Tutti ci stiamo affannando a leggere il pomposo documento sulla Strategia di sicurezza nazionale elaborato dall’amministrazione Trump ma, terminata la lettura, l’impressione è che, a parte la convinzione mal fondata nutrita da chi l’ha scritto di poter passare alla storia, non sia cambiato granché rispetto al più recente e meno recente passato nel comportamento degli Stati Uniti nei confronti del resto del mondo. Infatti, se sino a Biden globalisti e neocon, pur discordando sui mezzi, convergevano nell’affermare che, essendo l’America per destino storico il perno del mondo liberaldemocratico, i suoi confini sopravanzavano quelli puramente geografici e comprendevano ogni contrada in cui fiorisse l’economia di mercato corazzata dalle “regole”, con Trump l’America si ritrae nella sua geografia ma si dice pronta a balzare con ogni mezzo, dalla diplomazia non convenzionale alla guerra economica a quella guerreggiata, in ogni parte del mondo in cui si profili una minaccia ai suoi interessi e alla sua supremazia economica, politica e spirituale. Sicché, per l’umanità del XXI secolo il compito non cambia, restando quello di doversi liberare dall’asfissiante vincolo capitalistico, che è l’involucro entro il quale la nazione americana, tiranneggiata dalla storica dittatura yankee, persegue il suo alienato sviluppo.
Capitalismo americano
Certo, benché dal rimescolamento dei fattori il prodotto non sia mutato, pur tuttavia dei cambiamenti ci sono. Il primo e il più ovvio è l’avviso di guerra spedito alla Cina. Il capitalismo americano si è accorto infatti che i salari attraverso i quali da quelle bande si riproduceva, non sgocciolavano su Marte ma entro uno Stato che con vari strumenti ne faceva un uso accorto, alimentando così la crescita di una classe media parallelamente al deperimento di quella americana. Non c’è stato bisogno di una approfondita lettura della Fenomenologia dello spirito da parte dei circoli governativi di America First per prendere la decisone di interrompere questo perverso circuito servo-padrone.
Chiudere la guerra in Ucraina
Il secondo cambiamento è meno ovvio anche se non inatteso, con l’offerta alla Russia per sottrarla all’abbraccio con la Cina di grandi affari e dell’appoggio a chiudere la guerra in Ucraina, militarmente vinta ma politicamente in stallo. E qui si apre il capitolo Europa. È l’Europa infatti, per colpa delle sue storiche divisioni, a restare stritolata in questa triangolazione. Negli scorsi decenni, l’Europa ha avuto due grande occasioni per diventare la riconosciuta potenza economica, politica e culturale del mondo. La prima è stata l’idea della casa comune europea di Gorbaciov, la seconda la domanda di ammissione alla Nato da parte di Putin. In entrambi i casi, benché i contesti ideologici fossero assai differenti se non opposti, la sostanza era uguale, cioè scambiare sicurezza con risorse. Ne sarebbe nato un blocco economico e politico imbattibile, in cui la componente militare si sarebbe via via diluita in un inevitabile sviluppo culturale.
L’Europa ha pensato bene di spezzare le reni alla Russia
Ma l’Europa ha pensato bene di spezzare le reni alla Russia. Se il gioco era riuscito con la Jugoslavia, perché non sarebbe dovuto riuscire con la disastrata Russia degli anni Novanta e di inizio millennio? Questo gretto calcolo economicistico e perdutamente imperialistico ha perso l’Europa. Un calcolo dettato dall’immediatezza dello sfacelo dell’ex mondo sovietico ma che ha naturalmente radici lontane che ora, dalla carne viva spolpata del macilento organismo europeo, affiorano sinistramente: le divisioni tra l’Europa cristiano-germanica e quella ortodossa, tra queste due ultime e l’Europa cattolico-latina, e tra tutte queste e l’algida Europa anglicana. L’emergere di queste antiche fratture dà l’idea della tremenda regressione in cui è precipitata l’Europa, non dovuta certo a un fatale ricorso storico ma a un indebolimento sino alla nullificazione di ogni volontà costruttrice, sopraffatta da uno “spirito del capitalismo” tramutatosi in uno spettro predatorio senza più né etica né politica.
Incontro tra Leone XIV e re Carlo d’Inghilterra
In questo quadro, ha un che di mortuario il recente incontro tra Leone XIV e re Carlo d’Inghilterra, i capi di due organismi rosi dalla corruzione morale, se è vero che il primo deve continuamente spazzare sotto il tappeto la vergogna della pedofilia, per tacer d’altro, e il secondo si vede costretto a cacciare dalla famiglia regnante il fratello irrimediabilmente invischiato nel pericolosissimo affare Epstein. E l’Italia, in tutto questo? Il documento americano sulla Strategia di sicurezza nazionale sembra alludere a essa quando scrive che, nel nuovo ordine che America First si propone di instaurare, «le nazioni esportatrici di Europa e Asia possono anche guardare ai paesi a reddito medio come un mercato limitato ma in crescita per le loro esportazioni”.
Destino segnato
Il nostro destino è segnato: continueremo ad alienarci nella desertificante economia esportatrice, solo però nel “mercato limitato ma in crescita” dei paesi a reddito medio che, se saremo bravi a fornire i contingenti di difesa, il grande feudatario ci concede. Purtroppo, se in questa fase storica le cerchie governative europee sono mediocri, quella italiana è desolante. Un governo la cui unica risorsa sembra essere uno squallido opportunismo e che, per quanto si sforzi rapinando quarti di incongrue nobiltà culturali, non riesce a far dimenticare le remote me sempre vive vibrazioni della “buona battaglia” atlantista in cui all’epoca della guerra fredda i suoi precursori si sono forgiati, la battaglia in cui venivano uccisi non solo i comunisti, non solo il popolo indistinto nelle stragi indiscriminate, ma anche i democristiani non allineati. I liberaldemocratici italiani, che sono di bocca buona, su queste cose ci passano sopra. Ma è anche questa indifferenza che sta condannando l’Italia – la nostra amata “nazione”, come a essa enfaticamente si riferisce l’attuale capo del governo – all’irrilevanza e, a lungo andare, all’estinzione a comune volontà politica e che venisse definito in termini costituzionali il carattere della Comunità di difesa e l’autorità politica necessaria alla sua gestione: un primo, importante nucleo di federalismo e di unione dell’Europa in seno all’Occidente.
Accordo apparentemente unanime
L’accordo apparentemente unanime nel ritenere che lo strumento militare dell’alleanza sia indispensabile per il mantenimento dell’equilibrio in Europa e nel mondo, dovrebbe far sì che vi sia unanimità anche sul rilancio economico e politico dell’Alleanza. Il dissenso comincia quando si discute dei modi per l’attuazione.[1]
Ciò che gli Stati Uniti non desiderano è che l’integrazione europea allarghi l’Atlantico invece di costituire il secondo, forte pilone del ponte che deve unirne le due sponde. Dobbiamo invece augurarci che la costruzione europea non sia un fattore di rottura con l’America ma possa cooperare con questa nel mantenimento dell’equilibrio mondiale oggi in una fase di ristrutturazione sotto la pressione di potenti forze in competizione con l’Occidente: un’Unione Europea non atlantica o tiepidamente atlantica sarebbe un pericolo per se stessa prima che per gli altri.[2]
Secondo alcuni, l’unica Europa che vorrebbero gli Stati Uniti sarebbe un’Unione Europea anglo-atlantica, cioè centrata sull’ancoraggio inglese all’America. Ma questa, che sembrerebbe solo una delle ‘possibili’ versioni o modelli di unità dell’Europa e del suo ruolo, in realtà è l’unica che abbia veramente una prospettiva seria di contribuire all’equilibrio mondiale e a determinare la sola condizione di pace oggi possibile, quella fondata appunto sull’equilibrio strategico tra Occidente e resto del mondo.[3]
D’altra parte, l’avanzamento del processo di integrazione europea – cioè l’eventuale nascita di un soggetto nuovo della politica internazionale, l’Unione Europea – pone, ineluttabilmente, la necessità di una ridefinizione dei rapporti nella NATO anche dal punto di vista della condivisione e ripartizione di compiti ed oneri finanziari e militari.
