Reggio Calabria, la lettera aperta di Giovanni Luigi Tripepi (Consiglio Nazionale delle Ricerche): “la qualità della vita oggi è altro. E non si riduce a sole, mare e montagna”

Il Dirigente di Ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Sede di Reggio Calabria), Giovanni Luigi Tripepi, ha inviato una lettera aperta alla redazione di StrettoWeb per dire la sua in merito all'ultimo posto della città dello Stretto nella classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita

Giovanni Luigi Tripepi, Dirigente di Ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Sede di Reggio Calabria), ha inviato una lettera aperta alla redazione di StrettoWeb per dire la sua in merito all’ultimo posto della città dello Stretto nella classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita. E’ una lettera aperta in tutti i sensi. Perché Tripepi è il primo ad aprirsi e ad esternare un mix di sentimenti, anche contrastanti, chiedendosi come sia possibile che una città così bella sia anche ultima nella qualità della vita. Di seguito la lettera integrale.

“Sono un reggino, e questa lettera nasce una sera qualsiasi, mentre guardo lo Stretto dalla mia veranda e provo a capire come si possa vivere in uno dei luoghi più belli del mondo sentendosi additare, allo stesso tempo, come “ultimi”. Reggio Calabria è una città sospesa, come una barca che galleggia ma non parte mai davvero. Qualche volta ha un sussulto che la spinge in avanti. Ma rimaniamo pur sempre ultimi. Il mare davanti è meraviglioso e potere ammirare la Sicilia dalla propria finestra è un’opportunità che molti reggini hanno e che non ha eguali in Italia. Eppure, dietro questa bellezza, c’è una città che fatica, che arranca, che resiste più che vivere. Nella classifica del sole 24 ore siamo risultati ultimi. Gli ultimi in Italia per qualità della vita. Si, perché la qualità della vita oggi è tutta un’altra cosa rispetto al passato e non si riduce a “sole, mare e montagna”.

“Circa dieci anni fa, una mia collega olandese di Amsterdam mi disse, in risposta ai miei racconti sui nostri splendidi paesaggi: “Voi a Reggio Calabria avete il sole e il mare. Noi abbiamo tutto il resto!” E in effetti, aveva ragione. Loro hanno tutto il resto. Siamo ultimi per lavoro, per ambiente, per servizi. Ultimi, ancora una volta. Ma qui, ogni mattina, la gente si sveglia lo stesso. Si alza per abitudine, per necessità, per dignità. C’è chi apre un negozio con la consapevolezza che forse non basterà a sbarcare il lunario, ma lo fa comunque, alza la saracinesca e spera. C’è chi accompagna un genitore in ospedale con la paura silenziosa di non trovare risposte, o di non trovarle in tempo, e intanto guarda l’orologio, i corridoi, i volti stanchi degli altri. C’è chi studia, si impegna, sogna, ma intanto prepara già una valigia, perché ha imparato presto che restare non sempre è una scelta. Viviamo così, sospesi in una normalità apparente, fatta di piccoli gesti quotidiani che nascondono rinunce e attese”.

Io li vedo, i più giovani, partire uno dopo l’altro. Li vedo tornare solo a Natale, in estate, con un po’ di nostalgia negli occhi e una vita ormai altrove. Reggio resta qui, più vecchia, più stanca, più vuota. E con un mercato immobiliare che va a picco. Segno di una città che diventando sempre più povera di persone diventa sempre più povera anche sul piano materiale. Eppure non siamo una città senza valore e valori. Siamo persone che prese singolarmente o a piccoli gruppi, siamo “brave persone” che continuano a credere che qualcosa possa cambiare nonostante tutto. Continuiamo a farlo anche quando i numeri ci condannano, anche quando le classifiche ci mettono in fondo, come se fossimo un errore geografico.

Ma abbiamo un difetto profondo: non sappiamo essere cittadinanza attiva. È come se giocassimo una partita di calcio in ordine sparso, senza fare squadra, senza capire che la forza sta nella collaborazione. Siamo una cittadinanza passiva, abituata a subire più che a intervenire. Abbiamo perso la capacità di indignarci di fronte a ciò che funziona poco o male, e ci manca il coraggio di isolare chi sporca, chi deturpa il verde o danneggia l’arredo urbano. La pazienza, che un tempo era virtù, è diventata un difetto; la tolleranza, che dovrebbe essere forza, si trasforma in colpa quando ci impedisce di reagire. Così ci ritroviamo spettatori di ciò che non va, incapaci di agire, eppure consapevoli che la vita quotidiana meriterebbe molto di più. La cosa che fa più male non è essere ultimi. È sentire che nessuno se ne vergogna davvero.

È vedere che tutto resta uguale, anno dopo anno, mentre a pagare sono sempre gli stessi: i giovani, i lavoratori, le famiglie, gli anziani. Reggio non ha bisogno di essere compatita. Ha bisogno di essere presa sul serio, dai suoi cittadini e dalla sua classe dirigente. E smettiamola di dare sempre e solo la colpa alla politica. In una democrazia rappresentativa come la nostra, scaricare tutta la responsabilità su chi ci governa significa una cosa sola: o non sappiamo scegliere, oppure chi scegliamo ci rappresenta perfettamente. Non esistono comode vie di fuga. Ma anche quando scegliamo bene (e di politici capaci ce ne sono), se poi rinunciamo al nostro dovere di cittadinanza attiva, se restiamo spettatori e non partecipi, perfino il migliore e capace degli eletti diventa impotente. E le cose, semplicemente, non cambieranno mai.

Reggio ha bisogno di lavoro vero, di servizi che funzionino, di una sanità che dia risposte rapide, di strade, scuole, cultura, futuro. Reggio ha bisogno che i reggini si rinnovino “dentro” perché la responsabilità di essere ultimi è di tutti. Io, tanti anni fa, ho deciso di restare qui. Come tanti altri. Non per rassegnazione. Sono rimasto per orgoglio, per amore, forse anche per ostinazione. Non me ne sono mai pentito. Ma non voglio abituarmi all’idea che essere ultimi è normale”.