Il reggino Marco Minniti, presidente della Med-Or Italian Foundation, ha parlato a Formiche.net, sviscerando tutti i temi legati all’attualità geopolitica, dalla questione venezuelana al ruolo di Europa e USA. “Tutto quello che sta avvenendo – ha esordito – è il segno di un processo profondo che sta attraversando complessivamente il pianeta. Stiamo assistendo anche in questi giorni a quello che possiamo definire un cambiamento di epoca: nulla sarà come prima. Un vecchio equilibrio è finito per sempre, anche se non si intravvede la prospettiva di un nuovo ordine mondiale. Ma questo processo non è iniziato adesso, è già in corso da un po’ di tempo. D’altronde, il fatto che ci siano state contemporaneamente due guerre, una nel cuore dell’Europa e un’altra nel cuore del Mediterraneo, era già un segnale chiarissimo di questa frattura storica. Niente di ciò che appartiene al passato tornerà più e continuare a interpretare quello che accade con le vecchie lenti rischia di portarci fuori strada”.
E Trump?
“La scelta fatta il 5 novembre 2024 dal popolo americano, eleggendo a maggioranza Donald Trump, ha manifestato la volontà di essere d’accordo con un cambiamento profondo dell’approccio degli Stati Uniti nei confronti del mondo, riassunto nella parola d’ordine “America First”. Questo non significa ritorno all’isolazionismo, perché in un mondo totalmente interconnesso la prima potenza economica e militare non può isolarsi. Significa piuttosto un approccio radicalmente unilaterale, che riguarda chiaramente il rapporto con gli altri”.
La questione venezuelana?
“Fermo restando che non ho alcuna nostalgia del “dittatore Maduro” e che la condanna di quel sistema non può che essere chiarissima, la vicenda venezuelana è un’espressione evidente di questo unilateralismo radicale, che Trump traduce nella cosiddetta “Dottrina Donroe”. In origine la dottrina Monroe serviva a evitare che le potenze europee avessero influenza in America Latina; oggi il principio viene reinterpretato in chiave nuova, riguardo a Cina, Russia e per certi versi Iran”.
Le ultime notizie ci dicono che Caracas ha avviato il processo di liberazione di detenuti politici venezuelani e stranieri: cosa significa questo?
“Si tratta sicuramente di un segnale positivo e importante. L’auspicio è che si possa procedere alla liberazione di tutti i prigionieri politici, e quindi di tutti gli italiani ingiustamente detenuti in Venezuela. E qui il pensiero va immediatamente ad Alberto Trentini. Poi la spiegazione del gesto prodotta dalle autorità venezuelane dà il senso più chiaro di cosa significhi aggiustamento di regime. Non è un caso che il presidente dell’Assemblea Nazionale Venezuelana, Jorge Rodirguez, fratello dell’attuale presidente Delcy Rodriguez, abbia parlato di un atto unilaterale di pacificazione nazionale che parla al mondo. Pur essendo evidente che su questo genere di situazioni ci sia stata pressione americana e della Comunità internazionale, si è inteso inoltre ringraziare pubblicamente tre mediatori: primo l’ex primo ministro spagnolo Zapatero, storicamente punto di collegamento tra il Venezuela di Maduro, la Spagna e complessivamente l’Europa; il presidente brasiliano Lula, che in questo momento, anche nell’immaginario collettivo del Sudamerica, rappresenta la più forte alternativa alla Dottrina Donroe; infine il Qatar, che si conferma ancora una volta, in uno scenario lontanissimo dal Medio Oriente, l’“amico necessario” di cui non si può fare a meno in tutte le situazioni border-line del mondo. In sostanza, c’è una rilevantissima novità (la liberazione dei prigionieri), e tutto viene spiegato in un quadro di continuità del sistema, sia con i ringraziamenti che con l’annuncio dell’atto unilaterale. È questo il senso profondo dell’aggiustamento di regime”.
Ma tutto questo processo che rischi comporta?
“Il rischio è che qualcuno abbia trattato con gli Stati Uniti e che questo sospetto diventi un’arma politica interna, alimentando l’angoscia del tradimento e minando l’unità del gruppo dirigente, dando spazio a rivendicazioni di gruppi armati che traggono vantaggio dalla destabilizzazione. Non dimentichiamo a questo proposito le anime interne del regime o i gruppi appena oltre il confine colombiano come le Farc e l’Eln, espressione più alta e organizzata della guerriglia armata”.