Amministrazione Bush
L’amministrazione Bush, proseguendo una politica iniziata in modo deciso da Ronald Reagan – il quale, a sua volta, riprendeva una vecchia preoccupazione americana[4] – ha tentato di riequilibrare il ruolo militare tra gli Stati Uniti e gli alleati nella NATO e altresì di spostare gli obiettivi dell’alleanza individuandoli nella lotta contro il terrorismo anche con iniziative di prevenzione e di distruzione delle loro basi strategiche effettive o virtuali; ciò ha portato a crescenti difficoltà e a una serie di reazioni da parte di alcuni degli alleati, i quali rifiutano quella che loro sembra essere una funzione di ‘toolbox’, una cassetta degli attrezzi da usare secondo l’utile ‘unilaterale’ della ‘superpotenza’.[5]
In effetti, nel Project for a New American Century, aggiornato nel 2000 con il rapporto Rebuilding America’s Defenses. Strategy, Forces and Resources for a New Century, sviluppando i quattro punti di politica estera formulati da James Baker, il Segretario di Stato del primo Bush – 1) chiara analisi delle tendenze di forza globali nel mondo; 2) adeguato e sensato calcolo degl’interessi americani; 3) mantenimento della supremazia americana; 4) diversificazione delle alleanze – prospetta la possibilità di non tenere conto dei condizionamenti esterni, derivanti dalle organizzazioni internazionali comprese quelle di alleanza tra Stati Uniti e altri paesi, per la determinazione delle scelte politico-strategiche americane specialmente quando gl’interessi degli Stati Uniti fossero direttamente coinvolti e non si trovasse un accordo utile per l’azione internazionale: purtroppo il test case per tale politica è stato offerto dall’attentato alle Twin Towers di New York. [6]
Dopo, l’11 settembre 2001, qualcuno scrisse Siamo tutti americani; sono bastati pochi mesi, per non dire giorni, perché questo moto dell’animo si depotenziasse fino ad estinguersi opponendo al cosiddetto unilateralismo americano il multilateralismo europeo – o, meglio, di alcuni degli stati europei – e l’appello ai sacri principi delle Nazioni Unite come regola e parametro dell’agire internazionale degli Stati, vecchia illusione dei figli della luce.
Oggi l’Alleanza – allargata a ex satelliti dell’URSS – è percorsa da brividi di incertezza circa la funzione, la strategia e gli scopi da perseguire, soprattutto di fronte alla sfida globale alla sicurezza portata dal terrorismo e al pericolo della proliferazione delle armi di distruzione di massa, nucleari o di altro tipo: mentre la garanzia di difesa collettiva del territorio rimane il collante fondamentale dell’Alleanza, essa deve anche ridefinire i principi comuni in funzione dei quali predisporre la difesa dei suoi membri.
Per decenni si è discusso in Europa intorno alla definizione di una politica di sicurezza e difesa comuni. Molti di questi sforzi si sono arenati di fronte alle contrastanti preoccupazioni dei membri dell’Unione che la creazione di un suo braccio armato ponesse fine alla sovranità nazionale degli Stati membri e minasse la struttura difensiva della NATO e le relazioni transatlantiche. Preoccupazioni non infondate e che possono, anzi, devono essere fugate entrambe: le rinunce a quote di sovranità sono possibili soltanto in ragione di evoluzioni limpide e costituzionalizzate del processo di federalizzazione dell’Europa e le relazioni transatlantiche non possono essere indebolite.
Non sono stati e non saranno gli Stati Uniti a impedire l’ulteriore progresso dell’integrazione europea..[7] Nonostante i progressi e la svolta di Maastricht, nonostante l’ulteriore passo della definizione di un trattato costituzionale dell’Unione Europea, il processo di integrazione non ha dato vita all’unità politica che vagheggiamo e che, negli ultimi tempi, ci eravamo illusi fosse rappresentata dalla firma della cosiddetta Costituzione nel 2004.
Ma, ci chiediamo, quando sarà stata approvata la costituzione – evento ormai futuribile dopo la mancata ratifica francese, olandese, etc. [8] – ci saranno ancora ministri degli esteri e della difesa degli stati membri? Se sarà così, avremo forse pure una decisione unitaria in politica estera o di difesa degli stati europei ma certo non avremo un’autorità politica comune cui sia devoluta la politica estera e di difesa europea.
Una tale formulazione lascia le cose esattamente come stanno e dà aggio a qualcuno degli Stati membri di continuare il gioco dell’egemonia.
Unione Europea
In quest’ottica, quest’ottica la capacità dell’Unione Europea di trovare una politica e un assetto istituzionale unitari e la funzione dell’Unione nell’equilibrio mondiale vengono viste in ragione della cui definizione del rapporto con l’America in termini che potremmo chiamare di partnership antagonistica.[9]
Ma di ciò parleremo più avanti. Si deve ammettere che un potere così importante e delicato, come quello della difesa, difficilmente possa essere gestito con una mera cessione di sovranità che rischia di restare puramente teorica se il soggetto cui è devoluto non ha la necessaria base di legittimazione istituzionale a decidere politicamente, a dettare le linee della politica di difesa e di politica estera.[10] La istituzione di una brigata franco-tedesca o i più recenti accordi tra Francia, Belgio, Germania e Lussemburgo per la creazione di strutture di difesa comuni tra i quattro paesi, non sono per nulla un buon viatico per questo fine: nella visione del Presidente Chirac, in parte fatta propria dal Cancelliere tedesco Shröeder e dal suo Ministro degli esteri, Fisher, tale accordo, infatti, presuppone un’Europa a guida franco-tedesca.[11]
Ebbene, questa è una vecchia storia. Basti tornare alla tensione provocata prima dal progetto della CED, la comunità europea di difesa, e dopo dal suo affossamento; alla vicenda dell’adesione della Germania alla NATO e alla questione del suo riarmo che, prima ancora del veto sovietico, ebbero quello della Francia. De Gaulle oppose il veto all’ingresso della Gran Bretagna in Europa anche perché vedeva nel legame inglese con gli Stati Uniti un impedimento ai suoi sogni di grandeur: il generale, piuttosto, guardava alla frontiera degli Urali e a un ruolo della Francia come mediatrice tra Est e Ovest che Vittorio de Caprariis non esitava a definire una eterna illusione.[12]
Da un certo punto di vista, mi sembra logico che gli Stati Uniti pongano agli europei domande specifiche sulle direttrici strategiche[13] che l’Unione intende seguire con l’istituzione della Forza d’intervento rapida: 1) se essa sia destinata o no all’integrazione o alla complementarità nelle strutture della NATO; 2) se essa possa essere funzionale o no a una concezione strategica unitaria della sicurezza Atlantica; 3) se essa intenda includere o no quei paesi europei o anche semieuropei, come la Turchia, che sono membri della NATO ma non dell’Unione Europea.
