decidono sulla libertà e patrimonio del cittadino e sono sicuramente in grado di decidere, se sorteggiati, se un collega merita un incarico apicale o debba essere trasferito, ecc.. Poi nulla vieta che con i decreti attuativi si restringa il campo dei sorteggiabili sulla base di determinati criteri, dall’anzianità ad altri requisiti. Il sorteggio che effetto avrà? Sicuramente indebolirà le correnti, che oggi controllano le nomine, ma rafforzerà i due CSM che avranno componenti togati che non saranno influenzabili. Le correnti sono allora in sé negative? No. Sono nate dopo la nostra Costituzione, dopo il 1948, per rappresentare le varie anime e sensibilità in materia di giustizia in perfetta coerenza con l’art. 18 della Costituzione, continueranno ad esistere svolgendo il ruolo meritorio a tutela del pluralismo per il quale sono state create”.

Vi saranno due CSM e la nuova legge prevede anche l’istituzione di un terzo organo: una nuova Alta Corte di giustizia disciplinare. Che ruolo avrebbe questo organo, per i Magistrati, e come dovrebbe operare in caso di sì?

“Ho già detto che i due Csm e la magistratura non saranno indeboliti, vediamo perché. Dire che dal 24 marzo il giudice non potrà decidere a favore del cittadino è una bugia clamorosa affidata purtroppo a manifesti pubblicitari. Intanto, ogni CSM sarà presieduto come oggi dal Presidente della Repubblica. Non solo, sarà a maggioranza di togati, ossia 2/3 contro 1/3 di laici. Non è vero che i laici saranno espressione della maggioranza che sostiene il Governo. Infatti, è previsto che la scelta dei laici da sorteggiare sia affidata come oggi al Parlamento in seduta comune, che decide con una maggioranza qualificata di 3/5 dei parlamentari. A me sembra chiaro che verrà impedito il controllo delle correnti sul Csm, che sarà indipendente sia dall’esterno (politica) che dall’interno e, quindi, sarà rafforzato. Si badi, nel 1948, quando è nata la Costituzione, le correnti non esistevano.

L’Alta Corte ha il compito di valutare la disciplina dei magistrati, lo scopo della riforma è che i giudici non siano scelti da chi deve essere giudicato. L’Alta Corte ha la maggioranza ampia di magistrati della Cassazione. Mi sorprende la sfiducia e la critica per la presenza di magistrati di legittimità, sicuramente i più qualificati, che tracciano le linee della giurisdizione e che certamente sarebbero equi nel giudicare sulla deontologia. Dire, poi, che la composizione della Alta Corte incide sull’indipendenza della magistratura dalla politica è errato, i 9 magistrati di Cassazione sorteggiati che andranno a comporre in maggioranza l’Alta Corte (altri 3 componenti sono eletti dal Presidente della Repubblica e altri 3 con il sorteggio temperato dal Parlamento) non saranno certamente soggetti alla politica. La riforma poi introduce due gradi di merito, una soluzione migliore rispetto ad oggi, atteso che esiste un solo grado di merito”.

Pur essendoci uno schieramento più o meno lineare tra destra e sinistra, possiamo affermare che forse, per una volta, in Italia non prevale l’ideologia politica? Diversi personaggi di sinistra, infatti, a dispetto della posizione di PD, M5S e compagnia, si sono schierati a favore del sì. La stupisce?

“Guardi, al di là del fatto che la mia cultura liberale mi porta a rispettare tutte le opinioni, a me semmai dispiace che molti non guardano alla riforma per quello che è e si schierano a seconda della partigianeria politica. In realtà, la riforma deve essere sganciata da una visione politica, non è né di destra né di sinistra, ma è in linea con la tradizione liberale europea, tanto che in tutti gli Stati più importanti è inconcepibile che il giudice abiti nella stessa casa di chi accusa. Completare il modello accusatorio con la separazione delle carriere è una missione direi anti-autoritaria, sgancia il giudice da chi accusa per conto dello Stato. Si vota per la giustizia e non per simpatia politica”.

In un mondo sempre più rapido e social, personaggi – anche di un certo spessore – hanno fatto un po’ di confusione sul tema. Teme che ignoranza e disinformazione possano confondere ancora di più su un tema delicato e importante del Paese?

“E’ un tema difficile, c’è chi addirittura non distingue tra pubblico ministero e giudice, per questo l’argomento avrebbe dovuto essere approcciato in maniera diversa soprattutto dagli esperti. Da avvocato dico subito che rifiuto la propaganda ingannevole, ma soprattutto quella che proviene dal Comitato del no dell’Associazione Nazionale Magistrati, che in questo momento ha una modalità comunicativa di natura populista che non avrei mai immaginato e che non appartiene alla tradizione equilibrata della magistratura e, ritengo, neanche al comune attuale sentire della stragrande maggioranza dei magistrati che preferiscono un approccio tecnico. Mi riferisco in particolare ai manifesti falsamente allarmistici e ingannevoli sul tema referendario affissi nelle principali stazioni ferroviarie e, addirittura, all’incredibile messaggio odierno del segretario dell’Anm, frettolosamente cancellato con imbarazzata e grave giustificazione.

Voglio rassicurare i cittadini sul fatto che per gli avvocati non c’è libertà se non sono liberi i magistrati e che la riforma garantisce ampiamente l’indipendenza di tutti e garantisce i cittadini nei loro diritti. Sono già proiettato a dopo il referendum, quando cioè spetterà sempre ad avvocati e magistrati concorrere alla amministrazione della giustizia e sono convinto che dopo il 23 marzo, comunque vada a finire, ci sarà il prevalere dei moderati, che sono la stragrande ampia maggioranza, e una rinnovata collaborazione tra magistrati e avvocati al servizio del cittadino e nel rispetto della Costituzione. In caso di vittoria del sì sono convinto che si collaborerà subito alla stesura dei decreti attuativi.

Secondo lei, il sì rappresenterebbe davvero un punto di svolta per il futuro della Giustizia in Italia o servirebbe ancora altro per evitare alcune ‘anomalie’ che si sono fatte largo in questi anni?

“Le dico che il “no” segnerebbe un punto di non ritorno e vorrebbe dire accettare tutte le storture che nella giustizia è avvenuto negli ultimi 35 anni, proseguire sulla strada esistente senza ambizioni. Al contrario, il si avvierebbe un nuovo percorso culturale e gioverebbe a tutti, anche ai magistrati e agli avvocati, che acquisirebbero una rinnovata fiducia dai cittadini. Dopo la riforma ci sarà sicuramente tanto altro da fare con altri e diversi interventi, ma si lavorerà su un sistema equilibrato e avviato nel medio termine ad un miglioramento della qualità della giustizia”.