Se dunque il processo dovesse generare instabilità o insorgenze, gli Stati Uniti sarebbero pronti ad assumersi una responsabilità diretta, anche militare? E come si concilia tutto questo con l’ideologia MAGA?
“Qui si apre una contraddizione evidente. Se la transizione dovesse funzionare male e produrre destabilizzazione, la domanda è proprio quella: gli Stati Uniti di Trump possono assumersi la responsabilità militare di un Paese che potrebbe precipitare in un conflitto e diventare un problema strategico. Questo si scontra con uno degli elementi fondanti del pensiero MAGA: la critica agli Stati Uniti che si sono proposti come promotori della democrazia nel mondo”.
“La storia recente insegna che l’Occidente è stato bravo a rovesciare regimi di dittatori spietati, ma molto meno a gestire le fasi successive. Libia, Iraq e Afghanistan sono esempi lampanti. L’idea di non spendere più sangue e risorse americane in questo tipo di operazioni è parte integrante della formazione del pensiero trumpiano. C’è chi sostiene come il segretario alla Difesa Pete Hegseth che il Venezuela non sia l’Iraq, ma la domanda resta aperta: siamo davvero sicuri che uno scenario di destabilizzazione strutturale non sia possibile? Intanto, non dimentichiamo che questa notte cinque repubblicani del Senato si sono uniti ai legislatori democratici, votando per far avanzare la legislazione che costringerebbe il Commander-in-Chief a chiedere l’approvazione del Congresso prima di intraprendere qualsiasi ulteriore azione militare in Venezuela”.
La Groenlandia?
“Guardare alla Groenlandia, per Trump, significa mandare un messaggio all’Europa: vi tengo in considerazione, ma siete marginali. È coerente con quanto scritto nella National Security Strategy, dove si fa riferimento al rischio di declino della civiltà europea. Nell’unilateralismo radicale americano non si guarda in faccia a nessuno, nemmeno alla Nato. Ricordiamo che uno degli ultimi atti della maggioranza democratica precedente è stato quello di blindare l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dalla Nato a un processo di voto al Congresso”.
“La Groenlandia ha un valore soprattutto economico e geostrategico: terre rare, scioglimento dei ghiacci, nuove rotte. Gli Stati Uniti aprono alla logica dei trattati di libera associazione, cercando un rapporto diretto con la popolazione locale inuit ed escludendo la Danimarca. È qualcosa che è già avvenuto con alcune isole del Pacifico. Ma è interessante notare che, dopo le dichiarazioni di Trump, i partiti locali favorevoli a un rafforzamento del legame con Copenaghen si sono rafforzati alle ultime elezioni. Significa che i rischi ci sono, sempre”.
In questo scenario, quale spazio ha l’Europa dunque?
“Le leadership europee devono capire che la scelta strategica americana non va vissuta come una minaccia, ma come una sfida esistenziale, irreversibile. Se passa l’idea che ogni Paese europeo possa rispondere meglio da solo all’unilateralismo radicale americano, allora la partita è persa in partenza. Un esempio emblematico è l’Ungheria: le prossime elezioni, previste entro aprile, rappresentano un passaggio cruciale, perché per la prima volta Viktor Orbán non parte in una posizione di favorito. È qui che l’Unione Europea dovrebbe dimostrare di avere un’identità politica riconoscibile e una capacità di incidere, non solo sul piano interno ma anche nella percezione esterna: la leadership europea dovrebbe essere sponda per le forze europeiste ungheresi, contro una delle principali vulnerabilità dell’Unione”.
“Ed è con l’unione che l’Europa può giocare un ruolo centrale, soprattutto nel rapporto con il Global South. C’è una parte di mondo che guarda all’Unione Europea come a un interlocutore indispensabile. Per questo è fondamentale, ad esempio, che l’assemblea degli ambasciatori degli Stati membri dell’Ue (Coreper) abbia approvato l’accordo con il Mercosur, con, alla luce del no francese, l’importante voto favorevole dell’Italia. Mentre prevale l’hard power, il soft power europeo resta rassicurante. Ma per farlo funzionare serve una nuova idea di Europa, capace di tenere insieme le partite interne e la proiezione globale. Così il nostro continente potrà avere un ruolo centrale nel nuovo ordine mondiale, che ricordiamoci: non può essere costruito senza il Sud del Mondo, e il Sud del Mondo non può essere lasciato interamente nelle mani di Cina e Russia”.


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