Inoltre, l’indirizzo americano in merito a tale iniziativa europea è anche abbastanza esplicito: non la contrasta ma la favorisce. Lo attestano le conclusioni del Vertice della NATO dell’aprile 1999, che appoggia lo sviluppo di un’autonoma capacità militare dell’UE e di una conseguente sua autonomia dalla NATO per interventi militari, quando l’Alleanza come tale non sia impegnata.[14]
Tre saggi europei
Da ultimo, tre ‘saggi’ europei – G. Amato, V. Giscard d’Estaing, R. Dahrendorf – hanno scritto una lettera a Bush nella quale, a mio avviso, sono concentrate tutte le ambiguità europee e tutte le insufficienze di visione strategica del rapporto Europa-America; per esempio, non si può dire, riguardo al Medio Oriente, che, «se gli Stati Uniti aprono una nuova fase dei rapporti con l’Europa, allora potremo mandare truppe in Irak, però a condizione che gli Stati Uniti s’impegnino a dare vita a uno stato palestinese entro il 2006».[15]
Questa formulazione è ingenua e, al tempo stesso, rivelatrice: rivelatrice di un presupposto sbagliato, cioè 1) che gli Stati Uniti abbiano interesse a mantenere l’Europa divisa e debole; 2) che Europa e Stati Uniti possano avere interessi diversi dal punto di vista strategico e, infine, 3) che l’Europa, nel gioco multipolare, abbia un destino indipendente dagli Stati Uniti e possa avere un ruolo di terza o quarta forza – «ripiegata su se stessa e in cerca di una storica rivalsa»[16] – tra questi, Russia, Cina, India e, in prospettiva, il mondo islamico unificato.
Ingenua, perché scarica sugli Stati Uniti la responsabilità della soluzione del problema palestinese e, al tempo stesso, nega agli americani la possibilità di agire unilateralmente. Ingenua e opportunistica perché subordina l’invio di truppe in Irak a fatti esterni alla vicenda Irakena in sé e per sé. Delle due l’una: o la guerra in Irak è sbagliata e, in questo caso, non si mandano truppe quali che siano le condizioni di contorno, o la guerra è giusta e, allora, la decisione di mandare o no le truppe della NATO è legata ad altre ragioni. Insomma, se è vero che Europa e Stati Uniti devono concordare una soluzione per il Medio Oriente – dalla Palestina all’Iran – è altrettanto vero, anzi necessario, che i rapporti transatlantici non rimangano ancora ostaggio della vicenda mediorientale.
L’Europa non può scindere il suo destino da quello degli Stati Uniti
In realtà, l’Europa non può scindere il suo destino da quello degli Stati Uniti; fuori da questo rapporto, essa non ha la forza e le ragioni per una sua politica indipendente: noi dobbiamo darci una strategia, se non un’identità, euro-atlantica. Il che non significa assoggettamento alle scelte americane, ma leale collaborazione con gli Stati Uniti. Se la leadership dell’Occidente è ancora americana e dobbiamo augurarci e far sì che essa non venga messa in discussione per affermare egemonie europee, si può, si deve, invece, discutere per determinare i criteri della collaborazione, della individuazione degli obiettivi comuni, dei rispettivi oneri e funzioni, insomma di un metodo condiviso di decisione politica nell’ambito dell’Alleanza. In questo senso, se è vero che «l’equilibrio transatlantico non può essere quello del passato, perché l’Unione Europea è oggi troppo forte per essere ricondotta a qualcosa che assomiglia al ruolo post-bellico della timida Germania di Bonn o dell’Italia», non mi pare che questa forza europea non debba essere messa nel campo della ‘Fortezza Occidente’ ma solo al servizio di un cosiddetto ‘neoregionalismo’ come “terza via tra regolamentazione globalista e frammentazione relativista”.[17]
L’errore di questa tesi, che pure tende a salvare il rapporto con gli Stati Uniti, è quello di considerare la ‘regione europea’ separatamente da quella americana sia in termini strategici e geopolitici sia – come abbiamo visto – in termini etico-politici: gli equilibri oggi in fase di riassestamento a livello mondiale impongono di considerare i paesi atlantici come il nucleo di una macroregione ‘Occidentale’ che include necessariamente gli ex satelliti sovietici e Israele.[18]
In realtà è la categoria della ‘potenza civile’ ad essere troppo debole per dare identità all’Europa: dire che, in relazione alla dinamica attuale dei rapporti di forza internazionali, l’Unione Europea ha già in sé questo carattere – “Non si tratta, infatti, di opporre essere e dover essere, ma di prendere atto delle modalità reali con cui la costruzione europea ha già addomesticato e ‘civilizzato’ le sovranità statali degli Stati membri… Un’entità politica può essere definita ‘potenza civile’ non solo se non ha l’intenzione, ma anche se non è in grado, per varie ragioni storiche o strutturali, di divenire una classica potenza politico-militare e perseguire i suoi obiettivi internazionali con altri mezzi” [19] – significa, in termini di prospettiva politica immediata, accettare il caos europeo attuale e gl’indirizzi egemonici di alcuni membri dell’Unione.
Ma, proprio a questo proposito, la seconda e più importante questione che dobbiamo affrontare è un’altra e riguarda la ragione strategico-politica del rapporto tra Europa e Stati Uniti nell’Alleanza atlantica.
All’indomani dell’11 settembre, il Consiglio della NATO dichiarò, sulla base dell’art. 5 del trattato, che l’attacco alle Twin Towers configurava un’aggressione ad uno stato membro. Ma all’esigenza strategica di una lotta senza quartiere al terrorismo promossa dagli Stati Uniti, che avevano subíto un attacco devastante sul proprio territorio, si è risposto molto flebilmente e con grandi diserzioni dopo un parziale sostegno di alcuni paesi della NATO nelle guerra in Afghanistan; gli Stati Uniti non hanno ricevuto quella solidarietà che si attendevano; i loro alleati non hanno risposto nello stesso modo che Carl L. Becker suggerì agli americani nel 1940: “gli Stati Uniti possono difendere la loro pace e la loro sicurezza dando alla Gran Bretagna tutto l’aiuto, e non soltanto ogni aiuto tranne la guerra, per liberare l’Europa dal domino tedesco”.[20]
Frattura
La frattura più grave tra Stati Uniti e alcuni dei loro alleati europei – la Francia, la Germania e, dopo la vittoria di Zapatero, anche la Spagna – si è avuta a proposito della guerra in Irak. Il fatto che Francia e Germania, divenute quasi leader del movimento pacifista mondiale, si siano opposte alla guerra segnando una spaccatura non solo con gli Stati Uniti ma anche tra le posizioni dei membri dell’Unione Europea – Gran Bretagna, Italia, Olanda, Danimarca, Polonia, Spagna prima della svolta di Zapatero, etc. – ci autorizza a concludere non solo che l’Unione oggi non sia in grado di esprimere una linea comune di politica estera e di difesa ma anche che il cosiddetto unilateralismo americano non può essere contrastato con l’unilateralismo di Francia e Germania o, peggio, europeo.
Ora, la guerra all’Irak di Saddam Hussein – che, è vero, era stato a lungo coccolato dagli Stati Uniti, nella loro realpolitik mediorientale, in funzione antiraniana ma, che, all’epoca dell’inizio della guerra, era un partner non secondario (commerciale, soprattutto, ma, forse, anche strategico), guarda caso, proprio dei tre paesi del fronte antiamericano, Francia, Germania e Russia – può essere vista sotto vari aspetti: 1) come guerra preventiva contro un sanguinario dittatore incline all’uso di armi di distruzione di massa che si supponeva egli nascondesse; 2) come secondo colpo, dopo quello contro l’Afghanistan, contro i cosiddetti ‘stati canaglia’ collegati con il terrorismo; 3) come guerra per il controllo delle risorse petrolifere; 4) come guerra per l’esportazione della democrazia nel presupposto che la democratizzazione del mondo sia la via maestra per la sconfitta del terrorismo e per la stabilizzazione della pace; 5) come intervento diretto a modificare lo status quo in Medio Oriente, rimettendo in moto il processo di pace in Palestina a lungo bloccato dal gioco dei veti incrociati delle superpotenze e, da ultimo, dall’Intifada di Arafat.
Ciascuno di questi aspetti è plausibilmente descrittivo di una parte della realtà internazionale attuale e di una strategia per affrontarla, ma nessuno di essi, singolarmente considerato, può essere usato come chiave esclusiva della sua interpretazione.
Per ciascuno di questi argomenti se ne sono trovati altri che li confutano, primo fra tutti quello secondo il quale la guerra in Irak, anziché indebolire il terrorismo, lo ha rafforzato e scatenato come proverebbero i devastanti attentati che rendono estremamente incerta la stabilizzazione dell’Irak e quelli nel resto del mondo, da Madrid a Londra, da Sharm El-Sheikh all’Indonesia. Ma questo è un argomento che non prova nulla; prova piuttosto che il terrorismo è in guerra con il mondo e che il mondo non ha ancora trovato i mezzi più adeguati per difendersi: ma non vè dubbio che bisogna difendersi. Come non v’è dubbio che Stati Uniti e Gran Bretagna, seguendo ancora il paradosso del pragmatico Lippmann,[21] si sono impegnati a sradicare la dittatura sanguinaria di Saddam – con o senza armi di distruzione di massa – perché la stimavano tra i fattori di crisi il più pericoloso per l’assetto geopolitico del Medio Oriente e come possibile nuova base del terrorismo binladiano dopo la caduta dell’Afghanistan talebano-terroristico. Il presupposto di tale scelta era che la stabilizzazione di quell’area potesse dare un contributo decisivo alla soluzione di diversi problemi – e pare che ciò si stia verificando per esempio con la messa in movimento della situazione siro-libanese e con la ripresa dei colloqui di pace israelo-palestinesi che sarebbe stata certamente più difficile se Arafat fosse stato ancora vivo ma che, indubbiamente, sarebbe stata impossibile senza la dimostrazione della decisa volontà americana di stabilizzare la regione. [22]
Controllo armamenti
Inoltre, non possiamo non ammettere che un fattore determinante dell’equilibrio mondiale sia il controllo sugli armamenti e, quanto meno, la vigilanza sulle fonti energetiche, perché non vadano a finire nelle mani dei nemici giurati dell’Occidente e del suo modello politico-culturale ed economico-sociale. Per esempio, anche il progetto di un oleodotto Iran-Pakistan-India e, sullo sfondo, Cina – da accogliere senz’altro come un buon segnale di stabilizzazione dell’area e che quindi non deve essere ostacolato – non può tuttavia essere considerato dagli Stati Uniti e dai loro alleati europei separatamente, come sembrerebbero voler fare Francia e Germania, attente ai propri interessi nazionali piuttosto che europei e meno ancora occidentali: l’atteggiamento di europei e americani va concordato in termini di strategia comune per far sì che l’oleodotto non si trasformi in una privativa antioccidentale, a medio-lungo termine incidente sulla sicurezza e sulla disponibilità di risorse della nostra area.
Anche chi fa finta di indignarsi per i risvolti pratici, economici, finanziari, commerciali e grida allo scandalo per le implicazioni petrolifere della guerra in Irak – tutte messe sul conto degl’interessi privati della famiglia Bush o di Cheney – in realtà ne tiene il debito conto e spera che l’Occidente ne perda il controllo. Trincerarsi dietro i proclami delle ‘anime belle’, dei pacifisti e no global antiamericani, anzi confondersi con essi, è segno di una linea ingenua, pericolosa e destabilizzatrice: ingenua perché se, come diceva Machiavelli, gli stati non si reggono con i pater noster, tanto meno l’equilibrio mondiale si realizza con il nulla osta dei pacifisti, dei no global o dell’ONU; pericolosa e destabilizzatrice perché, quando è sostenuta da francesi e tedeschi sulla base di un mal calcolato interesse nazionale e di una visione dell’Europa contraddittoria, essa è una linea velleitaria e, al tempo stesso, non rispondente ai veri interessi dell’Unione.
Il Presidente francese Chirac e il suo ex ministro degli esteri, ora primo ministro, de Villepin[23], schierandosi contro l’intervento militare anglo-americano in Irak, sono stati la punta di diamante dell’azione di delegittimazione degli Stati Uniti sia sul piano della legalità internazionale sia sul piano politico nella loro funzione di leadership dell’Occidente. Secondo Robert Kagan, essi hanno inteso assumere, nella vicenda irakena, un ruolo di contestatori della politica americana non tanto per impedire la guerra quanto per profittare dell’eventuale e desiderato insuccesso degli Stati Uniti – presentati come il nemico più pericoloso dell’Europa – acquisendo la leadership della resistenza antiamericana e i meriti conseguenti di fronte ai nemici degli Stati Uniti.[24]
Questo fureur de se distinguer dei francesi forse non mira machiavellicamente, come pensa Kagan, a questa captatio benevolentiae dei nemici dell’America; forse, ed è peggio, è solo il prodotto onirico-patetico di anacronistici e risorgenti sogni di grandeur o, meglio, di mosca cocchiera. Ma di ciò, in Francia, sono in pochi a rendersi conto. «I nostri pistolotti, le impennate, i lirismi e le altre perorazioni hanno finito per stancare tutto il pianeta. Peggio ancora, facciamo ridere. E la Francia paga a caro prezzo questa tracotanza dominatrice», scriveva recentemente un attento osservatore politico francese, R. Gubert.[25]
L’analisi di Kagan
D’altra parte, l’analisi di Kagan può forse apparire frutto di una concezione dei rapporti euro-americani tendente a non tollerare il dissenso e a presentare ogni differenza come indice di radicale avversione e di volontà di contrapposizione; tuttavia dobbiamo ammettere che il furore antiamericano è un dato di fatto non solo in Francia, dove esso è diventato una vera e propria obsession che accomuna gaullisti, lepenisti, gauchisti, maoisti e no global.[26]
La Francia non è nuova all’antiamericanismo e a indirizzi politici egemonici riguardo all’Europa (basti pensare alla vicenda della CED, al veto posto da De Gaulle all’ingresso della Gran Bretagna nella CEE, etc.) e credo che l’insistente attivismo diplomatico di Chirac, culminato il 18 marzo ’05 nel vertice di Parigi tra lo stesso Presidente francese, Shröeder e Zapatero e il Presidente russo Putin, si possa interpretare proprio in questo senso. Sull’affermato «interesse prevalente e condiviso – il rapporto stabile, equilibrato e fiducioso con la Russia, quale partner indispensabile per l’Europa e per rafforzare la visione multilaterale dei rapporti internazionali», non vi sarebbe nulla da dire se esso fosse stato riferito a un comune atteggiamento europeo e, meglio ancora, atlantico. In realtà non è difficile cogliere il riproporsi dell’asse della pace e dell’opposizione alla guerra irakena come non può sfuggire che questo vertice formalizza l’asse franco-tedesco – ormai stabilmente allargato alla Spagna – che sembra più interessato alla convergenza con la Russia che non a quella con gli altri partner europei e con gli Stati Uniti e – sul piano della politica ‘interna’ europea – all’affermazione di forme di supremazia degl’interessi politico-economici della ‘Framania’.[27]
L’Europa – quasi unanime – è pronta a vendere armi tecnologicamente avanzate alla Cina contro il parere degli Stati Uniti, sui quali, com’è ovvio, ricade il peso della difesa dello status quo in Asia. In questo senso si potrebbe affermare che l’Unione Europea è ben altro che una ‘potenza civile’ o è una ben misera ‘potenza civile’ se si piega a qualche meschino calcolo mercantile sacrificando le ragioni dell’equilibrio e della pace.
L’embargo, decretato nell’89 dopo Tienanmen, oggi forse non ha più senso se mantenuto solo come sanzione per la violazione dei diritti umani; ma ha un grande senso se visto nell’ottica delle strategie politico-militari. Per i rapporti euro-atlantici, la disputa sull’embargo è potenzialmente ancora più dirompente della frattura sull’Irak perché l’emergenza della Cina come superpotenza economica e militare – anche se non più ideologica – non è più un’ipotesi remota.
Gli analisti americani temono fortemente, e giustamente, il suo rafforzamento missilistico e navale e – sebbene sia intenzione e interesse degli Stati Uniti collaborare con la Cina sul piano economico e anche politico, per esempio al fine di contenere le aspirazioni atomiche della Corea del Nord e di stabilire in Asia un equilibrio per la reciproca sicurezza – certamente essi non possono essere soddisfatti della prospettiva di una scelta europea per un asse con la Cina, alternativo al rapporto con l’America. Chirac ha agitato, perfino nella campagna per l’approvazione referendaria della costituzione europea, la questione del rapporto dell’Europa con i due giganti – USA e Cina – ponendoli sullo stesso piano e prospettando, nei rapporti con la Cina, una funzione alternativa dell’Europa rispetto agli Stati Uniti: una Unione Europea, guidata da Francia e Germania, che usi Mosca o Pechino contro Washington e che faccia scudo contro il “liberalismo anglosassone”.[28]
In questo si sintetizza tutta la strategia europea o, meglio, di una parte dei paesi che fanno parte dell’ Unione: in essa si mescolano vari ingredienti – ideologia antiamericana, nazionalismo francese, pacifismo-neutralismo tedesco e una idea terzaforzista dell’Europa – il cui obiettivo sarebbe di fare dell’Europa unita ( sotto guida franco-tedesca?) una potenza civile mondiale in grado di assicurare l’equilibrio multipolare. Ma è veramente così?
Dissoluzione Unione
Un tale progetto, fondato sull’alleanza continentale (con la Russia) piuttosto che sull’Alleanza Atlantica, non può portare che a una dissoluzione dell’Unione. Proprio la crescita della potenza della Cina richiede bensì che, con essa, vi sia la massima collaborazione nel mantenimento dell’equilibrio e della pace, ma sarebbe un errore formidabile se la ‘potenza civile’ dell’Europa guardasse ad essa per la propria sicurezza e per il proprio sviluppo senza tenere conto dell’interesse complessivo dell’Occidente. Anziché favorire l’equilibrio multipolare, tale linea potrebbe portare all’indebolimento complessivo dell’Occidente e, in ultima analisi, riportare l’Europa alla vecchia vocazione del rovesciamento delle alleanze, alla politica dei giochi diplomatici senza un chiaro disegno, senza una chiara percezione del movimento attuale delle ‘zolle’ tettoniche alla ricerca di equilibrio: noi siamo persuasi che non solo una Europa divisa ma anche un’Europa unificata che facesse una politica pendolare tra Est e Ovest, sottoposta alle tendenze centrifughe e agli spericolati giochi di equilibrio – di un falso equilibrio – sarebbe causa di urti e di frizioni più che di stabilità e di pace.
Cina
La Cina va vista certamente come un fattore di equilibrio – quale del resto l’hanno sempre considerata gli Stati Uniti dalla ‘open door policy’ di McKinley alla visita di Nixon e Kissinger a Mao Tse Tung – e non semplicemente come un avversario, ma non vi è motivo alcuno per aiutarla ad emergere come superpotenza; l’Europa non ha interesse strategico distinto né sarebbe in grado di equilibrarsi con la Cina separatamente dall’America. È per questo motivo che l’Europa deve necessariamente essere uno dei baluardi della ‘fortezza Occidente’. La strategia euro-americana dev’essere il più possibile unitaria e fondarsi contemporaneamente sul pilastro del ‘contenimento’ e su quello della ‘coesistenza’ con tutte le implicazioni che ne derivano: il riconoscimento dei reciproci limiti e interessi, da un lato e, dall’altro, la determinazione reciproca a impedire che questi vengano superati o violati.[29] In questo senso è del tutto fuorviante interpretare il recente accordo – che prevede tra l’altro l’assistenza tecnologica americana per l’industria nucleare indiana – tra India e Stati Uniti come un segnale di marginalizzazione del teatro europeo nella strategia americana, che sarebbe tutta concentrata sull’Estremo Oriente e sul Pa+cifico secondo le dottrine dei neocons. Esso, in realtà, non è altro che la conferma della necessità di far perno sull’America per il mantenimento dell’equilibrio globale.[30]
Sotto la guida ambigua di nemici storici degli Stati Uniti e di varie compagnie di ‘figli della luce’, le posizioni di Francia e Germania, i vari argomenti pro e contro la guerra, l’ondata pacifista che ha percorso il mondo intero – con punte particolarmente significative in Italia dove l’opposizione alla guerra in Irak si è saldata con quella al governo di Berlusconi e anzi è apparsa strumentale all’esigenza di usare l’argomento pacifista, di sicuro effetto demagogico, al fine di screditare il governo che, dopo la fine della guerra in Irak, aveva deciso di mandare truppe per contribuire alla stabilizzazione di quel paese – rischiano di rimettere in crisi le relazioni euroatlantiche, senza peraltro proporre una prospettiva di equilibrio e di pace.
Per quanto la visita del Presidente Bush a Bruxelles, nei primi mesi del 2005, abbia messo la sordina sui dissensi tra Stati Uniti e oppositori europei alla guerra in Irak nella prospettiva di un possibile, sebbene difficile, consolidamento del processo democratico in quel paese e della stabilizzazione di tutta l’area mediorientale, e abbia fatto emergere anche qualche significativa convergenza franco-americana sull’indipendenza del Libano dalla Siria, resta a mio avviso un deficit pericoloso di visione strategica unitaria dell’Europa, di cui – da tempo – è responsabile soprattutto la Francia.
Il neutralismo e la finlandizzazione dell’Europa sono, come apparivano già a de Caprariis, una impossibilità morale oltre che politica e militare. La politica del disarmo e del pacifismo più o meno strumentale, non assicura la pace e non mette nessuno al riparo dal pericolo dell’aggressione: il modo di prevenirlo non è quello di restare disarmati ma di mostrare di essere risoluti a difendersi.[31]
Il multipolarismo non esclude l’unità dell’Occidente anzi la impone
Insomma, il multipolarismo non esclude l’unità dell’Occidente anzi la impone: l’Alleanza con gli Stati Uniti deve tornare a quello che fu il suo ruolo storico, il suo concetto strategico-politico originario e più originale: “organizzare l’Occidente sia [per] rendere più robusti i vincoli che univano già i vari paesi atlantici, sia [per] cercare, all’interno dell’area atlantica medesima, una più stretta unione, di dar vita, insomma, ad una federazione europea”.[32] Un ruolo che potremmo dire ancora in essere e che potrà essere rafforzato e reso più utile alle esigenze della pace se l’Europa – consapevole del fatto che il “vecchio Occidente non ha più molto tempo a disposizione”[33] e che resta ancora valida la visione geopolitica, enunciata da Walter Lippmann nel 1916, secondo la quale il posto degli Stati Uniti non poteva che essere a fianco della Gran Bretagna poiché «la causa degli Alleati era senza dubbio quella del liberalismo e della speranza di una pace duratura” [34] – saprà assumere le responsabilità che le competono accanto agli Stati Uniti, nell’Occidente.
Abbiamo prima ricordato come, alla vigilia dell’intervento anglo-americano contro Saddam Hussein, Romano Prodi, intervenendo al Parlamento di Strasburgo nella sua qualità di Presidente della Commissione europea, chiedesse all’Unione Europea di essere arbitra del proprio destino e di prepararsi ad uno ‘strappo’, ad una contrapposizione insanabile con gli USA, responsabili, a suo avviso, di aver messo in crisi l’ordine internazionale con la dottrina e la prassi della guerra ‘preventiva’. Il suo era anche un appello a superare, con una politica estera e di difesa comune, quella ‘schizofrenia’ europea che porta a pretendere lo sviluppo economico dalla Unione Europea e a delegare la propria sicurezza al governo di Washington, con ciò volendo dire che sarebbe interesse dell’Europa liberarsi da questa subordinazione e dare vita ad una politica autonoma dagli Stati Uniti.
Un altro punto di forza del suo discorso era la proclamata centralità dell’ONU nel mantenimento dell’ordine internazionale, chiedendo che fosse il Consiglio di sicurezza a prendere le decisioni ultime sulla crisi irakena. Più di recente, lo stesso Prodi, parlando di ‘esportazione’ della democrazia in contrasto con il tentativo fallimentare americano di esportarla ‘con le armi’ in pieno Islam,[35] ha sottolineato come l’allargamento ad Est della Unione Europea sia, questo sì, un chiaro esempio di espansione pacifica della democrazia in Paesi che, fino a quindici anni fa, gemevano sotto il tallone del comunismo,
[1] V. DE CAPARIIS, Rilancio Atlantico, ‘Il Mondo’, 15 maggio 1956, il quale a questo proposito ricordava che « Ma anche in politica estera i problemi che non si riesce a risolvere sono solo quelli mal posti». Cfr. R. BARITONO, ‘Europe is Penelope’. LA CED nel dibattito politico statunitense, in P. CRAVERI, G. QUAGLIARIELLO, op. cit., p.403 e ss..
[2]Vi è già chi pronostica che lo scontro sarà tra America ed Europa e che, nella divisione, come fu tra l’Oriente e l’Occidente dell’Impero romano, s’insinuerà una terza potenza. Da questo punto di vista, le considerazioni di De Gasperi o di W. Hallstein (United Europe. Challenge and opportunity, Cambridge, Mass., 1962) sulla necessità che la costruzione europea non fosse disgiunta dall’amicizia con gli Stati Uniti, in ragione soprattutto della contrapposizione con il mondo comunista guidato dall’Unione Sovietica, valgono ancora se si tiene conto dell’emergenza di nuovi, potenziali avversari dell’Occidente.
[3] A proposito della possibile non approvazione della Costituzione europea da parte della Francia nel referendum di ratifica previsto nel maggio 2005, Sergio Romano (‘Corriere della Sera’, 17/4/2005) faceva notare che la soluzione dell’impasse avrebbe potuto essere quella delle due velocità nell’Europa allargata, distinguendo il nucleo omogeneo dei membri originari ed escludendo la Gran Bretagna. A suo avviso, infatti, mentre la costruzione dell’Europa non può avvenire senza o contro la Francia, essa può essere fatta senza o contro la Gran Bretagna. Inoltre, Romano ritiene che l’Unione, per affermare la propria indipendenza e identità, debba necessariamente porsi in netta contrapposizione con gli Stati Uniti in quanto potenza egemone. Com’è ovvio, si tratta della vecchia tesi gaullista.
[4] V. il Rapporto del Segretario di Stato John Foster Dulles citato sopra. Durante la crisi jugoslava, il Presidente Clinton rifiutò a lungo di impegnare gli Stati Uniti chiedendo che fosse l?europa a farlo; come si sa è stata la NATO poi a intervenire.
[5] K. ARCHICK, NATO and the European Union, CRS Report for Congress, April 6, 2004, p. 12.
[6] M. A. VALENZUELA SHELLEY, Del pensamento neoconservador a la metapolitica en el siglo XXI, in El pensamento politico y geopolitico norteamericano, a cura di J. L. OROZCO e C. PEREZ ESPINOSA, p. 309 e ss..
[7] Finora è rimasta inevasa la domanda che soprattutto Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi ponevano cinquanta anni fa, cioè se, per dare sostanza al federalismo funzionale, non fosse prima necessaria una scelta in favore del federalismo politico. È infatti questa scelta a decidere un complesso di questioni, prima fra tutte quella dei limiti entro i quali possa valere la supremazia dell’ordinamento istituzionale, giuridico e politico europeo sopra quelli particolari degli stati nazionali membri: il gradualismo o ‘funzionalismo’ della costruzione dell’unità europea attraverso integrazioni settoriali successive, cessioni di sovranità parziali e graduali a nuove istituzioni indipendenti dagli stati, si è dimostrato fino ad ora l’unico mezzo utile per fare avanzare questo processo. Tuttavia, anche se il processo incrementale di integrazione dei mercati e di formazione di una comunità di diritto e il funzionalismo, in effetti, contengono “in nuce” la soluzione globale del federalismo, non si può dire che questo seme si sia sviluppato molto.
Un compito arduo, difficile, che presuppone la presa di coscienza delle ragioni dell’unità come dei mezzi per attuarla; un compito che non si può affrontare con astratte e utopistiche declamazioni, bensì con un’azione politica complessa nella quale trovino composizione tutti gli elementi dell’attuale fase storica, ispirandosi a un programma fondato sulla pace in Europa come condizione per la realizzazione dei grandi obiettivi di libertà e di giustizia nel diritto e nell’azione sociale. Un’altra prospettiva va invece assunta se si considera il problema del superamento della forma dell’Organizzazione internazionale con la cessione di quote di sovranità per la istituzione di un governo comune; non v’è dubbio altresì che, se verrà istituito un governo comune con deleghe di sovranità, ciascuno stato non potrà più continuare a esercitare le quote di sovranità che avrà delegato e sarà quindi necessario stabilire quelle forme di checks and balances che assicurino la costituzionalità dell’esercizio del potere da parte del governo generale e degli Stati nelle sfere di rispettiva competenza, nonché procedure di revisione costituzionale. Ma ciò, naturalmente, potrà avvenire solo sulla base di un patto volontario. Altrettanto certo è che non sarà possibile che venga messa in dubbio la capacità sovrana degli Stati europei rispetto al momento fondante della costituzione.
[8] Il no francese e quello olandese alla ratifica della cosiddetta costituzione europea poggiano su motivazioni diverse. Il fatto che siano stati proprio i francesi a votare contro la ratifica della costituzione, se fa il paio con la mancata ratifica della CED nel 1954, significa soprattutto che essi non tengono tanto all’Unione in sé e per sé ma vogliono un’Europa francesizzata e, pertanto, una costituzione ancora più a loro misura. Il no francese, trasversale alla destra e alla sinistra, è insieme un no ideologico contro i ‘pochi’ elementi di liberismo che si possono intravedere nella costituzione e un no nazionalistico per le insufficienti garanzie alla ‘grandeur’ francese. Certo è che la costituzione europea – mentre manca assolutamente di una chiara visione della funzione e del funzionamento federale con una divisione dei poteri percepibile e condivisa – ripropone una strumentazione euroburocratica di dominio di ristrette elites auto elette.
[9] V. “Corriere della Sera”, 2 marzo 2006. Qualche mese fa – ma dopo la recente spaccatura sulla vicenda irakena, ha dovuto continuare a farlo con accenti sempre più accorati, sebbene flebili – Romano Prodi, all’epoca in cui era Presidente della Commissione dell’Unione Europea, ha giustamente dovuto rilevare che se l’Europa fosse unita, avrebbe voce in capitolo nell’arena mondiale e non si farebbe ridere dietro.
In realtà, Prodi – ritenendo più appropriata alla funzione dell’Unione Europea una posizione del tutto disimpegnata dagli Stati Uniti, anzi tendenzialmente antagonistica – lamentava che alcuni dei governi europei, Gran Bretagna, Spagna, Olanda, Danimarca, Polonia e poi l’Italia, avessero assunto una posizione diversa da quella della Germania e della Francia in merito alla guerra irakena. Questa posizione di Prodi è stata di recente confermata nelle sue critiche al discorso pronunciato dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America l’1 marzo 2006, che – oltre ad essere giudicato biecamente propagandistico ed elettoralistico – è stato definito ‘antieuropeista’ in quanto affermava la necessità dell’unità dell’Occidente.
[10] Infatti, anche per i poteri chiaramente attribuiti dalla Costituzione europea all’Unione in materia di affari esteri, difesa, etc., non si risolve in modo altrettanto chiaro il problema e cioè se agli stati membri sarà proibito di esercitarli in nome e per conto proprio: l’art. 14 della bozza di costituzione stabilisce che «gli stati membri sostengono attivamente e senza riserve la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione… e si astengono da qualsiasi azione contraria agl’interessi dell’Unione…» Cfr. A. DE GASPERI, Dichiarazioni alla stampa sulla CED, 31 dic. 1951, in M. R. DE GASPERI, op. cit., pp. 100- 128. Se i tempi non erano maturi per la CED, ciò fu anche, al di là dei motivi specifici e contingenti che determinarono il rifiuto della Francia di ratificare il trattato istitutivo, per mancanza di volontà politica generale a compiere il passo determinante dell’apertura di un processo di federalizzazione.
[11] M. CASTELLS, La costruzione dell’identità europea, in “Foedus”, n. 3, 2002, pp.20-21.
[12] V. DE CAPRARIIS, L’eterna illusione, in “Il Mondo”, 18/12/1954: «Non si deve dimenticare che la nota sovietica alla Francia – nella quale si dichiara che la ratifica dei patti della Unione Europea, in quanto implica il riarmo della Germania – viene dopo il discorso di De Gaulle che proponeva la Francia come la vera e valida mediatrice tra Est e Ovest. Le Monde sottolineava che questa presa di posizione di Mosca avrebbe avuto come risultato l’isolamento della Francia proprio nella congiuntura di distensione e che quindi la ratifica dell’Unione Europea avrebbe impedito la realizzazione del sogno francese di risultare come terzo grande mercé l’opera di mediazione; inoltre esso notava che il riarmo della Germania avrebbe rappresentato un vero rovesciamento delle alleanze sicché Molotov ha avuto nei circoli neutralisti di Parigi quell’accoglienza che aveva calcolato e sperato».
La Francia di Mendes France vedeva il suo sistema di sicurezza ancora fondato sull’assicurazione russa ad Oriente, ossia sull’isolamento della Germania. In sostanza, secondo de Caprariis, i francesi, ipnotizzati dal rapporto franco-tedesco non vedono l’evoluzione dei rapporti di potenza e il cambiamento profondo avvenuto in Europa negli ultimi quindici anni…Questo ragionamento è valido anche per i gollisti che vedono e vogliono solo una rinnovata grandezza della Francia.» Cfr. G. QUAGLIARIELLO, Prospettiva atlantica e prospettiva europea nel pensiero e nell’azione di Charles De Grulle, in Atlantismo e europeismo, cit., p. 95 e ss..
[13] Se è vero che l’intesa tra i due maggiori stati europei ha fatto da motore all’integrazione europea, è certo però che, in vista di una costituzione europea, il programma che intendono darsi Chirac e Schröeder (gestione unificata della politica estera e di difesa dei due paesi; posizioni concordate nelle istanze internazionali a cominciare dal Consiglio di sicurezza delle N.U.; proposte comuni in tema di politica europea; partecipazione incrociata dei ministri dei due governi alle sedute di gabinetto) non sembra poter rassicurare gli altri partners e mette in discussione la possibilità di uno sviluppo federalista e della stessa identità europea che qualcuno vorrebbe in parte affidare alla politica estera e di difesa comune. Nello stesso senso va anche il progetto di una forza europea d’intervento rapido. A proposito di questa, il ministro Antonio Martino va segnalando continuamente il rischio che, come nel caso della CED, si crei la funzione senza prima averne stabilito i fini e, aggiungerei io, l’autorità politica che possa gestirla in relazione ad essi. Sicché mi sembra molto fondata l’obiezione inglese alla “clausola di solidarietà” che prevede l’assistenza automatica dei paesi membri in caso di attacco terroristico o di calamità naturale o provocata dall’uomo: per il governo britannico non devono esservi automatismi in campo militare proprio perché vedono tale clausola come una possibile rottura della NATO e propedeutica al rafforzamento dell’asse franco-tedesco.
[14] Vedi il Comunicato del ‘Vertice’ della NATO tenutosi a Washington il 24 aprile 1999. Sul significato di questo ‘Vertice’ v. N. GINATEMPO, op. cit., pp. 64-66, la quale definisce l’accordo scaturitone «di importanza epocale» perché «ha esautorato i parlamenti europei, negando non solo la votazione ma addirittura il diritto di parola ai rappresentanti dei popoli. Un trattato ‘in via di fatto che stabilisce una definitiva trasformazione della NATO in un’alleanza di aggressione e invasione… Un accordo tra lo sceriffo e i suoi aiutanti che stabilisce il potere di guerra e il governo del mondo per il prossimo secolo». Naturalmente il riferimento è qui alle decisioni assunte dalla NATO per l’intervento in Kossovo.
[15] “Corriere della Sera”,
[16] G. SACCO, op. cit., p. 264.
[17] M. TELÒ, op. cit., pp. 199-203.
[18] Cfr. V. DE CAPRARIIS, Storia di un’Alleanza, cit., pp. 96-97, il quale afferma che la II guerra mondiale ha posto fine per sempre a due cose: l’isolazionismo americano e l’autosufficienza dell’Europa.
[19] M. TELÒ, op. cit., p. 60, dove si aggiunge «Con modalità profondamente diversificate, l’Italia – che costituzionalmente rifiuta la guerra, ma è pronta a deleghe di sovranità a organizzazioni internazionali per obiettivi di pace – la Germania di Bonn, la Svezia, l’India dei Gandhi e dei Nehru, il Canada, il Giappone sono state, e alcune sono tuttora, potenze civili». Ovviamente una tale esemplificazione si presta a molte obiezioni a partire dal fatto che Italia, Gemania e Giappone erano limitate nelle loro scelte militari dal loro status di potenze sconfitte; che il riarmo dell’Italia e della Germania è stata una delle ragioni dell’integrazione europea nonostante le già ricordate difficili fasi della crisi della CED; che l’India di Gandhi e di Nehru è diventata una potenza nucleare e ha combattuto varie guerre con il fratello separato, Pakistan.
[20] C. L. BECKER, Storiografia e politica, Venezia 1962, p. 105.
[21] W. LIPPMANN, The stakes of diplomac, New York 1915, p. 194, riferendosi alla situazione messicana nel secondo decennio del XX secolo, affermava: «Se esistesse uno Stato mondiale, il messico sarebbe occupato da una forza internazionale con funzioni di polizia. Non esiste uno Stato mondiale e però la Dottrina di Monroe e il panamericanismo tentano di riempire il vuoto…».
[22] Interessante, da questo punto di vista, la tesi sostenuta da Paul Bernman, esponente liberal del giornalismo americano, il quale, in Terrorismo e libertà (Torino 2003), sostiene che non basteranno eserciti e battaglie per vincere la guerra contro il terrorismo se l’Occidente non sarà in grado al tempo stesso di mobilitare l’arsenale della ragione e della passione per la libertà contro l’oppressione wahabita, Bernman ha a lungo cercato di suggerire al Partito democratico americano e a John Kerry, candidato alla Casa Bianca nel 2004 contro George W. Bush, di non lasciare a questi la leadership delle lotta contro il terrorismo ma di assumerla come propria priorità. Allo stesso modo, commentando la vittoria di Tony Blair nelle elezioni legislative del 2005, Bernman difende il premier inglese per la scelta fatta con la guerra in Irak e sottolinea come questa non gli abbia impedito di vincere per la terza volta. Bernman, infine, invita la sinistra europea, e italiana in particolare, a riconsiderare la propria posizione in merito alla guerra, che egli paragona alla guerra di Spagna, cioè alla contrapposizione dei democratici contro il fascismo spagnolo, perché, a Bagdad, l’internazionale del terrore ha come bersaglio la democrazia nel mondo islamico e la libertà ovunque nel mondo (“Corriere della Sera”, 7 maggio 2005, p. 5).
[23] R.LEO, op. cit. p. 4: «A rendere pubblica la spaccatura tra le due sponde dell’Atlantico è stato l’applauso scrosciante dell’assemblea delle Nazioni Unite al discorso dei ministro degli esteri francese Dominique de Villepin.»
[24] R. KAGAN, Napoleonic fervor, in “The Washington Post”, Feb., 24, 2003.
[25] R. GUBERT, E. SAINT-MARTIN, L’arrogance francaise, Paris 2003, cit. in N. POLLUCE, Il ritorno della Francia, in “Limes”,, n. 1, 2004, p. 29. Dopo gli attentati di Londra del 7 luglio 2005, anche la stampa francese ha cominciato a prenedere atto della situazione e a parlare di “nouvelle guerre mondiale” e della necessità di una più stretta collaborazione con la Gran Bretagna e gli Stati uniti, v. A. LOUYOT, Pourquoi Al-Qaeda frappe l’Europe, “L’Express International, 11/7/2005.
[26] J. F. REVEL, L’obsession antiaméricaine. Son fonctionment, ses causes, ses inconséquences, Paris 2002, trad. it , Torino 2004, p. 31 ; F. GUSTINCICH, Brigatisti, nazisti e islamisti. Tutti insieme contro l’impero USA, in « Limes », n. 1, 2004, p. 101 e sgg..
[27] Il comunicato finale del vertice ci dice che i quattro hanno sottoscritto la richiesta di piena applicazione della risoluzione dell’Onu sul ritiro delle ruppe siriane dal Libano; che l’Ucraina debba mantenere stabili, storiche e speciali relazioni con la Russia; che Mosca, nonostante i propri interessi economici, sostiene la posizione europea per la fine dell’embargo delle armi alla Cina; che i quattro concordano nel non rilevare contraddizioni nella cooperazione tra Mosca e Teheran in campo nucleare; infine che i quattro non cambiano idea circa la questione irachena. Dunque, piena convergenza con Mosca e persistente conflitto con Washington, Londra e altri partner europei non coinvolti.
Riguardo agli aspetti di politica ‘interna’ dell’Unione Europea, sui quali tende ad affermarsi la supremazia franco-tedesca, v. N. POLLUCE, op. cit., p. 306 ; G. DE MICHELIS, Est!Est!Est! Gli interessi nazionali della nuova Europa, in “Limes”, n. 3, 2003, pp. 39-42.
Piùù recentemente, alla vigilia del vertice dei G8 del luglio 2005 in Scozia, Chirac, Shoeder e Putin si sono riuniti a Mosca per concordare una posizione comune, il che conferma che la linea attuale di Germania e Francia tende alla divaricazione con Washington e con gli altri partener europei.
[28] Cfr. la già cit. Intervista televisiva a Jacques Chirac, 11 aprile 2005 e A. GLUCKSMANN, La trappola del narcisismo, cit..
[29] V. J. J. MEARSHEIMER, Scontro inevitabile: la Cina scaccerà gli USA dall’Asia. In “Corriere della Sera” 15 marzo 2005, p. 12; Z. BRZEZINSKI, No, la sfida è solo economica. Pechino non rinuncerà allo sviluppo per la corsa alle armi, ibidem; M. WEBER, Il dragone e l’aquila. Cina e USA. La vera sfida, Giuffré, Milano 2005, passim.
[30] Mi riferisco all’accordo tra Bush e il premier indiano del 2 marzo 2006.
[31] Ricordo che – quando nei primi anni ’60, nel pieno della Guerra fredda, la crisi dei missili di Cuba portò il mondo sull’orlo della catastrofe nucleare – Vittorio de Caprariis fu tra i non molti che, senza esitazione alcuna, chiarirono come e perché il blocco navale, ordinato da Kennedy per impedire ai sovietici di completare le installazioni missilistiche sull’isola caraibica, fosse non soltanto una misura necessaria sul piano militare ma anche indispensabile su quello politico ed etico; come e perché esso facesse il paio con l’intervento americano nelle due guerre mondiali, con il ponte aereo che aveva salvato Berlino sotto blocc+-o sovietico nel 1949 o con l’Ich bin ein Berliner di Kennedy davanti al muro di Berlino. Egli non esitò – come molti altri che, per qualificare la legittimità o meno di quel blocco navale in termini di rarefatte norme giuridiche internazionali, andavano invece discettando di blocco di guerra e blocco di pace e accusavano gli Stati Uniti di violazione del diritto internazionale e di mettere in pericolo la pace – ad affermare esplicitamente che il diritto alla difesa implica necessariamente l’azione preventiva di dissuasione, fosse essa prevista o no dal diritto internazionale, a prezzo anche della guerra atomica, della megamorte. Anche R. Niebuhr, il teologo protestante americano attento osservatore della politica internazionale, sostenne con coerenza la dottrina Truman del contenimento dell’imperialismo sovietico, contribuendo a definire le responsabilità che competevano alla grande potenza democratica americana nel mantenimento dell’equilibrio internazionale.Di fronte alla minaccia sovietica egli mantenne la posizione che aveva assunto contro l’appeasement con Hitler, mettendo in guardia non solo contro i movimenti per la pace eterodiretti, ma anche contro i nuovi Chamberlain che si annidavano in molti governi Occidentali: «Il fondamento della perplessità morale è che tutte le misure utili a prevenire l’espansione del comunismo e lo scoppio della guerra, contengono un inevitabile rischio di guerra, incluso il rischio della guerra atomica. Se i cristiani esitano di fronte a questo rischio, la loro causa è messa in pericolo.»
[32] V. DE CAPRARIIS, Storia di un’Alleanza, cit. p. 129.
[33] GARTON ASH, Free world, London 2004; cfr. L. DINI, op. cit., p. 165 e ss..
[34] W. LIPPMANN a G. Wallas, 3/6/1916, in Early writings a cura di A. Schlesinger jr., New York 1970, p. 118; Id., The great decision, in “The New Republic”, 7/4/1917, ora in Force and ideas, New Bubswick end London, p. 82.
[35] Discorso pronunciato da R. Prodi al Palalido di Milano, il Se è vero – come dicono Prodi e altri – che l’Europa conosceva e aveva prodotto la democrazia e la libertà ancora prima che altri [gli americani o, se si preferisce gli anglo-americani, ma non i vincitori della guerra perché, com’è noto, l’altro grande alleato sovietico non portava democrazia e libertà ma totalitarismo e schiavitù] le riportassero sulle nostre terre, è pure vero che essa le aveva sacrificate al totalitarismo – a Mussolini, a Hitler, a Stalin – e forse Prodi dimenticava pure di dire che la democrazia e la sua espansione in Europa, ora anche nell’Europa dell’Est, sono state possibili certamente grazie alla ‘potenza civile’ dell’Unione Europea ma [anche?] alle ‘armi’ americane e a quella delega per la sicurezza che gli europei hanno conferito a Washington fino alla caduta del ‘muro’ e oltre. Forse Prodi dimenticava pure che il benessere in Europa non è il frutto di un orto conchiuso, fecondo per il lavoro dei soli europei: il benessere e il welfare europei vengono da lontano, dal Piano Marshall e dalla ‘delega’ conferita dagli europei agli americani a provvedere alla nostra difesa sostenendo così il nostro sviluppo. S. ROMANO, in un suo intervento sul ‘Corriere della Sera’, rivendica per l’Europa la sua qualità di genitrice della democrazia moderna.


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